"Processo agli Scorpioni". Intervista a Jasmina Tešanović.

”Il tribunale dell’Aja ha distrutto i fascicoli con le prove del massacro di Srebrenica. Hanno detto che non avevano più posto dove tenerle. È evidente che l’Aja gioca la grande politica”, dice Jasmina Tešanović, scrittrice e giornalista serba . È un caldo pomeriggio di primavera quando la incontriamo a Torino, quartiere San Salvario, quello a più alta densità di popolazione straniera della città.

”Io stessa sono clandestina in tre paesi”, afferma ironicamente, ma non troppo. Jasmina infatti vive tra Belgrado, Torino e San Francisco ”e non è facile essere ‘legali’ in questi tre paesi: ci sono limitazioni e difficoltà evidenti per ottenere carte di soggiorno e passaporti”. Una condizione che, pur con i dovuti distinguo, si può assimilare all’esilio. ”Un esilio che vivo come un privilegio, ma che è stato una mia scelta, nessuno mi ha costretto a farlo. Altrimenti sarebbe stato diverso. Certo, capita di sentirsi esclusi, talvolta, ma io non sento il bisogno di appartenere a una nazione. E poi sono legata al femminismo e quello è transnazionale: ovunque ci sono donne che lottano e associazioni di attiviste”. Non da ultima Donne in nero, organizzazione non governativa pacifista che la portò nel 2005 a seguire il processo degli Scorpioni, il gruppo paramilitare guidato da Radko Mladic responsabile -tra le altre cose- del massacro di Srebrenica. Quell’esperienza Jasmina ha voluto tradurla su carta: Processo agli Scorpioni, scritto in inglese (non in serbo) e recentemente tradotto in italiano, è il seguito ideale del celebre pamphlet Diary of a political idiot scritto nel 1999 sotto i bombardamenti di Belgrado. ”Mi sono trovata a fare la giornalista mio malgrado, a causa di quello che accadeva in Serbia e che non si poteva tacere, ma io nasco come scrittrice”.

E proprio alla scrittrice ci rivolgiamo: ”Ho scritto la mia prima sceneggiatura in italiano, Difficile morire, poi divenuto un film. I primi racconti invece li ho scritti in serbo”, raccolti in Il libro invisibile: si tratta di racconti meta-letterari in cui ”ho rifatto in chiave femminista e pacifista opere che erano militariste e maschiliste. Fu un successo inatteso, che mi convinse a proseguire”. Scrivendo in inglese però: ”Scrivere in inglese è stato un modo per non essere parte della letteratura serba. Il fatto è che l’associazione degli scrittori serbi è molto nazionalista e io non intendevo legarmi a quella schiera”. Una scrittrice senza lingua madre, né patria, vive quella che Kundera ha definito ”l’intoccabile solitudine di uno straniero”, quella condizione orfana d’ogni appartenenza che rischia di consegnare lo scrittore all’oblio.

Quando nel 1949 André Gide ha curato un’antologia della poesia francese per Gallimard, gli fu rimproverato di non avere inserito nulla di O.V. de Lubicz-Milosz, poeta lituano di nascita, madrelingua polacco, ma scrittore esclusivamente in francese. ”La sua poesia non è francese”, fu la motivazione di Gide. Allo stesso modo la letteratura di Jasmina Tešanović non è italiana, né inglese o americana: ”Esprimo contenuti serbi in lingue diverse dal serbo. A volte gli editori mi fanno storie per questo, ma nella sovrapposizione delle lingue si creano associazioni mentali e metafore altrimenti impossibili. È questa l’originalità della mia scrittura. E se i miei libri verranno dimenticati per questo, non me ne importa nulla. Io sono apolide e al contempo cosmopolita, sono cresciuta in tre lingue, i miei erano diplomatici. E poi la letteratura nazionale tra pochi anni non esisterà più, ora c’è internet che supera le frontiere”.

Jasmina Tešanović è forse la scrittrice serba più nota al mondo, ma poco conosciuta in patria: ”È molto difficile definire cos’è un intellettuale in Serbia, non c’è una società che reagisce a ciò che uno fa. Non c’è dibattito culturale né opinione pubblica, né critica letteraria. Eppure lo scrittore in Serbia è pieno di boria, sempre pronto ad appoggiare il potere”. Una situazione politica e culturale che, come spiega Jasmina, rende la Serbia ancora impreparata all’ingresso nell’Unione Europea: ”C’è corruzione e clientelismo ovunque. Non ci sono diritti sociali garantiti, neanche la sanità. Malgrado il bombardamento di Belgrado non ci sono sentimenti anti-europei, più che altro ci si sente traditi dagli Stati Uniti che da sempre esercitano un potere di fascinazione, specie sui giovani. L’alleanza con la Russia è solo un fatto storico, un mito cui è bello credere, ma quando è stato il momento non hanno dato il gas lasciando il paese al freddo”. Lo sguardo di Jasmina sul suo paese è chirurgico, forse che la condizione dell’esilio consenta di vedere meglio le vicende del proprio paese? ”No, lo scrittore serbo in esilio diventa nazionalista, idealizza la patria. Non si adatta nel paese in cui vive. In generale non mi fido degli scrittori. Non sono la guida della società, non sono la guida di un bel niente”.

di Matteo Zola

 

Chi è Matteo Zola

Giornalista professionista e professore di lettere, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e EastWest. E' stato redattore a Narcomafie, mensile di mafia e crimine organizzato internazionale, e ha scritto per numerose riviste e giornali (Nigrizia, Il Tascabile, il Giornale, Il Reportage). Ha realizzato reportage dai Balcani e dal Caucaso, occupandosi di estremismo islamico e conflitti etnici. E' autore di "Congo, maschere per una guerra", Quintadicopertina editore, Genova, 2015; e di "Revolyutsiya - La crisi ucraina da Maidan alla guerra civile" (curatela) Quintadicopertina editore, Genova, 2015.

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