L’Ucraina e la crisi del gas

Le cause della crisi
La recente crisi del gas tra Mosca e Kiev ha riportato allo scoperto i nodi irrisolti della politica ucraina. Non è certo la prima volta che la Russia chiude i rubinetti del gas, negli ultimi quindici anni Gazprom lo ha già fatto diverse volte (1993, 1997, 2000, 2006, 2009) e lo rifarà ancora in futuro poichè i problemi tra i due paesi sono tutt’altro che risolti. Prima di spiegare le cause di questa situazione è forse utile ricordare come l’Unione Europea si sia limitata finora a semplici misure tampone senza spendersi attivamente per risolvere le tensioni fra i due paesi. Eppure l’interesse europeo è enorme, quasi la totalità del gas che arriva nel vecchio continente passa dall’Ucraina. In secondo luogo è evidente come la Russia faccia un uso geopolitico della questione energetica. In tal senso l’Ucraina è un paese sotto assedio, la minaccia di chiudere i rubinetti del gas si accompagna a tentativi di destabilizzazione del paese: l’esempio dei passaporti russi che Mosca ha inviato alla popolazione russofona residente in Ucraina (e in particolare in Crimea)ne è un chiaro esempio. Lo scopo, inutile dirlo, è quello di deligittamare l’establishment politico filo-europeista di Kiev al fine di sostituirlo con un più compiacente governo filo-russo. Allora forse i prezzi del gas russo tornerebbero ad essere di favore. Ora però Kiev è costretta, volente o nolente, a mettere mano al portafoglio:finita l’era dei prezzi di favore, dovrà incominciare a pagare per il gas russo prezzi di mercato.

Il disastro economico e la responsabilità politica
Ed è proprio questa la tragedia, il paese è in condizioni disastrose, economiche e politiche. Cominciamo
dalle prime: secondo gli ultimi dati il Pil diminuirà nel 2009 del 7,4 per cento, la produzione industriale del 16,9. L’onda delle crisi internazionale e la mala gestione dello stato negli ultimi anni si faranno sentire anche sui preparativi agli Europei del 2012, che avrebbero dovuto portare in teoria una spinta verso l’alto. Chi vola invece è l’inflazione, al 20 per cento e con l’ultima svalutazione della Hryvna le importazioni dovrebbero diminuire addirittura di oltre il 30 per cento rispetto al 2007. Meno 20 per cento anche per le esportazioni. Le speranze della rivoluzione arancione del 2004 sono scomparse quasi ancor prima di sbocciare. In un sondaggio a dicembre, durante l’ennesimo scontro tra il presidente Viktor Yushchenko e il primo ministro Yulia Timoshenko che ha portato all’ennesimo rimpasto, quasi la metà degli ucraini ha detto che in caso di nuove elezioni non sarebbero andati a votare. È l’incertezza che però domina tra l’elettorato, confuso e deluso dopo aver visto ogni possibilità di ripresa soffocata nelle liti personali tra Yushchenko e Timoshenko e nell’incapacità di governo e parlamento di affrontare le sfide dello sviluppo economico e della riorganizzazione dello stato e dell’amministrazione. La mancanza di cultura democratica nell’elite politica ucraina non ha fatto altro che acuire problemi cronici. Inoltre gli intrecci tra politica, economia e colossi energetici spiegano le responsabilità dell’attuale classe politica. Se si pensa che Oleg Dubina, ora direttore della compagnia energetica statale ucraina Naftogaz, che deve ancora trovare l’accordo con la russa Gazprom, è stato consulente di Yushchenko e del precedente presidente ucraino Kuchma, poi vice primo ministro, segretario del consiglio di sicurezza, infine silurato alle elezioni del 2006 in corsa per il ma premiato nel 2007 con la poltrona del colosso energetico ucraino, allora si può forse capire come a Kiev l’oligarchia politica ed economica abbiano una
forte responsabilità per aver condotto il Paese sull’orlo del collasso.

Un problema irrisolto
L’Ucraina è sul banco degli imputati per la recente crisi del gas ma è interesse della Russia metterla in difficoltà – soprattutto di fronte agli europei – per spezzare il legame tra Kiev e gli altri paesi europei e riportare l’Ucraina nella sua sfera di influenza. Mosca però rischia di perdere il suo ruolo molto redditizio – in termini economici e politici – di massimo fornitore di gas degli europei. I principali gasdotti che collegano la Russia ai paesi europei passano per l’Ucraina, che è allo stesso tempo un forte importatore di gas (e debitore) della Russia ma anche un fondamentale snodo di passaggio per le forniture russe dirette ai sempre più dipendenti paesi europei. La Russia sta sviluppando nuovi gasdotti per scavalcare paesi dell’Est europeo di cui non si fida, come la Polonia e l’Ucraina, a nord (nel mar Baltico) e a Sud attraverso il mar Nero e i Balcani, ma sono ancora secondari rispetto al flusso principale che attraversa il centro dell’Europa. Non è la prima volta che Russia e Ucraina sono ai ferri corti.

Fin dall’indipendenza del 1991 l’ex repubblica sovietica dell’Ucraina ha cercato di smarcarsi dall’influenza russa guardando – con scarso successo – a Occidente. L’Ucraina è divisa al suo interno su quali rapporti avere con la Russia, che dal canto suo rivendica l’appartenenza alla Russia delle regioni ucraine orientali russofone e della Crimea, abitata da Russi e nel 1954 regalata dall’allora leader sovietico Kruschev alla Repubblica Socialista Sovietica di Ucraina, e spera e punta a un rientro di Kiev nell’orbita di Mosca.

Fonti principali: Limes, Economist, The Guardian, The Ukrainan Observer

Chi è Matteo Zola

Giornalista professionista e professore di lettere, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e EastWest. E' stato redattore a Narcomafie, mensile di mafia e crimine organizzato internazionale, e ha scritto per numerose riviste e giornali (Nigrizia, Il Tascabile, il Giornale, Il Reportage). Ha realizzato reportage dai Balcani e dal Caucaso, occupandosi di estremismo islamico e conflitti etnici. E' autore di "Congo, maschere per una guerra", Quintadicopertina editore, Genova, 2015; e di "Revolyutsiya - La crisi ucraina da Maidan alla guerra civile" (curatela) Quintadicopertina editore, Genova, 2015.

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