La Sardegna all'avanguardia civile

La Sardegna è la regione italiana che maggiormente soffre la crisi economica ma ha dimostrato di non soffrire di quella crisi morale che attraversa alcune parti del continente. Con fermezza ha affermato ciò che vuole, e lo ha fatto attraverso il più democratico degli strumenti: il referendum. Così la Sardegna ha rivendicato uno spazio di azione politica concreto, stanca di essere solo un parcheggio per barche di magnati, un paradiso ville imperiali con veline e Topolanek, uno stupro di uranio impoverito, basi militari, suicidi.

L’isola è stata chiamata a votare, il 6 maggio scorso, per dieci quesiti referendari riguardanti, nel senso più ampio, la gestione della res publica. Alcuni hanno un semplice carattere consultivo, altri invece abrogativo. Vale a dire che – brutalizzando – in alcuni casi si è chiesto un parere mentre in altri si è chiesto di cancellare alcune norme vigenti. Insomma, cosa cambia?

In primo luogo vengono cancellate quattro province: Gallura, Sulcis, Medio Campidano e Ogliastra e con esse alcuni servizi delocalizzati come ad esempio la direzione provinciale dell’agenzia delle Entrate, la questura, la prefettura (se effettivamente istituiti). Mica male se si pensa che, per legge, lo Stato italiano avrebbe già dovuto procedere all’abolizione delle province su tutto il suolo nazionale. I cittadini sardi, con responsabilità, si sono sostituiti a quello che lo Stato non fa per pavida convenienza. In secondo luogo viene abolita l’equiparazione degli stipendi dei consiglieri regionali a quelli dei parlamentari. Già, perché un politico eletto in Regione prende quanto un parlamentare, cosa che non tutti sanno e che ai sardi è giustamente sembrata eccessiva.

Altri quesiti, invece, avevano solo un carattere di consultazione. Si è chiesto ai sardi se, potendo, avrebbero cancellato anche le altre quattro province “storiche” (Cagliari, Sassari, Nuoro e Oristano). Hanno detto sì. Se volevano ridurre da 80 a 50 il numero di consiglieri regionali. Hanno detto sì. Se volevano eleggere direttamente il presidente della Regione e se ritenevano di cancellare i consigli di amministrazione di tutti gli enti regionali. Anche in questi casi hanno detto sì.

Cosa più interessante, hanno detto sì anche a una nuova Costituente che rediga uno statuto regionale (la Sardegna è regione autonoma) in grado di recepire le volontà dei cittadini. Insomma, per quanto realisticamente sarà difficile realizzare un vero cambiamento, quella sarda è una piccola rifondazione democratica, in barba ai populismi che prosperano per mezza Europa.

Si è parlato, ingiustamente, di “antipolitica”, parola che tutti hanno in bocca e che non vuol dire un accidente. Si cerca con questo termine, che sta via via assumendo un significato denigratorio, di descrivere il populismo di chi cavalca la crisi economica, politica e morale del nostro Paese con facili retoriche distruttive. Ma si estende a tutto ciò che esprime critica e dissenso nei confronti della classe politica dominante e della sua inadeguatezza nel gestire, appunto, la cosa pubblica.

Con questo voto la Sardegna, attraversata da silenti ma gravi tensioni sociali, tentata da vie indipendentiste, dimostra la qualità del suo tessuto civile.

La speranza è che l’antipolitica che troppo spesso, negli ultimi vent’anni, ha frustrato le aspettative di equità e giustizia dei cittadini, non scippi l’isola di questa sua affermazione civile. L’antipolitica che siede (immeritatamente) negli scranni del Parlamento, s’intende.

Chi è Matteo Zola

Giornalista professionista e professore di lettere, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e EastWest. E' stato redattore a Narcomafie, mensile di mafia e crimine organizzato internazionale, e ha scritto per numerose riviste e giornali (Nigrizia, Il Tascabile, il Giornale, Il Reportage). Ha realizzato reportage dai Balcani e dal Caucaso, occupandosi di estremismo islamico e conflitti etnici. E' autore di "Congo, maschere per una guerra", Quintadicopertina editore, Genova, 2015; e di "Revolyutsiya - La crisi ucraina da Maidan alla guerra civile" (curatela) Quintadicopertina editore, Genova, 2015.

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