ROMANIA: Cade il governo, l'onda lunga delle proteste e il silenzio dei media

Cade in Romania il governo di centrodestra di Mihai Razvan Ungureanu, dopo una mozione di sfiducia dell’opposizione che si opponeva in particolare al programma di privatizzazioni. Il presidente Traian Basescu dovrà ora designare un nuovo primo ministro a sei mesi dalle elezioni legislative, che si terranno a novembre. Il leader dell’opposizione, Victor Ponta, ha detto che il suo partito, l’Unione sociale liberale (Usl) è pronto a formare il nuovo governo.

La crisi di governo arriva proprio mentre Fondo Monetario Internazionale e Unione Europea stanno valutando gli accordi conclusi nel marzo dello scorso anno, quando Bucarest si era impegnata a privatizzare diverse società pubbliche, proprio il programma sul quale Ungureanu ha perso la maggioranza. Come si sa, le privatizzazioni sono una delle colonne portanti del Fmi.

La caduta del governo Ungureanu è solo l’ultimo anello di una catena di eventi innescata da una serie di manifestazioni di piazza avvenute a partire dal gennaio scorso. Migliaia di persone, di ogni età, si riversarono in piazza opponendosi al governo e alle misure di austerità richieste dal Fmi che ha concesso prestiti a una Romania prossima al collasso. Una protesta dalle più ampie motivazioni, e tutte si radicano nel malcontento generato da vent’anni di governo corrotto e autoritario. Un governo mai realmente democratico per un Paese in perenne transizione guidato da Iliescu prima, già seconda linea del partito comunista ai tempi di Ceausescu, e Basescu poi. Entrambi presidenti dal piglio padronale quando non autoritario. Le proteste, passate sotto silenzio da buona parte dei media “occidentali”, dei cosiddetti “indignati romeni” hanno portato alla caduta del governo guidato da Emil Boc, agnello sacrificale da dare in pasto alla piazza, e alla nomina di Ungureanu, già capo dei servizi segreti (Sie).

Un capo di governo preso dai servizi segreti allo scopo di meglio controllare un Paese in protesta, ma anche – come dichiarò Ponta – un fantoccio di Basescu. E’ ora il presidente a essere nell’occhio del ciclone. Il mandato di Ungureanu, dopo tre mesi appena, è ora concluso. Resta da vedere se l’opposizione saprà unirsi e proporre un programma coerente alle aspirazioni della cittadinanza. Una cittadinanza che, in varie forme, chiede dignità, lavoro, equità.

Un commento: che la crisi economica in corso e le misure imposte dal Fondo Monetario Internazionale siano corresponsabili della precaria situazione politica è vero in Romania come altrove. Sul piatto c’è la tenuta democratica non solo della Romania ma di un continente che sembra avere bisogno di soluzioni diverse rispetto a quelle fin qui adottate. Il cono d’ombra che circonda le vicende romene, così come quelle di Paesi evidentemente ritenuti “secondari” dall’informazione mainstream, non giova ai cittadini europei in tal modo incapaci di connettere le proprie istanze e rivendicazioni a quelle di altri Paesi dell’area, rimanendo così rinchiusi ognuno dentro la sua crisi (nazionale o personale), facile preda di retoriche consolatorie di stampo neoliberista inneggianti alla “rigidità” e “virtuosità fiscale” o al “pareggio di bilancio” in Costituzione. La disoccupazione media dell’Unione al novembre 2011 è del 10% circa ma il dato raddoppia se contiamo anche quei Paesi europei che non fanno parte dell’Unione e che pure partecipano alle vicende continentali e non possono essere ignorati, essendo l’Europa un unico ecosistema che poco si cura delle barriere doganali. Insomma, la Romania come cartina tornasole del vecchio continente? no, è troppo. Ma campanello d’allarme, sintomo, segnale cui prestare attenzione, forse sì.

Chi è Matteo Zola

Giornalista professionista e professore di lettere, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e EastWest. E' stato redattore a Narcomafie, mensile di mafia e crimine organizzato internazionale, e ha scritto per numerose riviste e giornali (Nigrizia, Il Tascabile, il Giornale, Il Reportage). Ha realizzato reportage dai Balcani e dal Caucaso, occupandosi di estremismo islamico e conflitti etnici. E' autore di "Congo, maschere per una guerra", Quintadicopertina editore, Genova, 2015; e di "Revolyutsiya - La crisi ucraina da Maidan alla guerra civile" (curatela) Quintadicopertina editore, Genova, 2015.

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2 commenti

  1. La mia personale opinione è che la Romania, come la Bulgaria, sia entrata troppo precocemente a far parte dell’UE, senza avere né i prerequisiti necessari né gli strumenti per stare al passo con i ritmi imposti dall’UE una volta entrata nel club dei 27. La storia ci insegna che i processi non sono sempre lineari: per un Paese dalla democrazia imperfetta come la Romania ci si può aspettare anche il ritiro, voluto o forzato, dall’UE.

  2. Stefano Bottoni

    Il governo Ungureanu è caduto in parte per i gravissimi conflitti interni al PDL (10 parlamentari hanno cambiato casacca; un fatto non inedito in Romania ma insolito per le proporzioni), in parte per l’uso strumentale che – come negli anni ’90 – i “socialdemocratici” e i “liberali” hanno fatto della questione nazionale. La mozione di sfiducia criticava infatti il governo che, applicando la nuova legge universataria, aveva dato il via libera alla creazione di una facoltà di medicina in lingua ungherese nella città transilvana di Tg. Mures, dove la comunità ungherese sfiora il 50% della popolazione. Questo ha unito tutta l’opposizione parlamentare ed extraparlamentare (Gigi Becali, Ion Diaconescu – personaggi comici e tragici al tempo stesso) in un afflato nazionale che ha fatto riportare indietro il discorso pubblico alla prima metà degli anni ’90. Non dimentichiamo, poi, il dramma degli emigrati in Spagna e Italia: molti sono ora disoccupati e vorrebbero tornare, ma neppure in Romania c’è lavoro e i figli e le nonne a casa devono mangiare. Sarebbe bene occuparsi anche di questo problema immenso.

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