Un uomo qualunque e i Rom

Parlare di Rom è sempre difficile. In primo luogo perché stanno antipatici a tutti, e quindi parlarne in modo positivo può essere controproducente per chi cerca di catturare le simpatie dei lettori. Ma possiamo anche fregarcene di questo. C’è poi un secondo problema: salvo essere dei buonisti è arduo negare le problematiche connesse alla presenza delle comunità Rom nelle nostre società. Quindi, non neghiamole e passiamo oltre. Infine il casino è dirne qualcosa di “vero”, qualcosa che non scada nello stereotipo romantico o criminale. E per farlo bisogna conoscerne la cultura, e non è cosa facile: da secoli i filologi e gli storici si arrovellano in merito. Eppure, visto che l’otto aprile scorso è stata la Giornata internazionale dei Rom e visto che East Journal scrive di minoranze, qualcosa lo vorrei dire. Perdonate se sarà banale.

Mi sono sempre considerato uno di quelli col prefisso liber-. Liberale, libertario, libertino. Ho sempre dato mostra di facile tolleranza. Ho sempre avuto in astio coloro che profittano dei più deboli (fisicamente come economicamente) e che antepongono il benessere personale a quello collettivo. Un misto tra Robin Hood e Suor Germana, una maschera posticcia politicamente corretta. Avevo un solo, segretissimo, neo. I Rom proprio non li sopportavo. Se erano dal mio lato del marciapiede, attraversavo. Se li avevo accanto al banco del mercato, cambiavo banco. In autobus non mi sedevo dove si erano seduti loro. Non capivo i loro cenci sgargianti e luridi. Non capivo il loro ciondolare sudato. Non capivo quel loro vivere nella monezza, mi faceva anche un po’ ribrezzo. Quando me ne sono reso conto ho posato la calzamaglia e il libro di ricette.

Ci ho messo anni, tanto è durata la messinscena del buon cittadino, a capire che ero razzista. Il termine più appropriato, però, è xenofobo, letteralmente “chi ha paura del diverso”. La paura mi fa paura. Motivo per cui il mio primo istinto è stato quello di recuperare la calzamaglia da dove l’avevo lasciata. La paura in genere mi fa sentire in catene, come un schiavo, un mancipio (dicevano i latini) che ha solo due possibilità: morire in ceppi o romperli. Emanciparsi, appunto. L’occasione è venuta con i primi viaggi a est. “Bei posti – mi diceva chi c’era stato prima di me – peccato che è pieno di zingari”. Oppure: “Ho visto i loro villaggi, le case con i tetti d’oro, enormi”. Oppure: “Hanno grandi roulotte, costeranno un milione di euro”. Cose così. Sarò stato sfigato io, ma ho trovato solo baracche di lamiera, povertà ed emarginazione. Primi dubbi.

Tempo dopo, per lavoro, sono entrato in un campo abusivo. Baraccopoli di immondizia, neonati avvoltolati in abitini di lana anche nella torride estate della lamiera, recinti per separarsi gli uni con gli altri. Ho incontrato Jovan. Stava in una roulotte a margine del campo, un rifugio appena decente. Sopra al tetto una parabola e fuori, parcheggiata, la sua Mercedes classe E. Jovan è il fratello di Gojko, in carcere, un assassino. “Uno che con l’accetta piantata in testa menava ancora”, come ebbe a dirmi il mio Virgilio. E davvero quel campo, enorme, era un inferno di odori, cloache a cielo aperto, mosche ed eternit. Una merda. Il posto più brutto che avessi mai visto. Un filo spinato separava il campo abusivo dalla “fossa”. Così mi disse Virgilio: “un posto dove nemmeno io entro mai, dove se vai da solo non esci vivo”. Intorno tutto era placido, silenzioso, assolato. Le porte di Dite sono così, dunque. Una torre di fumo si alzava poco lontano, dalla fossa: “rubano il ferro, anche dai binari, e lo rifondono. Lo bruciano per togliere i residui di gomma o altri materiali. Quel fumo è altamente tossico”. Andando via incontrai una donna, che Virgilio salutò. “Lavora come assistente famigliare. Manda i bambini a scuola. Quando possiamo, la aiutiamo”. E il cuore tenero non è una dote di cui sian colmi gli uomini in divisa. Accanto alla sua roulotte una ruota di carro appoggiata, di quelle che si trovano oggi nelle cascine imborghesite tra i fiori. Era lì, pure tra i fiori, di campo. “La ruota è il loro simbolo” mi disse. E tra me pensai a quella gente in fuga, un errore del Dio che dimenticò di dar loro una terra? Errore deriva da errare, ricordai d’aver letto in qualche libro. E chi non erra non migliora, resta sempre uguale. “Bah, puttanate da baci perugina”, e andai oltre.

Tempo dopo mi recai in un altro campo, questa volta autorizzato. Casette ordinate. Ognuna con davanti una piccola roulotte. Ogni roulotte aveva una parabola e una tenda di plastica grigia di fonte all’ingresso. Intorno al campo un’alta ringhiera di ferro. Per proteggere noi da loro. O loro da noi? Per entrare dovetti parlamentare col capo. Un tizio baffuto. Il biglietto d’ingresso fu una sigaretta. Immondizia, poca. Ma sembrava un lager. Mi venne in mente che, anche se non se ne parla mai, gli zingari finirono nei lager nazisti tanto quanto gli ebrei. Per loro però non ci sono giorni della memoria. Non hanno filosofi, non hanno artisti, non hanno scrittori. Non hanno registi.

E invece mi sbagliavo. Conobbi Laura, regista Rom, giovanissima. Aveva fatto un film sulla sua famiglia, citando Woody Allen. La incontrai a una festa Rom. Ormai avevo lasciato alle spalle l’inferno e il mio Virgilio in divisa, il baffuto capo campo del purgatorio recintato, e avevo di fronte una nuova Beatrice a mostrarmi, con la celluloide, che la loro vita paradiso non è ma inferno nemmeno. L’unico inferno è la paura. Capii che hanno paura di noi. Come io l’avevo di loro. Hanno paura delle nostre leggi, dei nostri sgomberi, delle nostre ritorsioni. Non si ribelleranno mai, i Rom, né rivendicheranno diritti. Hanno una paura vecchia di secoli intessuta sotto la pelle. Basti pensare che sono l’unico popolo a non aver mai fatto una guerra. Certo, ci sono i criminali e ci sono i ladri. Ma mettiamo da parte questa scusa dietro cui nascondiamo la nostra paura. Guardiamo un attimo più un là. Nella loro paura ho trovato specchiata la mia. Che infatti mi è passata all’istante.

Nel dicembre scorso una ragazzina della mia città per non confessare ai genitori di aver consumato un rapporto sessuale con il suo fidanzatino affermò di esser stata stuprata da due Rom. Il quartiere si incendiò di rabbia e il fuoco bruciò il campo vicino. Era tutto falso. Nella mia città una ragazzina ha trovato moralmente (e socialmente) più conveniente lo stupro al sesso. Mi sono chiesto: “Questa è la nostra morale pubblica?”. Discorsi troppo grandi per uno che ora è meglio se sta zitto. Se non va più in giro dicendosi liberqualcosa. Uno come gli altri, né meglio né peggio. Uno che, qualche anno prima, sarebbe stato in grado di bruciare un campo Rom?

Quel che volevo dire raccontando questa storia, che è mia e forse comune, è che ognuno di noi vive dentro a un campo, cintato, rinchiuso e al contempo protetto. Ognuno ha le sue prigioni. Forse dovremmo partire da qui. In questo, credo, siamo tutti uguali: zingari e non.

Chi è Matteo Zola

Giornalista professionista e professore di lettere, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e EastWest. E' stato redattore a Narcomafie, mensile di mafia e crimine organizzato internazionale, e ha scritto per numerose riviste e giornali (Nigrizia, Il Tascabile, il Giornale, Il Reportage). Ha realizzato reportage dai Balcani e dal Caucaso, occupandosi di estremismo islamico e conflitti etnici. E' autore di "Congo, maschere per una guerra", Quintadicopertina editore, Genova, 2015; e di "Revolyutsiya - La crisi ucraina da Maidan alla guerra civile" (curatela) Quintadicopertina editore, Genova, 2015.

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10 commenti

  1. A mio parere c’è un’altro problema: GLi zingari, i Rom o come vogliamo chiamarli, stentano a scendere a compromessi con le regole della società organizzata. Evitano di mettersi in competizione con la società. Per questo, sfruttano l’organizzazione civile all’interno della quale vivono. Questo determina la loro emarginazione, il fatto che siano trattati con diffidenza e che rappresentino una preoccupazione. Non sono inquadrati. Con questo non voglio dire che sia giusta la loro esclusione, ma solamente che esiste una netta differenza tra chi sta alle regole del gioco e chi invece non le accetta. I rom fanno parte di questa ultima categoria. Per loro il mendicare è un lavoro, il nomadismo è uno stato culturale secolare. Per molti non è giusto sfruttare le infrastrutture di una società organizzata a proprio vantaggio senza offrire un contributo alla crescita collettiva. Di fatto è questo che fanno.

  2. …grazie Matteo, mi sono riconosciuta nei “tuoi” Rom, come in quelli di Kusturica, ma…essendo ortodossa di Bosnia agiungerei al tuo articolo che non esiste un giorno di memoria…..per gli ortodossi adesso definiti Serbi e che durante la 2. guerra sono stati messi nei lager ..non solo tedeschi, ma anche in quelli di Jasenovac in Kroazia…e….ma noi non sapaiamo chiedere, non sapiamo parlare di noi….ci uniamo a fare festa solo per i “matrimoni e funerali” (nostri)

  3. giorgiofruscione

    io ho avuto modo di entrare in un campo di “zingari”, in un loro villaggio tra le montagne della Bosnia centrale, accolto in casa da Samira, la capo villaggio, alla quale ho chiesto diverse informazioni circa queste “diversità” presunte o reali, che di fatto l’opinione diffusa e gli stereotipi ci fanno sembrare appunto cosi “diversi”.
    innanzitutto, la questione merita contestualizzazioni geografiche: esistono diverse popolazioni nomadi (sparse per il mondo) e tra loro bisogna anche discernere tra gli indigeni e quelli invece effettivamente migranti. Nel caso della Bosnia (al secolo Jugoslavia) l’integrazione significa proprio essere tutti uguali: stessi diritti, stessi doveri e nella maggiorparte dei casi anche stessa religione.
    Unico discrimine: scegliere di essere autonomi. Scegliere di condurre una società/comunità alla propria maniera, lavorando e supportandosi a vicenda. Certo il villaggio che ho visitato era piccolo ma questa è stata la sensazione che ho avuto uscendone. l’unica cosa che queste persone desiderano è vivere autogestendosi: Samira mi ha anche raccontato che ogni tot anni viene eletto tra un “consiglio degli anziani” un Presidente per la comunità, carica che ricopriva “ad interim” proprio Samira.
    non è assolutamente giusto generalizzare dicendo che tutti gli zingari sono come quelli che ho incontrato io ma secondo me se ognumo ragionasse sulla base della propria piccola esperienza i pregiudizi sui Rom non sarebbero cosi diffusi.

  4. Raccolgo la “sfida” e racconto la mia di piccola esperienza.

    Ero alle poste di Porta Palazzo a Torino, in una di quelle code interminabili che ognuno ha sperimentato almeno una volta. Per di più era una calda giornata di giugno. Li dentro si moriva.

    La ragazza cinese in coda davanti a me si sentì male, e andò a sedersi in fondo alla sala. Abbandonai il mio posto per chiederle come stava, se voleva dell’acqua, ma no. Era incinta, mi disse, ma forse era diffidente. Mi diede solo la sua raccomandata da spedire. L’unica altra persona che si avvicinò per sincerarsi della sua salute fu una donna Rom che faceva la coda con la figlia (almeno lei aveva qualche esperienza di gravidanza!).

    Gli altri, in coda.

    Del resto ognuno ha pregiudizi che vengono facilmente smentiti. Io ne avrei un libro da raccontare.

  5. Gaetano Veninata

    segnalo – visto che sono un inguaribile egocentrico – questo reportage realizzato poco tempo fa insieme a una collega sulla situazione della comunità rom a Roma: http://www.fainotizia.it/inchiesta/19-12-2011/inchiesta-sui-rom-roma

  6. Girello Destrorsi

    Il discorso sui rom è molto ampio e difficilmente generalizzabile, da un lato come dall’altro. Ha ragione secondo me Giorgio Fruscione quando dice che bisogna sempre contestualizzare geograficamente. I rom si comportano spesso in maniera diversa in base a dove si trovano, alle tradizioni che trovano, alla società che trovano e a come si abituano a esse. E questo – sia ben chiaro – nel bene e nel male.

    Tuttavia, da quel poco che capisco, il fine di tutto il discorso di Matteo Zola era ben altro. E quello lo condivido in pieno.

  7. Laura Bartolini

    Bel libro che ho appena finito di leggere: La meravigliosa vita di Joviza Jovic, scritto a quattro mani da Moni Ovadia e Marco Revelli (gli artisti rom sono molti, più difficile è trovare cose scritte di una cultura che è fortissimamente orale, nonostante tutto).

    Documentario sul Campo Rom di Salone (Roma): Container 158, http://www.zalab.org/progetti-it/73/#.U0Ry61cfNCA
    L’Italia è l’unica in Europa a usare sistematicamente lo strumento del campo come strumento di “accoglienza” (prigione). Parlo da non esperta. La scelta dei campi e quella di non concedere cittadinanza italiana a persone arrivate dalla ex-Jugoslavia 20 anni fa e ai loro figli (nati qui) per problemi legati alla residenza sono, io credo, molto responsabili della paura, avversione, ignoranza e pregiudizio verso i Rom in Italia.

  8. “Gli esseri umani si comportano spesso in maniera diversa in base a dove si trovano, alle tradizioni che trovano, alla società che trovano e a come si abituano a esse. E questo – sia ben chiaro – nel bene e nel male.”
    L’ho corretto per te 😉