UNIONE EUROPEA: C'è del marcio in Danimarca

di Antonio Scafati

da TermometroPolitico

Gli elettori danesi di sinistra non sono soddisfatti del governo guidato dai socialdemocratici. Sono passati solo sei mesi dalle elezioni dello scorso settembre ma i delusi sono già tanti. C’è poco da dire: i sondaggi non lasciano spazio a dubbi. A fine marzo il  quotidiano Politiken ne ha pubblicato uno: solo un elettore laburista su tre ritiene Helle Thorning-Schmidt (nella foto) un primo ministro all’altezza. Pochi giorni dopo ne arriva un altro: a un migliaio di danesi è stato chiesto di indicare chi tra i tre leader della coalizione di maggioranza sta facendo meglio. Ne sono usciti dati impietosi per i due esponenti di sinistra: Villy Søvndal, leader del Partito Popolare Socialista e ministro degli Esteri, ha raccolto solo il 2%; la premier socialdemocratica Helle Thorning-Schmidt il 12%. Su tutti spicca Margrethe Vestager, che guida la Sinistra Radicale (a dispetto del nome un partito centrista) ed è ministro dell’Economia. Difficile non leggere in questi numeri la delusione di una fetta di elettorato che si aspettava di più. Sono di nuovo i sondaggi a raccontare come gli elettori di sinistra stiano abbandonando il partito Socialdemocratico e il Partito Popolare Socialista. Il primo oggi avrebbe – punto più punto meno – qualcosa come il 20%: pochissimo, per un partito che anche nei difficili primi dieci anni del nuovo millennio era stato comunque in grado di galleggiare intorno alla soglia del 25%. Peggio sta il Partito Popolare Socialista (intorno al 6%), in caduta da mesi e ormai abbondantemente superato dall’Alleanza Rosso-Verde che appoggia il governo e che ha sempre più intenzione di farlo pesare eccome, questo appoggio.

Non sono fulmini a ciel sereno. Alle elezioni parlamentari dello scorso settembre, il partito socialdemocratico aveva preso il 24,9%, mai così male dal 1903. Il Partito della Sinistra Socialista s’era fermato solo al 9,2%, sorpassato in extremis e un po’ inaspettatamente anche dalla Sinistra Radicale. Qualcosa stava succedendo e ha continuato a succedere. Sei mesi dopo, infatti, quel campanello d’allarme suona sempre più forte. Andare al governo, per la sinistra ha probabilmente complicato le cose.

Di fronte a questo scivolamento, il tentativo dei vertici della maggioranza – compresa la stessa Helle Thorning-Schmidt – è stato quello di dare poco peso ai sondaggi: non è servito a molto, come non sono servite certe spiegazioni dal sapore tecnico e un po’ superficiale. Lo scorso gennaio, celebrando (si fa per dire) i primi cento giorni da premier, e dovendo già confrontarsi con le pressioni di una grossa fetta di danesi amareggiati, la Thorning-Schmidt ha provato a spiegare perché in tre mesi molti danesi sembravano già stanchi di lei, al contrario di quanto accaduto nel 2001 quando la luna di miele tra i conservatori e l’elettorato era stata abbastanza lunga: “E’ stato sicuramente più semplice assumere la guida del paese nel 2001 rispetto a quanto accaduto a noi nel 2011”. Una risposta semplice semplice e in fondo anche vera, ma inaccettabile per una nazione che lo scorso settembre ha scelto di cambiare dopo dieci anni con i conservatori.

Il rapporto tra gli elettori di sinistra e la maggioranza guidata dai socialdemocratici è stato subito complicato. Aspettative disattese, qualche errore a ingarbugliare le cose, certe scelte di comunicazione poco oculate. Anche alcuni atteggiamenti. Come Villy Søvndal, che si è detto stufo delle critiche al suo modo di parlare. Come Helle Thorning-Schmidt che per almeno due, tre mesi (quelli iniziali) ha dato l’impressione di non essere sfiorata dalle critiche, di non sentirle neppure. Una strategia che non ha dato frutti tanto che, come evidenziato da diversi analisti politici, a metà gennaio il comportamento della premier è drasticamente e fulmineamente cambiato.

Il vero problema, però, è che molte delle promesse elettorali dei partiti della coalizione sono rimaste sulla carta. La svolta che tanti danesi aspettavano non c’è stata o comunque non è percepita. Esempi sparsi: c’erano da risolvere i nodi del mercato immobiliare; l’ambizioso piano energetico è stato approvato solo dopo che, a colpi di veti, l’opposizione conservatrice ha ottenuto molto di quello che voleva; la ‘tassa sul traffico’ a Copenhagen è stata accantonata dopo mesi di confuse trattative. Proprio quest’ultimo esempio fa capire di cosa parliamo: stretto tra pressioni esterne e debolezze interne, l’esecutivo si è infilato in un vicolo cieco. E alla fine è andato a sbattere. L’idea di istituire un pedaggio perla capitale era stato uno dei capisaldi della campagna elettorale di Villy Søvndal: col denaro recuperato si sarebbero abbassate le tariffe del trasporto pubblico. Inoltre Copenhagen avrebbe risolto il problema del traffico e dell’inquinamento. Niente da fare: dopo settimane e settimane di trattative il tavolo è saltato. Tutto rinviato a data da destinarsi, con la promessa (rinnovata) di investire risorse per migliorare i trasporti. Søvndal ne è evidentemente uscito male. La Vestager si è cautamente tenuta ai margini del polverone. Sulla premier Thorning-Schmidt sono piovute critiche del tipo “debole leadership” e “maggioranza divisa”.

Intendiamoci: non è che in sei mesi la coalizione di governo abbia collezionato solo sconfitte e imbarazzi. Qualche risultato – anche di peso – l’ha portato a casa. Ad esempio è diventato realtà per le coppie omosessuali il sogno di sposarsi tra le mura di una chiesa. E anche sull’immigrazione l’esecutivo ha ammorbidito alcuni aspetti di quel complesso normativo costruito dal precedente governo conservatore che tante critiche aveva attirato su di sé. E poi c’è la politica estera. A gennaio è iniziato il semestre di presidenza danese dell’Unione Europea e non c’è bisogno di stare a dire quanto complicato sia questo periodo per il Vecchio Continente e quanto lavoro si stia facendo a Bruxelles per tenere a galla l’euro e l’Europa. Molti esponenti del governo danese hanno avuto quindi molto da fare fuori dai confini nazionali. Ma dentro quei confini, ad aspettarli c’è sempre il problema dei problemi: la crisi economica.

Come scriveva il Nordic Labour Journal alla vigilia delle elezioni dello scorso settembre, l’80% dei danesi sarebbe andato alle urne pensando al proprio portafoglio più leggero e ai timori per il posto di lavoro. In Danimarca sono molti quelli che devono appoggiarsi in un modo o nell’altro al welfare, sono molti quelli che hanno visto un impatto sul proprio bilancio familiare, sono molti quelli che fanno i conti con l’aumento delle disuguaglianze sociali. Dal governo guidato dalla Thorning-Schmidt, i danesi si aspettavano tanto, forse troppo. Ridurre le disuguaglianze sociali (come promesso in campagna elettorale) non è cosa facile in tempi come questi e soprattutto non è facile farlo in soli sei mesi. Resta il fatto che a oggi il cambio di passo non s’è visto. La Danimarca è in recessione tecnica e la disoccupazione è sempre lì, intorno al 6%.

Ecco allora che nei sondaggi l’opposizione conservatrice è data in netta ascesa ed ecco che qualcuno già comincia a fare il toto-nome per la successione alla Thorning-Schmidt. Anche in questo caso nei sondaggi sono due i nomi che si sono messi in risalto: Nicolai Wammen, classe 1971, ex sindaco di Aarhus e oggi ministro per gli Affari Europei, e Mette Frederiksen, parlamentare da una decina d’anni e attuale ministro dell’Occupazione. Improbabile che qualcuno all’interno del partito socialdemocratico tenti di fare le scarpe già oggi alla premier: resta il fatto che anche questo contribuisce ad alzare la pressione.

In questa cornice e con questi problemi Helle Thorning-Schmidt deve e dovrà affrontare sfide decisive. A partire dalla riforma del welfare, visto che lo Stato Sociale danese così com’è non ha futuro. Considerato che quasi certamente il deficit è destinato a salire, da qualche parte bisognerà tagliare. Lo si sa da un po’. Il governo ha cominciato a tastare il terreno ma la vera battaglia politica dovrebbe cominciare in autunno: facile prevedere una battaglia di quelle toste. Per il governo sarà bene arrivarci con una coalizione se non più forte almeno coesa.

Chi è Matteo Zola

Giornalista professionista e professore di lettere, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e EastWest. E' stato redattore a Narcomafie, mensile di mafia e crimine organizzato internazionale, e ha scritto per numerose riviste e giornali (Nigrizia, Il Tascabile, il Giornale, Il Reportage). Ha realizzato reportage dai Balcani e dal Caucaso, occupandosi di estremismo islamico e conflitti etnici. E' autore di "Congo, maschere per una guerra", Quintadicopertina editore, Genova, 2015; e di "Revolyutsiya - La crisi ucraina da Maidan alla guerra civile" (curatela) Quintadicopertina editore, Genova, 2015.

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12 commenti

  1. “Qualche risultato – anche di peso – l’ha portato a casa. Ad esempio è diventato realtà per le coppie omosessuali il sogno di sposarsi tra le mura di una chiesa”

    1) le coppie omosessuali non sognano di sposarsi tra le mura di una chiesa ( qualcuno lo farà ma é un problema suo).
    2) Il governo danese ha presentato lo scorso 14 marzo un progetto di legge sul Matrimonio Egualitario che include anche i matrimoni in “chiesa”. La legge a me risulta ancora all’esame del parlamento. Si spera sia approvata a breve ed entri in vigore nell’estate dell’anno prossimo.

    voi italici resterete dove siete fino a quando non capirete che i diritti civili sono un problema di TUTTI e non solo “dei gay” o “delle donne”.

    ps: non “primo ministro”, Prima Ministra. il genere femminile esiste, usiamolo.

  2. errata: si spera che la legge entri in vigore nell’estate di Quest’anno. il 15 June 2012 per essere esatti.

    la legge é questa, btw:
    http://www.ft.dk/samling/20111/lovforslag/l106/index.htm

  3. Ciao Eitan, ti invito a scrivere direttamente all’autore dell’articolo, se lo ritieni il caso. Ma a me pare più che altro una svista, il fatto che la legge non sia ancora entrata in vigore; che poi qualche coppia omosessuale voglia sposarsi “in chiesa”, perché no?

    Piuttosto, il “voi italici” mi sembra una generalizzazione gratuita.

    Infine, su primo ministro / prima ministra… la questione è complessa e personalmente “prima ministra” non mi piace (così come sindaca, medica, etc). Mi sembra più adeguato utilizzare un termine maschile in senso unisex (mia sorella è medico) piuttosto che genderizzare ogni parola.

    A presto,
    d.

  4. Personalmente concordo con Eitan quando dice che i problemi dei diritti civili non sono solo di minoranze (che poi, le donne, mi sa che sono la maggioranza della popolazione) ma che riguardano il progresso democratico dell’intera società visto che la società non è fatta a compartimenti stagni.

    Sulla genderizzazione: l’italiano non ha genere neutro. Si usa il maschile perché si è sempre trattato di professioni esclusivamente maschili. C’è quindi una rivendicazione di parità nel pretendere una genderizzazione che è legittima: il linguaggio è il modo con cui rappresentiamo la realtà. Se il linguaggio è maschile, la realtà è maschile. Da letterato di provincia, però, trovo orribile “la ministra” et similia. E’ più forte di me. Non lo scriverò mai, nemmeno venisse il signor Della Crusca a impormelo! 🙂

    Matteo

  5. Matteo mi hai rubato la risposta! 🙂

    Ciao Davide!

    grazie per la risposta 🙂 grazie anche per l’invito a contattare l’autore ma non ve n’é bisogno.

    Sul genderizzare: ha risposto già Matteo comunque potrei aggiungere che per me non é neppure questione di “genderizzare” é questione e please, take this in the spirit in which it is intended (senza animosità o spirito polemico, quindi) di buon senso o senso del ridicolo.

    Questo intestardirsi a voler usare il maschile per definire una donna che occupa una funzione ufficiale mi pare comico….é una di queste cose surreali che passano per normali in queste nostre società ancora così poco razionali (sempre meno razionali, del resto)
    e perché, poi, il maschile sarebbe neutro? perché il maschile sarebbe unisex? chi lo ha deciso?

    Io non “genderarizzo”, uso il femminile per definire una donna. Il femminile serve a quello. Usare il maschile per una Prima Ministra si che é genderizzare.
    Prima Ministra non é né bello né brutto: é la realtà.
    “la Maestra” va bene ma “la Prima Ministra” é brutto?
    Vi pare brutto o orrendo perché il discorso dominante vi ha abituato a pensare che sia brutto. Its all in the mind.

    La lingua, come ha ben notato Matteo, riflette la cultura.L’uso del maschile rispecchiava una società in cui le donne non potevano accedere a certe funzioni. Ora possono. La lingua si adegua e cambia.

    Se una donna diventa prima ministra o Regina si usa il femminile.
    Se un uomo diventa primo ministro o Re si usa il maschile.
    Punto. No? Non vedo sia il problema.
    btw: c’é stato un dibattito infuocato su questo in Spagna dove l’accademia Reale della lingua ha pubblicato un testo che difendeva la tua posizione.

    comunque la soluzione é presto trovata: voi parlate di Primo Ministro io parlo di Prima Ministra 🙂

    Buona Giornata!

    ps: Matteo, credo che il “signore” della Crusca sia una signora 😛

  6. Rivendico la proprietà intellettuale della risposta di Matteo. 🙂

    PS.L’Unione Europea in merito ha pure prodotto un documento in cui si dice che qualcosa del tipo “meglio usare termini neutro, ma siccome in alcune lingue il neutro è maschile non va bene. però per non complicare le traduzioni da una lingua all’altra diciamo che va bene” … =X…

    PPS. Il dibattito potrebbe andare molto oltre “Ministro/Ministra”. Per esempio, perchè si dice “Monti” e “LA Fornero”, “Sarkozy” e “LA Merkel” (o addirittura la signora Merkel, che sembra la panettiera di fiducia) ? (e via dicendo per professori…pensate ai vostri docenti del liceo..)
    è divertente però pernsare che in non mi ricordo quale paese “Infermier*” ha solo il genere femminile…

    baci

    • Bonaiti Emilio

      Apoditticamente Eitan Yao sostiene che: “le coppie omosessuali non sognano di sposarsi tra le mura di una chiesa”. Non avendo in questo campo vaste conoscenze mi domando: a questa affermazione é arrivato attraverso studi statistici o ricoprendo posti di responsabilità in gruppi gay?

  7. @il Signor Boniaiti.

    Buonasera, in realtà la mia era una critica a come l’autore ha trattato il tema del Matrimonio Egualitario. Quello che volevo dire é che il punto é un altro e che stiamo parlando di diritti civili,di un grande progresso democratico e di un evento molto importante ( non solo per la comunità LGBT, ma per tutta la società danese) nella storia di una nazione che é stata pioniera nel riconoscimento dei diritti LGBTQI e che ci ha dato eroi come l’attivista gay Axel Axgill ( che é morto pochi mesi fa a 96 anni).

    sulle chiese: Oggigiorno ci sono moltissimi gay e lesbiche religiosi ( la religione é di moda….) e molti di loro vogliono, naturalmente, sposarsi in chiesa. Grazie alla legge danese potranno farlo.
    Come gay me ne rallegro con tutto il cuore perché é per questo che io mi batto.

    Come ateo e miscredente, però, non dimentico la storia del crisitianesimo e quello che i cristiani hanno fatto e fanno a noi LGBTQI.

    • Bonaiti Emilio

      Caro Eitan come cristiano sono d’accordo con te sulle colpe delle gerarchie ecclesiastiche ma penso che tutte le religioni nmonoteistiche siano parimenti colpevoli. Mi permetto di aggiungere che liquidare il bisogno di Dio che molti gay e lesbiche manifestano con una frasetta come “la religione é di moda” sia troppo riduttivo.

      • @Bonaiti
        Buon giorno, grazie per la risposta.

        Sul tema del monoteismo: sì, concordo, però l’omofobia nella sua forma moderna e contemporanea é in larga misura un prodotto del monoteismo occidentale.

        sui gay religiosi: no, io nel tema che lei pone non entro, non mi permetto di entrare. Da laico mi limito a giudicarlo nel suo aspetto socioculturale. Visto in ques’ottica é un fenomeno complesso che ha, ovviamente, molteplici cause tra le quali un certo effetto “moda”….detta in altro modo: la religione é dans l’air du temps….

        L’irruzzione della religione nel movimento gay ha creato tensioni e posto nuovi problemi. La mia risposta é sempre la stessa e si riassume in una parola: Laicità.
        Non vedo dove sia il problema nel fatto che qualcuno che lotta con me per i diritti LGBT sia religioso.
        Io ho un problema con gente come Lucio Dalla o con omosessuali cattolici come, per esempio, Nichi Vendola che si dichiarano contro i diritti LGBT. (Non mi piacciono neppure quegli omosessuali religiosi che vogliono trascinare tutti noi gay nel loro conflitto privato con la loro religione…..io non sono crisitano. l’unica cosa che chiedo alle chiese cristiane é che mi lascino in pace).

        Il movimento gay cambia, evolve, si apre e questo é un fenomeno positivo. Abbiamo opinioni diverse però dobbiamo restare uniti per lottare per i nostri diritti.

        Grazie ancora per la risposta.

        Buona giornata!

  8. Bonaiti Emilio

    Caro Eitan, ti chiedio scusa se non ho ben capito. Stai sostenendo che oggi l’omofobia ‘nella sua forma moderna e contemporanea’ é più sviluppata nel mondo occidentale che in quello islamico?

    • @Bonaiti,

      Buongiorno,
      No, per carità! Mi sono spiegato male, me ne scuso.

      Ho detto che l’omofobia attuale, nella sua forma moderna e contemporanea, può essere vista come un prodotto di quella che latouche chiama l’occidentalizzazione del mondo.

      L’occidente ha globalizzato il mondo, diffuso la sua cultura e le sue ossessioni…..ossessioni che erano, in larga misura, frutto della sua religione dominante

      Molti paesi di quello che un tempo si chiamava il “terzo mondo” proibiscono l’omosessualità perchè i fervidi colonizzatori inglesi imposero ovunque codici penali che sanzionavano l’omosessualità come il peggiore dei crimini.

      Non parlo solo del passato, del resto: in Africa, in Asia molte sette crisitane spendono ogni anno milioni di dollari per diffondere l’odio omofobo. Un esempio: dietro l’immonda legge Ugandese che sanziona l’omosessualità con la pena di morte si trova un gruppo evangelico americano.

      Ripeto: concordo con lei che tutti e tre i monoteismi sono colpevoli ma non tutti nella stessa misura.

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