Imbarcazioni abbandonate nel Lago d'Aral

ASIA CENTRALE: Aral, il lago che non c’è più

Girava in queste settimane sul web un video caricato da un pilota di linea intento a sorvolare il Lago d’Aral. A un certo punto del video è il pilota stesso a considerare che “si vede chiaramente il fondo del mare”. Non c’è nulla di poetico in questa frase, purtroppo, ma solo la constatazione – tanto incontrovertibile quanto drammatica – che il lago non c’è più, al suo posto solo il segno lasciato nella nuda terra, nel deserto. Il suo fondo, appunto. Non è un caso che il Lago d’Aral venga oggi descritto come il “deserto più giovane del mondo”, quello che si è formato sugli oltre 60 mila chilometri quadrati da dove l’acqua si è ritirata.

I numeri del disastro

Proprio in questi stessi giorni ricorrono i trent’anni dalla fondazione del Fondo Internazionale per la Salvezza del Lago d’Aral. Istituito nel 1993 dai presidenti di Uzbekistan, Kazakistan, Turkmenistan, Tagikistan e Kirghizistan ha lo scopo di mettere in campo le azioni necessarie per superare la crisi ambientale della regione e migliorare la situazione socioeconomica nel bacino. Sono trent’anni esatti, dunque, ma c’è ben poco da festeggiare, come ha dovuto onestamente riconoscere il Comitato Esecutivo del Fondo riunitosi per l’occasione in Tagikistan, a ben sei anni dall’ultimo incontro svoltosi in Turkmenistan, nel 2018.

Un incontro che ha dovuto prendere atto che nella regione si sta consumando il più grande disastro ambientale dell’Asia centrale, disastro perfettamente descritto dalla freddezza delle cifre: dei 68 mila chilometri quadrati di superficie di sessant’anni fa ne restano solo otto mila, un regresso che posiziona il lago dalla quarta alla nona posizione al mondo per estensione. Di concerto, il volume d’acqua si è ridotto di oltre dieci volte, passando da mille chilometri cubi a meno di cento, con una profondità massima che è oggi di soli venti metri contro i settanta del passato. A voler essere precisi, tra l’altro, è persino improprio parlare di Lago d’Aral, poiché esso è ormai diviso in quattro bacini distinti: il Piccolo Aral – nel settore settentrionale – i bacini orientali e occidentali del Lago d’Aral meridionale, e il Lago Barsakelmes, il minore dei quattro.

Le cause e gli effetti

Sulle cause della catastrofe non ci sono dubbi, così come non ci sono dubbi sul fatto che è stata la mano dell’uomo a provocarla. Non è un caso, infatti, che – parlando d’Aral – il raffronto tra il “prima e il dopo” parta da ciò che il lago era sessant’anni fa e ciò che è adesso. E proprio a quell’epoca, infatti, che risale la realizzazione delle opere di canalizzazione dei principali fiumi che alimentavano il bacino, l’Amu Darya e il Syr Darya. Opere volute dal governo dell’Unione Sovietica per deviare le acque verso le aree desertiche ove si voleva incentivare la coltivazione dei cereali e del cotone nell’ambito del piano di coltura intensiva promosso dal regime.

Un effetto collaterale calcolato, peraltro, noto anche alle autorità dell’epoca e ritenuto accettabile. E un effetto che ha mostrato i primi segni già a partire dagli anni Cinquanta del secolo scorso, aumentando progressivamente nei decenni successivi, di pari passo con il depauperamento dei corsi d’acqua proseguito anche dopo la fine dell’Unione Sovietica, soprattutto per volere del primo presidente dell’Uzbekistan indipendente, Islom Karimov, deciso a mantenere l’impostazione di sfruttamento dell’area come leva per consolidare il proprio potere politico.

Gli effetti diretti della situazione sono facilmente immaginabili e riguardano soprattutto una drastica riduzione della biodiversità, sia vegetale che animale, anche in relazione all’aumento esponenziale della salinità delle acque – cresciuta di dieci volte – che ha reso impossibile la sopravvivenza di molte specie di pesci. E sono infatti le ripercussioni sulla pesca, uno degli indotti economici più evidenti della crisi, al pari di tutto ciò che ruota attorno a questa pratica. Al punto che le immagini più iconiche del disastro sono quelle che rappresentano le barche abbandonate a distanza di chilometri dalla costa.

Forse meno evidenti – ma non per questo meno gravi, anzi – sono gli effetti “indiretti”, quelli legati soprattutto alle polveri. Le polveri che si formano per l’erosione dei suoli vengono infatti trasportate dai venti, a tonnellate, in giro per tutta l’Asia Centrale e persino a centinaia di chilometri di distanza, al punto che ne sono state trovate anche nei ghiacciai più alti del Pamir. E sono la causa di malattie renali e, soprattutto, respiratorie, cosicché tra gli abitanti della regione i tumori ai polmoni risultano cinque volte superiori rispetto alla media europea e la mortalità infantile è seconda sola a quelle delle aree subsahariane.

È in questa direzione che si è mossa un’importante iniziativa promossa dal governo uzbeko finalizzata alla messa a dimora di piante resistenti alla siccità, le cui radici consentono di trattenere il terreno, impedendo che la sabbia e il sale possano disperdersi in atmosfera. Oltre un milione di ettari di deserto è già stato bonificato con questa tecnica e in futuro è previsto il lancio del progetto denominato “il mio giardino è il lago d’Aral” che ha l’obiettivo di impiantare centomila alberi.

Oltre le apparenze, la mancanza della volontà di cooperare

La riunione del Comitato Esecutivo, cui hanno preso parte i presidenti di tutti i paesi membri, ha ammesso la drammaticità del contesto ma, al di là di un generico riconoscimento dell’insufficienza (anche economica) dello sforzo fatto sinora, non ha dato alcuna indicazione concreta di come e di quanto si intende spendere per cercare di tamponare la crisi. Crisi che, come evidenziato dal presidente uzbeko, Shavkat Mirziyoev, potrebbe addirittura approfondirsi in relazione alla costruzione di un’opera di regimazione che il governo dei talebani sta finalizzando in Afghanistan e che porterà a un’ulteriore diminuzione del volume d’acqua immessa nel sistema dall’Amu Darya.

Il Fondo sembra, tuttavia, solo l’ennesimo ente internazionale, buono a salvare le apparenze ma – alla prova dei fatti – esente della reale volontà di cooperare. Il dibattito resta a livello politico, senza il necessario coinvolgimento di esperti e tecnici che possano – davvero – discutere le possibili soluzioni. E senza, soprattutto, che il problema sia affrontato a scala regionale, come dovrebbe. I singoli stati si muovono alla spicciolata, privi di coordinamento, attenti a spendere in casa propria e apparentemente indisponibili a mettere a fattore comune quanto necessario. Una politica miope ed egoista che non aiuterà a riportare l’acqua nel lago.

(Foto Agenparl.eu)

Chi è Pietro Aleotti

Milanese per caso, errabondo per natura, è attualmente basato in Kazakhstan. Svariati articoli su temi ambientali, pubblicati in tutto il mondo. Collabora con East Journal da Ottobre 2018 per la redazione Balcani ma di Balcani ha scritto anche per Limes, l’Espresso e Left. E’ anche autore per il teatro: il suo monologo “Bosnia e il rinoceronte di pezza” ha vinto il premio l’Edizione 2018 ed è arrivato secondo alla XVI edizione del Premio Letterario Internazionale Lago Gerundo. Nel 2019 il suo racconto "La colazione di Alima" è stato finalista e menzione speciale al "Premio Internazionale Quasimodo". Nel 2021 il racconto "Resta, Alima - il racconto di un anno" è stato menzione di merito al Premio Internazionale Michelangelo Buonarroti.

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