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RECENSIONE: Il malessere turco di Cengiz Aktar

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Titolo: Il malessere turco

Autore: Cengiz Aktar

Editore: Il Canneto

Pagine: 100

Prezzo: euro 16

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Recensione di Vanni Rosini

 

Pubblicato in Italia grazie alla casa editrice Il canneto nel 2022, “Il malessere turco” di Cengiz Aktar (edizione originale: “Le malaise turc”, Empreinte Éditions, 2020) è un agile saggio storico-politico che ripercorre in modo fluido i principali snodi della “relazione millenaria di attrazione vicendevole tra la Turchia e l’Europa” il cui inizio viene fissato dall’autore alla fine del XV secolo, periodo nel quale le forze dell’Impero Ottomano, califfale e islamico, conquistarono Costantinopoli, ponendosi in continuità con il precedente potere costituito, quello bizantino, ed ereditandone in parte anche le matrici culturali e politiche. In seguito alla caduta della città nel 1453, il sultano Mehmet II “il Conquistatore” si proclamò Qaysar-ı Rum, “Cesare di Roma”. Un anno dopo, stabilì il Millet greco-ortodosso, configurando un articolato sistema di amministrazione delle differenze religiose e inserendosi a pieno titolo in una storia ampia e trasversale che fa della compagine ottomana, e successivamente della Turchia, non solo un nostro vicino in termini geografici, ma una “parte di noi”, un attore costantemente in dialogo con l’Europa.

Tra occidentalizzazione e de-occidentalizzazione

Cengiz Aktar propone una periodizzazione tramite la quale interpreta la storia contemporanea della Turchia come un alternarsi di processi di occidentalizzazione e de-occidentalizzazione della sua società e delle sue istituzioni. Una prima decisa fase di occidentalizzazione è rilevabile tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo, definito dal grande storico turco İlber Ortaylı il “secolo più lungo dell’Impero” in ragione del gran numero di eventi epocali condensativisi, quando l’Impero riformò le sue strutture militari, burocratiche ed amministrative, emulando quelle occidentali e garantendo la continuità dello Stato come entità investita di un ruolo di assoluta preminenza sugli individui. È in questi anni che iniziò a prendere corpo un nuovo immaginario collettivo laico che soltanto con la rivoluzione kemalista giungerà, investendo le masse, a pieno compimento. L’autore, politologo e docente universitario, esamina criticamente e con lucidità il processo di costruzione artificiale di un immaginario occidentalizzato, forzatamente imposto dall’alto alle masse religiose considerate “retrive”, vittime di una forma di alienazione dalla propria stessa patria, prive di legittimità al cospetto del nuovo modello di cittadino: il “turco laico”. Lo spazio sincretico e cosmopolita che aveva contraddistinto l’Impero Ottomano venne prepotentemente sostituito da uno stato nazione omogeneo ed uniforme. Il paradosso della costruzione della nazione turca ravvisato da Aktar giace nella compresenza di un forte impeto laicizzante, accompagnato da un riferimento costante alla religione intesa quale “solo cemento capace di far pensare ad una parvenza di nazione”. La sua ambizione universalista e volontaristica si scontrò con il suo carattere escludente, che determinò l’espulsione dei non musulmani dal corpo della nazione attraverso programmi di ingegneria demografica e pulizia etnica (ai danni di greci, armeni, siriaci) e la “turchificazione” dei musulmani di etnia non turca (curdi, circassi). Aktar, iniziatore nel 2008 della campagna “Chiedo scusa” (Özür Diliyorum) dedicata  ai “fratelli armeni” vittime del genocidio del 1915, riconosce nella pulizia etnico-religiosa un “atto fondativo” della Repubblica, ricordo rimosso che ha impedito la formazione di un vero contratto sociale tra le diverse componenti della società turca. In una delle due interviste che arricchiscono il volume, lo storico francese e curatore del blog Susam Sokak Étienne Copeaux, si sofferma sul significato del prefisso öz- (puro, autentico), sovente annesso alla parola Türk, quale dispositivo semantico atto a riconfermare la solidità di un’identità in realtà debole e instabile. La nuova Repubblica cercò di fondare la propria legittimità entro i confini di uno “spazio imprendibile”, l’Anatolia, verso il quale si erano concentrate negli anni ondate migratorie di musulmani non turchi provenienti dai Balcani e dal Caucaso (macedoni, albanesi, epiroti, circassi) definitisi “turchi” dopo aver implicitamente accettato le regole codificate di quella “turchicità” assurta a identità ufficiale ed unico elemento in grado di fornire una coscienza nazionale.

Dall’Europa a Gezi: dare un senso al “regime” turco

Aktar individua nel 2002 una svolta epocale nell’ambito della storia della Turchia contemporanea. L’avvento dell’Islam politico, con la vittoria elettorale dell’AKP (Partito della Giustizia e dello Sviluppo), impresse una decisa inversione di tendenza, ponendo fine all’ondata di occidentalizzazione iniziata nel XIX secolo e riaffermando pubblicamente l’identità musulmana, sapientemente conciliata, almeno in un primo momento, con le istanze della modernità, del pluralismo e dell’avvicinamento all’Unione Europea, già intrapreso a partire dal 1999 e, sotto il governo Erdoğan, funzionale all’estromissione dei militari dai gangli del potere. Il fallimento dei negoziati di ingresso nel 2005, conseguenza, secondo l’autore, di un loro deliberato sabotaggio promosso da paesi storicamente ostili alla Turchia (Grecia, Cipro, Francia) si è rivelato un “appuntamento mancato” che ha accelerato il processo di de occidentalizzazione, consegnando il paese ad un “islam politico fuori controllo”. Sganciata definitivamente dall’Europa, la Turchia è precipitata in una dinamica negativa, un “malessere” generale intensificato dalle proteste di Gezi Park e dagli scandali finanziari del 2013, che ne hanno sancito in modo inesorabile l’allontanamento dall’ordine politico e sociale democratico. Per l’attuale regime politico turco, così come si è venuto a configurare a seguito del passaggio al sistema presidenziale nel 2017, a contare sono solo le regole della maggioranza e i “bisogni della politica”, non lo stato di diritto. A seguito di una controrivoluzione de-occidentalizzante, la Turchia di oggi, nella quale la maggioranza sunnita è depositaria della “volontà nazionale”, si presenta quale nemesi moderna della vecchia Turchia occidentalizzata che mirava ad escludere proprio quella maggioranza sunnita. I vari periodi storici analizzati si contraddistinguono per una continuità di fondo degli elementi dello statalismo, dell’autoritarismo, laico o ispirato all’Islam politico, della mancanza del pluralismo e di un contratto sociale tra le varie componenti della società. Aktar conclude la sua trattazione formulando un’amara previsione sulle sorti del regime, da lui impropriamente definito “totalitario”, reputando improbabile che la sua fine “possa essere ottenuta pacificamente attraverso un cambiamento democratico tramite le urne” e affermando che il “malessere turco” andrà ad accentuarsi anche in virtù dell’atteggiamento cinico di un’Europa incline a rapportarsi alla Turchia ora con cieco distacco, ora con complicità, atterrita dalla prospettiva di danneggiare i propri interessi economici e di compromettere l’accordo sui migranti siglato nel 2016.

Con “Il malessere turco”, Cengiz Aktar compone un saggio critico dal respiro ampio, attento alle rotture e, soprattutto, alla permanenza di continuità e linee di sviluppo storico capaci di fornire un quadro approfondito e moderatamente obiettivo della realtà sociale e politica della Turchia contemporanea, del suo rapporto con l’Europa, delle sue stimolanti prospettive future.

 

Foto: l’illustrazione di copertina realizzata da Selçuk Demirel

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