Croazia euro Schengen

CROAZIA: Adozione euro e ingresso in area Schengen, come sta andando?

Il 1° gennaio 2023, a dieci anni dal suo ingresso nell’Unione europea, la Croazia ha adottato l’euro ed è entrata nell’area Schengen. A distanza di un mese, quali sono gli effetti più visibili di questo passaggio storico? All’appello del cambiamento, come stanno rispondendo le molte voci della società?

L’euro e l’aumento dei prezzi

A seguito dei pareri unanimi delle istituzioni europee già a metà dello scorso anno, la Croazia è diventata il ventesimo Paese nella zona euro. Dopo aver munito le banche di monete e banconote, riprogrammato tutti gli ATM e adeguato i sistemi informatici di pagamento, con l’inizio del nuovo anno la transizione dalla kuna all’euro ha formalmente fatto il suo corso. Il primo effetto, peraltro previsto, è stato l’aumento generale dei prezzi. Con la crisi energetica in corso e i rincari sulle materie prime, la guerra in Ucraina e gli strascichi della pandemia, l’inflazione costituiva già una preoccupazione per i croati. Gli stessi sondaggi condotti nel 2020 dalla Banca Centrale croata (HNB) riportavano il timore di una salita dei costi a fronte di salari invariati con l’adozione dell’euro. La stessa HNB ha però anche ricordato che gli andamenti dell’inflazione previsti per il mese di gennaio indicavano che l’introduzione della moneta unica in Croazia avrebbe avuto un impatto tutto sommato lieve.

Secondo i regolamenti del Governo, la conversione dei prezzi deve rispettare il criterio per cui 1€ equivale a 7.5 kune. È stato proprio il ministro dell’Economia Davor Filipovic a mettere da subito sull’attenti tutti gli esercenti: «Quello che ho detto oggi alle catene di distribuzione, e quello che sto dicendo a coloro che cercheranno di approfittare del passaggio all’euro e realizzare un profitto a spese dei nostri cittadini, è che non la faranno franca e che il governo farà tutto ciò che è in suo potere per proteggere il tenore di vita dei cittadini». Per chi non rispetta la regola, sono previste “liste nere” e il blocco dei prezzi dei beni venduti.

Eppure, i costi di prodotti e servizi sono aumentati. Il 20 gennaio, riporta Euronews, l’ispettorato governativo ha condotto un controllo su 1.000 negozi, denunciandone più di 240 per ingiustificati aumenti dei prezzi nelle prime settimane dall’introduzione dell’euro. La sanzione per le aziende è di 26.000€ e fino a 1.090€ per i singoli commercianti. La risposta degli esercenti non si è fatta attendere. L’associazione dei commercianti croata ha infatti respinto le accuse, ricordando che eventuali rialzi dei prezzi sono necessariamente da inserire all’interno di una ormai nota crisi energetica e delle risorse. Aggiungendo, poi, che la Croazia registrava già uno dei tassi di inflazione più elevati dell’UE nel 2022 e che dunque non sia corretto parlare di speculazione ai danni dei consumatori.

È chiaro che per avere un dettaglio più concreto degli andamenti dei costi sarà necessario aspettare i prossimi report. Per il momento, la Banca Centrale di Zagabria ci informa che l’inflazione non pare abbia sconvolto grandi equilibri, ma ricorda anche che era stato anticipato un trend mondiale di deprezzamento delle materie prime e che dunque il rischio di un picco dei costi non va messo da parte. Intanto, i consumatori sembrano sentire invece i primi effetti dell’addio alla kuna e attraversano i confini alla ricerca di prodotti a miglior prezzo, ad esempio nella vicina Slovenia.

I nuovi confini con l’ingresso nell’area Schengen

L’anno nuovo ha anche segnato l’ingresso della Croazia nell’area Schengen, che garantisce la libera circolazione senza controlli alle frontiere tra Stati UE. Un risultato frutto di anni di veti e negoziazioni, commentato con entusiasmo dalla presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen: «La prossima generazione di croati crescerà nel contesto Schengen. Le persone potranno viaggiare liberamente, i controlli non ostacoleranno gli affari», evidenziando i vantaggi concreti per chi vive in aree transfrontaliere o che si trova a doverle attraversare quotidianamente per ragioni personali e lavorative.

Se i festeggiamenti sono evidenti alle frontiere europee, in Serbia e Bosnia Erzegovina aumentano le preoccupazioni. Allentando i blocchi alle dogane da una parte, sono intensificati invece i controlli lungo i punti di passaggio dei migranti che attraversano la rotta balcanica. Per anni, sono stati documentati episodi di violenza da parte della polizia croata ai danni dei migranti che attraversavano i villaggi serbi e bosniaci al confine. Associazioni non governative, tra cui Amnesty International e Human Rights Watch, avevano richiesto a più riprese che la Croazia fosse accolta nell’area di libera circolazione solo dopo la cessazione degli abusi ai danni dei migranti, con un meccanismo indipendente di monitoraggio alle frontiere.

Lo “stop” non si limita al transito irregolare. Nonostante le recenti rassicurazioni del primo ministro Andrej Plenković, per cui «non vogliamo che i nuovi confini Schengen della Croazia e dell’Unione Europea siano alcun tipo di ostacolo e fortezza che rallenta il flusso di persone o merci», emergono due scenari meno accomodanti. Il primo, burocratico e amministrativo, nel medio termine: a partire da novembre 2023, bosniaci e serbi che vorranno entrare in Croazia dovranno richiedere un’autorizzazione di viaggio online chiamata ETIASEuropean Travel Information and Authorization System. Una documentazione aggiuntiva che nasce dalla necessità di rafforzare ulteriormente i controlli alle dogane dell’UE. Il secondo, attuale e logistico. Oltre ai timori provenienti da fonti serbe, relative al rallentamento delle verifiche dei documenti di persone e merci alle dogane, si aggiungono le critiche da parte della Camera di Commercio estero della Bosnia-Erzegovina, che evidenzia complicazioni e alle ricadute negative sull’export dovute a controlli più severi, tradotti in attese più lunghe.

L’aumento dei controlli serrati alle frontiere esterne all’UE da parte della Croazia entra così in collisione con il raggiungimento di un obiettivo storico per il processo di integrazione europea, come quello della libera circolazione. Una contraddizione prevedibile che evidenzia il gioco di compromessi in uno Stato che si trova nel cuore di una scacchiera geopolitica.

Foto: Wikimedia

Chi è Ivana Ristovska

Nata nel 1996 a Štip (Macedonia del Nord), vive in Piemonte. Laureata in Scienze Internazionali a Torino, con una sosta francese a Sciences Po Lyon e una formazione pregressa in Comunicazione Interculturale. Attualmente operativa nel settore della progettazione ambientale. Attività che trova posto accanto ad un costante sguardo verso la storia e il presente dell'area balcanica. Ne parla qui su East Journal.

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