CALCIO: La strada verso i Mondiali in Qatar

di Marco Pedone

“The winner to organize the 2022 FIFA World Cup is Qatar!”: con queste parole il 2 dicembre 2010 l’allora presidente della FIFA Joseph Blatter annunciava il Qatar come Paese ospitante per i Mondiali di calcio 2022. Una storica prima volta per il piccolo emirato, primo Stato del Sud-Ovest Asiatico ad ospitare il torneo. A pochi giorni dall’inizio della più importante manifestazione calcistica quadriennale, l’ex presidente Fifa ha rilasciato un’intervista al quotidiano svizzero Tages Anzeiger, in cui ha affermato: “Il mondiale in Qatar? Un errore, una scelta pessima. È un paese troppo piccolo. Il calcio e la coppa del mondo sono troppo grandi per questo”.

Luci e ombre dei Mondiali di calcio in Qatar

Senza ombra di dubbio la ventiduesima edizione del campionato mondiale di calcio è la più controversa nella storia di questo gioco. Partendo dal fatto che per la prima volta verrà disputato  in una stagione diversa da quella estiva, poiché le temperature in Qatar tra giugno e luglio oscillano tra i 40 e i 50 gradi, negli ultimi dodici anni la strada verso questo mondiale è stata caratterizzata da una serie di luci e ombre.

Le prime perplessità sono iniziate a sorgere nel 2013, quando un’inchiesta del Guardian ha portato alla luce le condizioni disumane in cui versavano gli operai addetti ai lavori per la costruzione degli stadi. Nel 2015, nel tentativo di indagare le condizioni dei lavoratori all’interno del Paese, quattro giornalisti della BBC sono stati arrestati e tenuti in custodia per due giorni. Nel giugno dello stesso anno, il Wall Street Journal ha riportato come l’International Trade Union Confederation avesse stimato la morte di 1200 lavoratori migranti, la maggior parte provenienti dall’Asia meridionale, nei primi tre anni di lavori in preparazione ai Mondiali. L’ultima indagine del Guardian, risalente al 23 febbraio 2021, sosteneva che il numero dei lavoratori migranti morti fosse arrivato a 6500.

Due giornalisti francesi, Sébastian Castelier and Quentin Muller, hanno recentemente pubblicato un libro dal titolo ““Les Esclaves de l’Homme Pétrole”, in cui sono state raccolte più di sessanta testimonianze da parte di operai che hanno contributo in questi anni alla realizzazione delle strutture predisposte ad ospitare i Mondiali. Una delle più significative è stata quella di Krishna Timislina, operaio per diversi anni in Qatar, che è arrivato a parlare di “inferno sulla terra”, con turni di lavoro fino a diciotto ore al giorno. Krishna ha dichiarato: “Condizioni di vita precarie, pessima qualità dell’acqua e turni interminabili, sappiamo che la nostra salute è danneggiata, ma avevamo altra scelta?” Probabilmente no, considerando che spesso il sequestro del passaporto era la prima azione compiuta da parte delle autorità.

“Paese nostro, regole nostre”

A far scalpore negli ultimi giorni sono state anche le parole dell’ex calciatore qatariota Khalid Salman, che in un’intervista alla televisione tedesca Zdf ha affermato che l’omosessualità è una malattia mentale. In Qatar i rapporti tra maschi adulti sono ritenuti illegali, mentre non vi è menzione per quanto riguarda l’omosessualità femminile. Attualmente la legge punisce la sodomia consenziente con pene da uno a tre anni di reclusione e non vi è alcun riconoscimento giuridico per le coppie omosessuali.

Da questo punto di vista il Qatar è stato molto chiaro nelle ultime settimane: “Paese nostro, regole nostre”. Questa presa di posizione ha dato vita ad un forte dibattito tra chi sostiene più che legittime le richieste qatariote, dal momento che si parla del Paese ospitante, e chi invece non ritiene giusto sottostare ai dettami di chi non rispetta i diritti umani di base.

Domenica sarà data la parola al campo con Qatar-Ecuador alle ore 17:00. E almeno sul prato verde ci si augura di vedere uno spettacolo migliore di quello degli ultimi dodici anni.

foto di copertina: AFP

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