MONTENEGRO: Lo scontro tra presidente della Repubblica e parlamento blocca il paese

Continua l’instabilità politica in Montenegro. Lo stallo istituzionale, nato dallo scontro tra il presidente della Repubblica Milo Djukanović e il parlamento, blocca il paese e impedisce la formazione del nuovo governo.

Il Montenegro piomba nuovamente nel caos politico. Il parlamento di Podgorica ha approvato lo scorso 1°novembre una nuova legge sui poteri del presidente della Repubblica, che di fatto va contro le disposizioni del testo costituzionale vigente. Ciò ha scatenato immediatamente le critiche via social e le proteste per le vie della capitale, sostenute dai partiti all’opposizione. Tutto questo ha condotto ad un aggravamento della già confusa situazione attorno alla formazione del nuovo governo. L’esecutivo uscente infatti, guidato da Dritan Abazović, era stato sfiduciato lo scorso 19 agosto. Da allora il paese è in una situazione di crisi politica senza una soluzione all’orizzonte.

La legge incostituzionale

La legge sui poteri del presidente della Repubblica è solo la punta dell’iceberg. Approvata da una maggioranza ristretta, 41 parlamentari su 81 seggi presenti in parlamento, la nuova legge prevede che il presidente sia obbligato a proporre un primo ministro designato, se quest’ultimo ha il parere favorevole di almeno 41 parlamentari. Qualora tale maggioranza non sia raggiunta, il presidente è chiamato ad organizzare un secondo giro di consultazioni con i partiti politici e proporre un altro candidato. La nuova legge permette quindi alla maggioranza dei parlamentari di firmare una petizione e sostenere un candidato a ricoprire il ruolo di premier, nel caso in cui il presidente si sia rifiutato di proporlo. Quanto contenuto nel nuovo testo legislativo va, però, contro le disposizioni costituzionali. La costituzione montenegrina infatti afferma che il presidente deve, entro 30 giorni, iniziare il giro di consultazioni con i partiti e proporre un primo ministro designato, che abbia il sostegno firmato di almeno 41 parlamentari. L’accusa a questa legge quindi, mossa da varie ONG, è quella di minare i poteri costituzionali del presidente e di anteporre gli interessi di partito alla costituzione, e di conseguenza alla volontà popolare.

Il conflitto sulla legge rispecchia la crescente tensione tra il premier uscente Abazović e il presidente della Repubblica Milo Djukanović, leader del Partito Democratico dei Socialisti (DPS), ora all’opposizione. Il premier uscente ha pubblicamente accusato il presidente di essere responsabile di aver gettato il paese verso la destabilizzazione politica, abusando dei suoi poteri costituzionali e bloccando il dialogo politico.

La crisi politica come antefatto

L’antefatto della scelta di approvare una legge cosi’ controversa va ricercato nella crisi politica da cui il Montenegro non riesce ad uscire sin dal voto di sfiducia dello scorso agosto. Una via d’uscita dall’instabilità sembrava essere rappresentata da un nuovo esecutivo, formato dal Fronte Democratico (filo-serbo, DF), i Democratici (Demos) e il partito di Abazović, Azione unitaria per le riforme (URA). Tale coalizione aveva individuato nella figura di Miodrag Lekić (Demos), un passato da diplomatico durante il regime di Slobodan Milošević, la persona a cui affidare il mandato per formare un governo.

L’accordo era stato raggiunto solo poche ore prima della scadenza per presentare il candidato al presidente, ma non c’erano le 41 firme necessarie dei parlamentari, corrispondenti ai loro seggi in parlamento. Perciò, nella lettera inviata a Djukanović dal leader del DF, Andrija Mandić, per chiedergli di conferire l’incarico a Lekić, erano elencati i nomi dei partiti che sostenevano la scelta, ma mancavano le firme dei parlamentari. Demos, guidato da Dragan Krapović, aveva dato solo sostegno verbale al candidato, mentre URA si era astenuta dal firmare qualsiasi candidatura. Di conseguenza, il 20 settembre, il presidente Djukanović si è rifiutato di nominare Lekić primo ministro, arrivando a proporre elezioni anticipate.

Il vuoto istituzionale che preoccupa l’UE

Da quel 20 settembre, e con i recenti sviluppi del 1°novembre e le relative proteste di piazza, il Montenegro sta scivolando verso un vuoto istituzionale che preoccupa l’UE. Garantire elezioni democratiche sarebbe infatti ancor più difficile data la situazione in cui versano i principali organi costituzionali dello stato. Ad oggi, infatti, la corte costituzionale è bloccata e non può pronunciarsi, dato che è sotto mandato tecnico. Lo stesso dicasi per la procura, per la Corte suprema, che è al momento guidata da un presidente ad interim, e per il Consiglio della magistratura. Di fatto quindi, gli unici organi legittimamente in carica sono il presidente della Repubblica e il parlamento, ora in conflitto tra loro.

La soluzione proposta da Bruxelles riguarda l’elezione nel minor tempo possibile dei giudici della Corte Costituzionale, la cui nomina permetterebbe al paese di porre fine allo stallo costituzionale e di non intaccare la democraticità delle istituzioni. Tutto questo si inserisce nel difficile percorso di avvicinamento del Montenegro all’UE, che può essere velocizzato solo attraverso il rafforzamento dello stato di diritto. La sessione parlamentare del 22 novembre sarà, in tal senso, decisiva per assicurare la piena funzionalità della corte.

Il futuro della legge e del paese

Per ciò che concerne il futuro della legge, nella giornata del 7 novembre il presidente Djukanović si è avvalso di quanto è scritto nella Costituzione, rifiutandosi di promulgare la legge perché incostituzionale anche se approvata dalla maggioranza, e l’ha rinviata al parlamento. Qualora però la maggioranza parlamentare si esprimesse nuovamente a favore, il presidente dovrà promulgarla a prescindere dal suo contenuto.

Nel frattempo, una prima protesta organizzata da associazioni vicine al DPS del presidente è andata in scena lo scorso 8 novembre, mentre una seconda manifestazione e’ stata annunciata per il 17 novembre: le richieste rimangono l’abolizione della legge, lo sblocco delle istituzioni fondamentali dello stato e la possibilità di garantire elezioni parlamentari anticipate. La situazione, che riflette il crescente conflitto tra il presidente della Repubblica e suoi sostenitori da una parte e le forze filo-serbe alleate con il premier uscente Abazović dall’altra, è perciò in evoluzione e quanto mai delicata.

Foto: Glas Amerika

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