BALCANI: A cosa serve la Comunità politica europea?

E’ andata in scena al Castello di Praga, lo scorso giovedì 6 ottobre, la prima riunione della Comunità Politica Europea, il nuovo progetto di integrazione continentale, già pianificato da tempo e fortemente voluto dal presidente francese Emmanuel Macron e dal presidente del Consiglio europeo Charles Michel. A prender parte al nuovo consesso ben 44 stati, scelti non in quanto membri UE, ma seguendo un criterio territoriale, arrivando perciò a ricomprendere, tra gli altri paesi extra-comunitari, i sei paesi dei Balcani occidentali ancora alle prese con il processo di integrazione comunitaria.

Una comunità tutta da definire

Il primo incontro si è svolto con una sessione plenaria d’apertura, tavole rotonde su due macro temi (pace e sicurezza, energia, clima e situazione economica), ma anche incontri bilaterali e una sessione di chiusura. Secondo le parole di Macron e nella sua idea originaria, la nuova forma di cooperazione dovrebbe riguardare settori quali energia, sicurezza, trasporti, e libera circolazione delle persone, ovvero temi delicati nei quali un dialogo politico tra Stati di uno stesso continente è imprescindibile.

Oltre a pensare una politica comune sui temi sopracitati, il vertice si proponeva di inviare un chiaro messaggio di condanna per l’aggressione russa all’Ucraina, dimostrando coesione tra i restanti paesi europei, dato che geograficamente avrebbero dovuto essere presenti nella capitale ceca anche Russia e Bielorussia. Nonostante la grande partecipazione però, anche dei più scettici come Germania e UK, sono molteplici gli interrogativi che restano in sospeso. Il portavoce del Consiglio d’Europa, Daniel Holtgen, ha affermato su Twitter che il format resta da definire.

Infatti, una delle critiche mosse alla nuova comunità, nasce dal fatto che gran parte dei temi per cui essa si propone di sviluppare strategie condivise, rientrano già tra i compiti di altre organizzazioni, almeno sulla Carta. La maggioranza degli stati partecipanti, sono già membri dell’UE, del Consiglio d’Europa e della NATO. In realtà, però, la CPE presenta delle caratteristiche inedite rispetto ad esse. L’analogia con il Consiglio d’Europa riguarda solo il numero di stati che compongono i due organismi (46 contro 44), ma il nuovo forum non concentra la sua attenzione sul rispetto dei diritti umani e dello stato di diritto. Per quel che concerne l’argomento sicurezza invece, l’OSCE, l’Organizzazione per la sicurezza e cooperazione in Europa, già annovera nel suo mandato alcune garanzie quali il controllo degli armamenti, libertà di stampa ed elezioni libere ed eque. Tuttavia, il fatto che quest’ultima organizzazione e la NATO si siano rivelati inefficaci nel trattare con la Russia, ha portato immediatamente la nuova Comunità politica europea ad essere definita come “OSCE senza Russia”. Ma anche in tal caso la differenza non è di poco conto, poiché la CPE, a differenza dell’OSCE, non prevede una dimensione politico-militare e non annovera tra i suoi membri paesi esterni al continente europeo.

Rimane alto, in ogni caso, il rischio più che concreto che la Comunità Politica Europea sia un forum vuoto, l’ennesimo organismo privo di potere decisionale che porterà via tempo e investimenti necessari affinché i paesi in attesa di entrare nell’UE riescano a soddisfare gli standard richiesti per essere parte dei 27.

Balcani occidentali, vantaggio o ennesimo ostacolo all’ingresso nell’UE?

Emblematica in tal caso, ma non certo unica, la condizione dei 6 paesi dei Balcani occidentali (Albania, Bosnia ed Erzegovina, Kosovo, Macedonia del Nord, Montenegro e Serbia), il cui processo di adesione comunitaria sembra non arrivare a un punto di svolta e le cui trattative con Bruxelles vanno avanti da decenni tra promesse non mantenute e disillusioni. Quest’ultimi sono stati rassicurati sul fatto che il progetto intergovernativo non ostacolerà il dialogo per il loro ingresso nell’UE, e i leader balcanici hanno sottolineato come questo nuovo consesso li avvicinerà ai 27, ribadendo che  la Comunità politica Europea non verrà però considerata come sostituto dell’Unione.

Tuttavia le rassicurazioni vengono offuscate dagli stessi identici problemi che resero fallimentare il vertice UE-Balcani occidentali, svoltosi lo scorso 23 giugno, e che rischiano di inficiare ogni azione politica concreta che il progetto di Macron mira a realizzare. L’elevato numero di stati coinvolti rappresenta già un ostacolo al raggiungimento di accordi condivisi e alla possibilità di metterli in atto, e a questa difficoltà si sommano le tradizionali rivalità e/o dispute territoriali tra i 44 paesi presenti a Praga. Nel contesto dei Balcani occidentali, i rapporti tra Serbia e Kosovo sono l’esempio più evidente. Infatti, anche se il mese scorso si era aperto con un accordo tra Pristina e Belgrado per l’abolizione dei documenti di ingresso e uscita in entrambe le direzioni per i cittadini dei due paesi, le questioni aperte rimangono tantissime e la strada verso il riconoscimento continua ad essere più che in salita, senza considerare la posizione ambigua della Serbia riguardo l’allineamento alle sanzioni di condanna alla Russia. Al momento il dialogo tra Serbia e Kosovo continua al di fuori della CPE, mediato come sempre dall’UE. L’unica nota positiva  e non trascurabile, è la presenza del Kosovo in questo nuovo consesso internazionale su un piano di parità, dato che esso non trova rappresentanza nell’OSCE e nel Consiglio d’Europa. 

Il futuro della Comunità Politica Europea, un forum informale o istituzionalizzato?

A proposito di Consiglio d’Europa, il rispetto dei diritti umani e dello stato di diritto sembrano, per ora, non essere una precondizione affinché uno stato possa essere invitato a far parte della CPE. L’opinione pubblica internazionale infatti ha sottolineato con un certo fastidio la presenza del presidente turco Recep Tayyip Erdoğan nella foto dei 44 leader presenti a Praga, ma anche del presidente ungherese Viktor Orban e di quello azero Ilham Aliyev. Ad ogni modo, però, la CPE ha permesso che per la prima volta sedessero allo stesso tavolo il leader azero e il premier armeno, Nikol Pashinyan

Il punto di forza della nuova comunità potrebbe infatti essere la sua informalità rispetto alle altre istituzioni e la possibilità di incontri diretti tra i leader per dar voce ai propri interessi nazionali. Di fatto, essa potrebbe aspirare a rappresentare una via alternativa per agevolare la risoluzione di storiche controversie, quali per l’appunto quella tra Azerbaijan e Armenia, Serbia e Kosovo, o tra Turchia e Grecia ( per citarne alcune). Non a caso l’intento dichiarato è la creazione di un format flessibile, lontano dalla burocratizzazione e dalla rigidità, ma che al contrario sia incentrato su tavole rotonde con composizione ristretta e incontri bilaterali.

Tuttavia, la mancanza di una dichiarazione congiunta al termine del primo vertice, al momento amplifica le preoccupazioni circa il carattere di forum vuoto. Il prossimo incontro dovrebbe svolgersi tra 6 mesi e verrà ospitato dalla Moldavia, paese geograficamente prossimo al teatro di guerra ucraino. Proprio Chișinău e Kiev, guardano con particolare interesse al progetto, nella speranza che agevoli e non ostacoli il loro processo di adesione all’UE, come nel caso dei paesi balcanici. 

L‘ informalità scelta nel primo incontro sembra, però, poter essere idonea solo momentaneamente. Se l’idea è quella di riunire una famiglia europea contro la Russia, in grado di affrontare congiuntamente le questioni urgenti e la sicurezza a lungo termine, allora il format visto a Praga è l’ideale, dato che un ruolo cruciale nelle scelte dei paesi sarà svolto dagli interessi più che dai valori. Ma, come seconda via affinché la Comunità politica europea sia in grado di diventare un reale punto di riferimento per il futuro geopolitico del continente, è più opportuna una sua istituzionalizzazione, che qualora non avvenisse potrebbe presentare dei problemi. Le istituzioni UE dovrebbero stabilire l’agenda e garantirne il seguito per evitare la nazionalizzazione del progetto, nonché rendere l’accesso alle istituzioni europee più diretto ai paesi partner. In quest’ottica già si è parlato di l’organizzazione di pre-vertici Ue allargati ai partner e la creazione di un forum parlamentare composto da membri del Parlamento europeo e dei parlamenti dei Paesi partner. Se verrà seguita questa strada, la democraticità e il rispetto dello stato di diritto dovranno essere un requisito fondamentale dell’ingresso nella CPE. Solo il tempo sarà in grado di dirci quali saranno le sorti di questo nuovo consesso intergovernativo.

Foto: Euractiv

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