TURCHIA E GRECIA: il ruolo della musica nelle identità nazionali

 

A tutte le persone che abbiano avuto occasione di viaggiare in Turchia e in Grecia, ma anche più in generale nei Balcani o nei paesi del Levante, sarà capitato di imbattersi nell’inevitabile questione relativa ai nomi di cibi e bevande, attribuiti di volta in volta ad un Paese o ad un altro: il caso più noto è quello del caffè turco, ma gli esempi sono innumerevoli, dal rakı ai baklava, passando per i moltissimi meze, gli antipasti comuni a tutte le cucine del Mediterraneo orientale.

Siamo partiti dalla tavola, in quanto esperienza comune e condivisa, per raccontare come un fenomeno simile avvenga anche in altri aspetti culturali, magari meno noti e forse ancora più insospettabili.

Le tradizioni musicali, in particolare, sono un esempio significativo di questo meccanismo identitario, analizzando il quale possiamo suggerire delle chiavi di lettura applicabili anche in altri ambiti.

Il caso del rebetiko greco

Portiamo come esempio emblematico il caso del rebetiko greco e del suo strumento-simbolo, assurto quasi a vessillo nazionale, il bouzouki.

Questo liuto e il piccolo baglamas sono stati gli indiscussi protagonisti di quel genere musicale che, nato nei café aman di Costantinopoli e Smirne negli anni Venti del Novecento, fu poi trapiantato e coltivato nelle aree suburbane di Atene e Salonicco, ad opera dei profughi greci d’Asia Minore.

Cresciuta nel disagio delle periferie, come altri generi popolari urbani europei – pensiamo al fado o al flamenco – la musica rebetika sarà inizialmente associata al mondo della malavita e dei locali malfamati, e come tale osteggiata (quando non esplicitamente vietata) dalle autorità elleniche.

Quindi quella che oggi è considerata una delle radici musicali della Grecia moderna, fonte di ispirazione per gli autori di musica popolare contemporanea (laiká), a lungo è stata invece guardata con sospetto; ugualmente i suoi interpreti, non solo discriminati per status sociale e comportamenti devianti (tra cui l’abuso di oppio ed hashish), ma anche in quanto “turchi”, come venivano considerati e chiamati.

In effetti mostravano profonde radici microasiatiche, poiché condivise con le danze della Tracia orientale e della costa egea della penisola anatolica, tanto le forme dei brani del rebetiko che la loro denominazione, che fosse greca o turca: zeibekiko e zeybek, karsilamas e karşılama, chasapiko e kasap havası

Va da sé che, dall’altra parte, tali danze fossero rivendicate con orgoglio come autenticamente ed esclusivamente turche.

Anche quello che oggi è uno dei simboli più iconici della cultura greca, il bouzouki, appare come l’ennesima declinazione, in chiave greca e occidentale, dell’ampia famiglia dei liuti lunghi orientali, diffusi in varie forme dai Balcani all’Asia centrale.

Insomma, già questo caso da solo si propone come un inestricabile rompicapo culturale, linguistico e identitario, per il quale non solo la risposta alla “questione delle origini” pare più complicata del previsto, ma la domanda stessa si rivela oziosa e forse mal posta.

Il melting pot dell’Impero Ottomano

Prima di saltare alla conclusione, fuorviante quanto semplicistica, che l’origine di tutto sia quindi da ricercare nella sola Turchia e nella cultura anatolica, dobbiamo fare un passo indietro.

Un aspetto da tenere sempre presente, nella comprensione delle dinamiche dell’area ex-ottomana, è che l’identità nazionale turca in quanto tale ha meno di un secolo, essendosi costituita la Repubblica nel 1923, su chiaro modello occidentale.

La dinastia degli Osmanlı aveva viceversa fondato l’essenza dell’Impero sulla sua natura multietnica: si trattava di un crogiuolo culturale composto da varie popolazioni/confessioni (chiamati millet, “nazioni”), in cui i vari apporti si incrociavano e fondevano, particolarmente nei grandi centri urbani come Salonicco, Smirne (l’attuale İzmir) e naturalmente Costantinopoli (l’odierna İstanbul).

In questa prospettiva, possiamo immaginare come le città d’Asia Minore risuonassero costantemente di musiche e parole greche, sefardite, armene, curde, turco-ottomane, per citarne solo alcune.

Il nazionalismo moderno e le costruzioni d’identità

Sarà con il progressivo distacco e l’indipendenza dei territori dei Balcani e del Vicino Oriente, appartenenti per secoli all’Impero Ottomano, che prenderà piede il concetto moderno e occidentale di “nazione”, intesa non solo come popolo etnicamente omogeneo, ma anche stanziato in un territorio definito e organizzato in uno Stato.

Solo a quel punto diverrà fondamentale segnare anche dei confini culturali, intestando alla propria Nazione l’esclusiva di elementi culturali riconoscibili. È così che le tradizioni si rivelano dei mezzi formidabili per affermare, costruire e raccontare la propria identità; fino ad arrivare alla forzatura o semplificazione storica, quando non alla vera e propria invenzione, come analizzato e spiegato magistralmente nel famoso Invention of Tradition di J.E. Hobsbawm e T. Ranger.

Tornando allo specifico musicale, la diffusione di melodie, ritmi e danze, a prescindere da rigide quanto arbitrarie frontiere nazionali, ci ricorda quanto la cultura e le tradizioni disegnino mappe e percorsi ben più complessi di ogni univoca ed esclusiva narrazione identitaria, che vengano da una o dall’altra parte del confine.

Se vorremo comprendere più a fondo il luogo in cui ci troviamo, varrà la pena di ascoltare le storie, più articolate e meno rassicuranti, che spesso solo la musica sa raccontare.

Chi è Sergio Pugnalin

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