Artivismo, ecco come i russi protestano contro la guerra

L’artivismo è il soggetto di una recentissimo volume di Vincenzo Trione pubblicato per Einaudi, grazie al quale siamo in grado di interpretate e comprendere alcuni dei fenomeni artistici più recenti.

L’artivismo è la tendenza ad unire l’arte all’attivismo, consacrata nel 2020 dalla rivista inglese “Art Review”, che ha posto in cima alla Power 100 – la classifica delle personalità più influenti nell’art system – il movimento Black Lives Matter. 

L’artivismo può presentarsi attraverso sembianze “collettive”, come il Black Lives Matter, o come forma di espressione del singolo. Alcune specifiche condizioni storico-sociali, tuttavia, lo spingono sempre più verso questa seconda declinazione: alla crisi dei movimenti di massa e delle loro tipiche modalità d’azione si è aggiunta la pandemia, che ha ulteriormente ristretto il campo d’azione artistico della piazza. Anche la guerra, per ragioni diverse, ha evocato una volta di più l’utilizzo dell’artivismo in chiave individuale.

Alexandra Skochilenko. Il 13 aprile un tribunale distrettuale di San Pietroburgo ha messo in carcere fino al 31 maggio, in custodia cautelare, l’artista e musicista Alexandra Skochilenko, accusata di aver fornito informazioni consapevolmente false sul conflitto in corso. A partire dal 31 marzo, Skochilenko aveva iniziato a sostituire le etichette dei prezzi dei prodotti all’interno della catena dei supermercati Perekryostok di San Pietroburgo con le ultime novità dal fronte: i cartellini, nelle fattezze, erano pressoché identici. Su alcuni di essi si poteva leggere: “L’esercito russo ha bombardato una scuola di Mariupol. Circa 400 persone si stavano nascondendo lì dal fuoco dell’artiglieria”; “Questa settimana l’inflazione ha raggiunto il suo livello più alto dal 1998 a causa del nostro intervento militare in Ucraina. Fermiamo la guerra!”. La polizia è intervenuta su segnalazione di un cliente del supermercato e le telecamere di sicurezza hanno incastrato Skochilenko, che ora rischia da una multa di 3 milioni di rubli fino a un periodo di 5-10 anni di carcere. L’artista ha ammesso la propria colpevolezza, ma ha voluto sottolineare di non aver diffuso alcuna falsa notizia. Il suo esempio ha scatenato immediatamente una serie di imitatori: nei giorni seguenti sono state arrestate altre persone con accuse simili. Il “Guardian” ha riportato i casi di Andrei Makedonov, medico di 59 anni che ha messo in atto la medesima protesta di Skochilenko, nonché quello di Tatiana Popova, multata di 30.000 rubli per aver appeso dei cartellini: No alla guerra! sui giocattoli di un altro centro commerciale.

Malenkiy piket (Piccolo picchetto). Si tratta di un movimento artistico nato a San Pietroburgo, che dissemina omini colorati e altre piccole figure (i picchettatori) con messaggi pacifisti in tutta la Russia. Uno degli ideatori del progetto ha creato dei mini-manifesti con le istruzioni per partecipare alle azioni del movimento, li ha distribuiti sulle strade, e poi ha scritto al sito paperpaper.ru con la preghiera di diffondere quelle istruzioni. “Siamo un collettivo artistico decentralizzato e richiediamo una pratica artistica minima per aderire” – ha raccontato a eHabitat uno dei creatori di Malenkiy Piket. “Basta infatti plasmare la figura del picchettatore, collocarla in qualche luogo e pubblicarla online per entrare a far parte del nostro gruppo. Non importa chi sia stato il primo o il secondo a lanciare questa forma di protesta: quello che è importante è il processo, l’atto del fare“. Questa forma di azione si sta affermando in tutto il mondo: le foto vengono pubblicate sul profilo Instagram ufficiale del progetto, contestualizzate e geolocalizzate, benché le autorità russe siano già arrivati a comminare multe ad alcuni tra gli ideatori.

Elena Osipova. La figura di questa attempata signora, solita trascorrere varie ore coi propri cartelli di protesta a San Pietroburgo, è ben nota anche in Italia, dove è stata ribattezzata come la nonna per la pace. Da queste parti, tuttavia, spesso le sue azioni sono state descritte – seppur benevolmente – con una sfumatura di ironico velleitarismo. In realtà, Osipova proviene dall’ambiente dell’Accademia dell’arte di San Pietroburgo, e i suoi sforzi per coniugare insieme arte e attivismo cominciano nel 2002 dopo i fatti del teatro Dubrovka: “Signor Presidente! Cambia rotta urgentemente! Lascia stare la Cecenia”, si rivolgeva a Putin. I suoi cartelli non contengono solo un testo scritto, ma sono veri e propri disegni in cui il testo giunge a supporto del messaggio da veicolare. Uno di questi, “Soldato, lascia cadere la tua arma e diventerai un eroe”, il 27 febbraio di quest’anno le è costato l’ultimo arresto in ordine di tempo. La sua opera è stata paragonata a quella di Marina Abramović, che pure, come sappiamo, ha sempre fatto delle performance statiche il centro della propria ricerca. Sono due artiste contemporanee e coetanee (tra loro c’è solo un anno di differenza) che rappresentano azioni di resistenza circondate dalla folla ostile che le osserva. 

Ecco, a chi ancora si facesse domande sul senso attuale dell’arte si potrebbe rispondere con questo elenco (minimo) di esempi. L’arte, nella sua declinazione “impegnata”, dopo i primi weekend di protesta di piazza (e qualche episodio di attivismo come quello della giornalista Marina Ovsjannikova) è uno dei pochi ambiti che ancora riesce ad esprimere dissenso rispetto all’operato di Putin e nei confronti della guerra. Né la sua diffusione pare ben tollerata dal governo russo, che reprime tali fatti con particolare severità, forse per il timore dell’emulazione.

Del resto, al fenomeno dell’artivismo la comunicazione russa ha risposto con le statue della nota babushka con la bandiera sovietica in mano. Un’operazione dal gusto postmoderno che può giusto strappare un sorriso a qualche nostalgico, ma che non impatta concretamente sulle idee di nessuno (davvero si vuol far credere di poter tornare ai tempi del comunismo?), né denuncia alcunché; ma soprattutto, rispetto alle modalità proprie dell’artivismo, risulta vecchia e superata: una statua siffatta incarna a tutti i livelli un ritorno al passato che non ha ragione di essere. Come se non bastasse, l’anziana donna, divenuta famosa per aver accolto i soldati ucraini con la bandiera dell’Unione Sovietica (!), nei giorni successivi all’episodio ha visto la propria casa distrutta da un colpo di mortaio russo ed è finita in ospedale con il marito. Gli ucraini non le hanno torto un capello, come avrebbe fatto comodo alla propaganda della controparte, e lei ha iniziato a sostenere un’idea generica di pace (non più pace russa) dicendosi disinteressata alle statue e ai murales che le vengono dedicati.

Foto: Ansa

Chi è Alessandro Ajres

Alessandro Ajres (1974) si è laureato all’Università di Torino con una tesi su Gustaw Herling-Grudziński, specializzandosi nello studio della lingua e letteratura polacca. Nel 2004 ha conseguito il dottorato di ricerca in Slavistica con un lavoro sull’Avanguardia di Cracovia, da cui scaturirà poi il volume Avanguardie in movimento. Polonia 1917-1923 (Libria 2013). Attualmente è professore a contratto di Lingua Polacca all’Università di Torino.

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