CINEMA: Cannes – Mariupolis 2, l’opera spezzata

Presentato a Cannes in proiezione speciale il documentario ambientato a Mariupol nei primi mesi del conflitto, diretto dal regista lituano Mantas Kvedaravicius, ucciso sul fronte il 2 aprile scorso.

Ambientato interamente in una comunità rifugiatasi nei sotterranei di una chiesa evangelica battista, il film segue la loro quotidianità, sospesa nel tempo, ritmata dai continui bombardamenti. Ciò che rende particolare Mariupolis 2 è la presenza della guerra che si esprime quasi solo nel sonoro: una soundscape continua di esplosioni e spari pervade la pellicola, ma anche in fasi in cui ci viene riferito che mezzi militari si trovano in vicinanza, o che è stato ritrovato un fucile, questo non ci viene mai mostrato. Addirittura, non viene mai menzionata una o l’altra fazione, l’unica considerazione esplicita di qualsiasi tipo viene fatta da un superstite in uno stralcio di dialogo. È una guerra che viene vissuta nei suoi risultati più che nella sua azione attuale, che diventa visibile in particolare nelle suggestive panoramiche della città al crepuscolo, immersa nel fumo.

Mariupolis, il documentario del 2016 dello stesso regista presentato al festival di Berlino e semisconosiuto al pubblico, descriveva la monotonia di una città nel corso di una conflitto (più ristretto) vissuto passivamente. Si può ipotizzare così che Mariupolis 2 intenda descrivere una simile paralisi, pur essendo le condizioni radicalmente cambiate, ed il pericolo imminente. Si riscontra questa stasi nell’intero film,  nella dilatazione di ogni inquadratura, spesso fissa e distante, ma anche nell’immobilità dei superstiti, le cui vicende personali vengono peraltro poco approfondite, se non in un paio di casi specifici.

Chiaramente, a prescindere da quali fossero le intenzioni originali di Kvedaravicus, l’interruzione prematura della produzione del film nelle prime fasi delle riprese non può che influire sul risultato finale. Il montaggio, operato dai collaboratori (sotto la supervisione della co-regista Hanna Hilbrova) ha dovuto fare i conti con un materiale disponibile molto ridotto rispetto a quello di un lungometraggio. Certamente le tempistiche brevi della post-produzione hanno ulteriormente reso difficile il compito di pubblicare un film che possa far onore al sacrificio di Kvedaravicus e che al contempo possa esprimere una sua qualità intrinseca. Forse proprio le limitazioni giovano al film, che riesce a ricostruire una sua atmosfera,a raccontare la tragedia di Mariupol attraverso un continuo metodo di sottrazione. Certamente, è un documentario necessario per la contemporaneità, e la sua standing ovation contrasta molto con l’indifferenza che ricevette il precedente documentario di Kvedaravicius.

Chi è Viktor Toth

Cinefilo focalizzato in particolare sul cinema dell'est, di cui scrive per East Journal, prima testata a cui collabora, aspirante regista. Recentemente laureato in Lingue e Letterature Straniere all'Università di Trieste, ha inoltre curato le riprese ed il montaggio per alcuni servizi dal confine ungherese-ucraino per il Telefriuli ed il TG Regionale RAI del Friuli-Venezia Giulia.

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