Mariupol'

Non le sentite tremare le finestre dopo l’assedio di Mariupol’?

Gli invasori russi sparano in aria per disperdere la folla. La gente ha paura, quella paura che non dimentica il coraggio. Sono scesi in piazza, li affrontano a mani nude, con le bandiere legate al collo, e gli gridano di andarsene da Cherson. I soldati non sanno che fare. Non erano pronti a tutto questo, quando guardano in faccia la gente – che gli parla nella loro lingua – emerge nella coscienza il dubbio che questa guerra non sia la loro. Ma un soldato obbedisce. Alcuni sono giovani, poco più che ragazzi, hanno anche loro paura. Qualcuno ha avuto coraggio, e ha disertato. Ma sono casi isolati.

L’esercito obbedisce e scarica nell’assedio di Mariupol‘ quindici ore di bombardamenti. A tremare sono anche le nostre finestre. Quell’assedio è messo in scena per noi. Ci dobbiamo spaventare.

Gli obiettivi sono i civili. Siamo noi. Nascosti nelle cantine, i reparti di pediatria. Nascosti nelle cantine, i bambini fanno scuola. Nascosti nelle cantine, i vecchi e le medicine. E i padri disarmati, le madri serie. La neve per avere acqua, lavarsi un po’. I malati assistiti dalla pietà, gli ospedali senza elettricità. La fuga sugli autobus, ventiquattr’ore per venti chilometri, salvare la pelle. Tenere i figli lontano dai finestrini, il corpo, il giaccone di mamma, in cui affondare. I ceceni fanno il lavoro sporco.

I ceceni, mandati a “normalizzare”, che entrano nelle città senza regole d’ingaggio. A quelli il coraggio di abbattere vite come al macello non manca. Non sono ragazzi spauriti, non sono soldati affamati, ma criminali addestrati all’ecatombe. Sparano sulle macchine che escono dalle città, da Kiev, da Kharkiv, e la gente scrive “bimbo a bordo” sui vetri, andate piano, non investiteci con una raffica. Quelli che sventolano la bandiera della pace, lo sanno come ti apre un ceceno? L’unica guerra che si ha diritto di combattere, è quella per difendere le proprie case. Lo diceva Pertini, che ne sapeva qualcosa. E quindi decidete, gente. Lasciamo che si difendano con i sassi e le fionde?

Le popolazioni di Mariupol’, Volnovakha e Irpin stanno lasciando le città. Regioni si svuotano, profughi a migliaia, la gente fugge all’avanzata dei ‘liberatori’ russi. I corridoi umanitari per portarli via non sono ancora aperti per tutti. I russi li tengono dentro, in ostaggio. Come se non bastasse tenere in ostaggio un paese intero.

Le nostre finestre tremano, ma ancora ci balocchiamo in dietrologie, alla ricerca di ragioni e torti, e mentre Mariupol’ sprofonda c’è chi non trova di meglio che parlare, ancora e ancora e ancora, dei neonazisti, del battaglione Azov, e porcherie varie che bisognava dire quand’era ora, non svegliarsi adesso facendo da grancassa al Cremlino. Non ci sono estremisti di destra nel parlamento ucraino. Lo sapete? In Russia invece ci sono, e non frega niente a nessuno.

L’Ucraina è un paese pieno di contraddizioni, di problemi, di limiti, una democrazia appena nata, e nata in guerra. E certo, c’è stato estremismo, sono stati compiuti crimini, la strage di Odessa, l’estrema destra in piazza, i paramilitari con insegne neonaziste. Bravi, avete scoperto l’acqua calda. Roba di sette anni fa che trova adesso le pagine dei giornali. Un tempismo perfetto, quello dei propagandisti.

Il mio bambino è piccolo e biondo, ha gli occhi azzurri. Non dorme in uno scantinato, non beve la neve, non conosce la paura, come gli animali che non conoscono l’uomo. A Kiev un bambino uguale conta le ore da un bombardamento all’altro, dorme sotto un’intercapedine, non esce a giocare. Ma sempre a tirare in mezzo i bambini, che roba patetica! E per cos’altro si vive? La vita dei bambini, e dei più deboli, è la misura della nostra civiltà. Ci sono anche loro sotto le bombe. C’è un’idea di civiltà sotto le bombe. La vita è fatta di poche cose, un lavoro, una casa, una famiglia, tutto quello che si chiede alla vita sta in tre parole. Sono questi i diritti umani. A Kharkiv, Mariupol’, Kiev, questi semplici diritti sono negati. La solidarietà umana, la pietà, dove sono? Ognuno guarda al suo ombelico almanaccando di ragioni e torti, blaterando di atlantismi e nazismi, sventolando pacifismi che servono solo a lavarsi le mani. Tutto questo adesso sta a zero. La diplomazia ha fallito. Si sono compiuti errori, se ne faranno ancora. Ma non le sentite tremare le vostre finestre? E le mani?

Immagine da Depositphoto, scattata a Kiev 26/02/2022

Chi è Matteo Zola

Giornalista professionista e professore di lettere, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e ISPI. E' stato redattore a Narcomafie, mensile di mafia e crimine organizzato internazionale, e ha scritto per numerose riviste e giornali (EastWest, Nigrizia, Il Tascabile, il Giornale, Il Reportage). Ha realizzato reportage dai Balcani e dal Caucaso, occupandosi di estremismo islamico e conflitti etnici. E' autore di "Congo, maschere per una guerra" e di "Revolyutsiya - La crisi ucraina da Maidan alla guerra civile" (curatela) entrambi per Quintadicopertina editore (2015).

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