MIGRANTI. Non solo ucraini: un’emergenza caduta nel silenzio al confine polacco

Anche se caduta nel silenzio, l’emergenza umanitaria sul confine tra Bielorussia e Polonia continua. Abbiamo raccolto alcune testimonianze

Sospesi in un limbo. Così può essere descritta la situazione dei migranti intrappolati sul confine tra Bielorussia e Polonia da ormai diversi mesi. L’emergenza umanitaria ha raggiunto il suo picco di risonanza nel novembre del 2021, dopodiché il silenzio. Ma sappiamo bene che, se una crisi lascia spazio a notizie più fresche, non significa che questa sia passata.

In questi ultimi mesi il governo polacco ha quadruplicato la presenza di guardie di frontiera e truppe nell’area, creando una zona militarizzata delimitata da filo spinato, e all’inizio di febbraio è cominciata la costruzione di un muro, l’ennesimo, per proteggere l’Europa dagli “attacchi dei migranti”, come sono stati definiti da Krystyna Jakimik-Jarosz, capitano della Guardia di frontiera.

Ma qual è la situazione attuale?

Alla fine di novembre, complice il crollo delle temperature, le autorità bielorusse hanno cominciato a trasferire i richiedenti asilo in un deposito doganale situato nel villaggio di Bruzgi, che oggi è diventato un vero e proprio dormitorio per i rifugiati. Qui si vive in condizioni disumane. Si dorme su lettini improvvisati, fatti di assi e cartone, posizionati sugli scaffali di un vecchio magazzino, non c’è riscaldamento né acqua calda e mancano molti servizi di base.

Secondo l’ultimo conteggio ufficiale, all’interno del campo di Bruzgi risultano bloccate tra le 800 e le 1000 persone, senza possibilità di entrare in Europa. Molti anziani, altrettanti bambini e persone bisognose di cure: tutti privati dei propri diritti fondamentali. Esseri umani disperati che non possono, e non vogliono, tornare al proprio paese di origine, perché quel ritorno potrebbe significare per loro morire. Ed ecco che molti tentano il tutto e per tutto provando ad attraversare la foresta.

Sognando la Polonia, porta dell’Europa

La speranza è quella di arrivare al di là del filo spinato, in Polonia, per avere accesso ad un mondo libero: quello idealizzato attraverso le sfavillanti stelline rappresentate dalla bandiera europea. C’è chi rimane per giorni intrappolato nella buffer zone, tra i fili spinati, senza poter arrivare in territorio polacco, vagando tra le foreste, senza cibo o acqua, al freddo, riuscendo a salvarsi grazie all’assistenza dei volontari che li aiutano a rientrare a Minsk, con taxi regolari venduti alla “modica” cifra di 200 euro, pagati con le donazioni ricevute in questi mesi.

C’è chi riesce a passare il confine illegalmente, affrontando le pene dell’inferno nella zona rossa in Polonia, dove l’aiuto umanitario è illegale, raggiungendo un luogo che comunque non gli restituirà la libertà. E poi ci sono quelli che non ce la fanno. Tanti, troppi. Del 21 febbraio è la notizia del rinvenimento di un corpo da parte della polizia polacca: un ragazzo yemenita di 26 anni trovato in una zona paludosa e di difficile accesso a soli tre chilometri dal confine bielorusso.

Tante vittime, difficile una stima

Dall’inizio dell’emergenza umanitaria, i morti ufficiali segnalati dalle autorità sono stati 19. Questo dato, secondo quanto riferito dai migranti ai volontari, è estremamente sottostimato. Molte persone che abitano nei pressi della zona rossa, e gli stessi rifugiati, hanno trovato vestiti con macchie di sangue e corpi parzialmente mangiati dagli animali. Un residente ha riferito al The Guardian che nella foresta è possibile sentire chiaramente “un odore intenso di decomposizione”.

Alcune famiglie polacche hanno nascosto nelle loro case dei disperati richiedenti asilo, rischiando, se trovate, un’accusa di favoreggiamento all’immigrazione clandestina. Nelle soffitte dei cottage disseminati nelle foreste lungo il confine, curdi, iracheni, siriani, yemeniti (e non solo) tremano dal freddo e dalla paura, mentre le guardie di frontiera gli danno la caccia.

Testimonianze dal confine

“Per me sta diventando normale svegliarmi con foto di piedi in necrosi a causa del freddo, foto di corpi di parenti morti in Siria che ci mandano per dirci ‘non fateci deportare per favore, quella era mia cugina’, foto di torture subite ‘a casa loro’ oppure delle botte prese dalle guardie di frontiera polacche e bielorusse. Ma devo ricordarmelo che non è normale”: così testimonia Silvia Cavazzini, volontaria di Gandhi Charity, oltre che attivista per Hope & Humanity Poland, associazione di persone provenienti da tutto il mondo che da mesi si occupa di raccogliere donazioni, e di fornire aiuti umanitari di base al confine polacco-bielorusso.

Attraverso il suo profilo Facebook, Silvia racconta al mondo quanto sta succedendo in quelle terre dimenticate. Insieme alle associazioni Stay Human e ASI, Silvia ha aiutato Nza, bambina di soli 9 mesi con una grave patologia cardiaca, e la sua famiglia ad uscire da quel limbo transfrontaliero per farli arrivare in Italia legalmente. Nei giorni scorsi, all’ospedale di Napoli, la piccola è stata sottoposta ad un delicato intervento che le ha offerto il dono più grande del mondo: la possibilità di vivere e di crescere.

Senza il lavoro dei volontari, persone come Silvia Cavazzini, ma anche Zosia Krasnowolska, Nawal Soufi e molte altre che da mesi lavorano ininterrottamente per garantire i diritti di base ai migranti inermi, l’inferno tra Bielorussia e Polonia sarebbe completamente dimenticato.

Due pesi e due misure per chi fugge dalle guerre

Intanto, i richiedenti asilo bloccati a Bruzgi si aggrappano alla speranza che l’Europa li soccorra, prima o poi. La realtà è che l’Europa continua a chiudere gli occhi e la Polonia va avanti nella costruzione del suo muro, fatto di calcestruzzo e odio, utilizzando due pesi e due misure.

“Se ci sarà una guerra in Ucraina dovremo tenere conto dell’afflusso di veri rifugiati in fuga dalla morte”: così, alla fine di gennaio, ha riferito alla stampa Maciej Wonsik, il vice ministro degli Interni polacco, aggiungendo che la Polonia deve essere pronta per ricevere un’ondata di rifugiati, che può arrivare anche ad un milione di persone, in fuga dal fuoco, dalla morte e dalla guerra.

Pensiero espresso chiaramente anche dal segretario della Lega, Matteo Salvini, in un suo recente discorso al Senato: “L’Italia ha il dovere di spalancare le porte a chi scappa dalla guerra vera, ai profughi veri. Spesso si parla di profughi finti e di guerre finte. Questi sono profughi veri in fuga da guerra vera”.

Il ‘gioco’ continua di fronte all’Europa indifferente

Sul confine tra Bielorussia e Polonia, insieme ai tentativi di fuga nella foresta, si intensificano anche le domande: esistono guerre di serie A e guerre di serie B? Esistono rifugiati veri e rifugiati falsi? La risposta a queste domande sembra essere molto chiara ai migranti, tanto che molti di loro stanno pensando al suicidio come unico modo per uscire da questo inferno.

Dall’inizio della guerra in Ucraina i tentativi di passaggio sono aumentati, ma senza successo. Sono sempre di più i gruppi di persone bloccati in terra di nessuno, tra il filo spinato bielorusso e quello polacco. “Go back to your place. The game is over”: queste le parole di una guardia di frontiera bielorussa a un migrante che tentava di passare di là. E intanto che il ‘gioco’ si ripete per l’ennesima volta, l’Europa continua a stare ferma a guardare totalmente indifferente.

Foto di copertina: Un gruppo di migranti al confine bielorusso (foto dalla pagina Facebook Hope & Humanity Poland)

 

messaggio whatsapp bielorussia

Messaggio WhatsApp da parte di un rifugiato siriano bloccato in Bielorussia.
Fonte: Silvia Cavazzini

Chi è Valentina Chiara Baldon

Classe 1986, da sempre innamorata della comunicazione in tutte le sue forme. Le parole possono cambiare il mondo, ecco perché ha scelto di utilizzarle come strumento principale nel suo lavoro. SEO copywriter e Social media manager per professione, aspirante giornalista per passione. East Journal è la prima testata con cui collabora.

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