CAUCASO del NORD: Putin lancia l'allarme: "la povertà può portare a un'esplosione della regione"

di Giovanni Bensi

Il premier russo Vladimir Putin è convinto che il peggioramento della situazione economica e sociale nel Nord Caucaso sia foriero di nuove violenze, di una nuva guerra civile e di possibili nuovi tentativi di secessione, dopo quello della Cecenia. Putin, in corsa per l’elezione alla presidenza del 4 marzo, sembra rendersi conto dei pericoli per la stabilità e per l’assetto sociale insiti in una situazione di povertà e di frustrazione nel Nord Caucaso. I timori di Putin

Lo si evince da quanto da lui detto in una “linea diretta” televisiva con i telespettatori. Riferendosi agli slogan, diffusi fra l’opinione pubblica, secondo cui “non bisogna ingrassare il Nord Caucaso”, Putin ha affermato: “Pensiamoci bene, che cosa significa ciò? Ciò significa che non dobbiamo investire denaro nello sviluppo di quelle repubbliche, nella creazione di nuovi posti di lavoro? Ma allora i giovani del Nord Caucaso emigreranno in quantità ancora maggiore in altre città, soprattutto quelle maggiori, con tutti i problemi che questo comporta”. E ancora: “Che fare allora? Cacciarli via? Ma dove dovrebbero andare a nascondersi? Essi andranno a rafforzare le formazioni del banditismo armato”. In ultima analisi, secondo Putin, tutto si risolverebbe in scontri sanguinosi: “Continuerà la guerra fratricida”, è la sua opinione. Il premier teme la minaccia, pur sempre presente anche dopo il soffocamento della ribellione cecena, del separatismo e della secessione nella regione nord-caucasica, con il rivolgimento degli equilibri geo-strategici, non solo locali, che essa comporterebbe.0

Il rischio di una disgregazione

A detta del premier, “risuonano anche delle proposte assurde: separare il Caucaso dalla Russia. Se questo succedesse, immediatamente, in un secondo, neppure in un’ora, ma in un secondo, si troverebbero coloro che vorrebbero fare la stessa cosa con altre formazioni territoriali della Russia”. A detta del capo del governo russo, un tale scenario porterebbe allo sfascio del Paese. “Sarebbe – ha detto – una tragedia che toccherebbe ogni cittadino, senza eccezione, del nostro paese” . Ricordiamo che Putin ha già definito lo sfaldamento dell’URSS “la più grande catastrofe geopolitica di XX secolo”.

Un sondaggio dice “troppi soldi al Caucaso”

Un numero sempre maggiore di cittadini russi, intanto, ritiene che lo Stato spenda troppi soldi per mantenere il Daghestan, la Cecenia e le altre repubbliche del Nord Caucaso, che si comporterebbero sostanzialmente da parassiti, spendendo il denaro ricevuto da Mosca in modo più che disinvolto. Questo almeno ha dimostrato un sondaggio svolto dalla fondazione “Obščestvennoe mnenie” (“Opinione pubblica”) il 5-6 novembre 2011 fra 1500 cittadini russi in 43 regioni. Il 47% degli interpellati ritiene che con la fine delle operazioni militari su vasta scala, la situazione in Cecenia sia migliorata (nel 2007 lo pensava il 37%). Un peggioramento, come quattro anni prima, invece, è evidente per il 5%. I rimanenti 31% non vedono differenze in nessuna direzione (33% nel 2007). Nello stesso tempo il 42% dei russi ritiene che la Cecenia riceva troppi mezzi finanziari dal bilancio federale. Uno su quattro (25%) ritiene che il livello di finanziamento attuale sia sufficiente, mentre il 2% è del parere che i soldi siano troppo pochi. Hanno risposto “non so” il 31% degli interpellati.

Il piano di finanziamento

Nel luglio del 2011 il ministro dello sviluppo regionale della Federazione Russa, Viktor Basargin, ha presentato al governo di Vladimir Putin un progetto di programma finanziato dallo stato, denominato: “Sviluppo della Circoscrizione Federale Nord Caucasica fino al 2025”. Le spese generali per la sua realizzazione sono previste al livello di 3,9 trilioni di rubli, mentre il finanziamento a spese del bilancio per il 2012-2014 supera di oltre tre volte il volume previsto dallo stanziamento originario da parte dello Stato. Le maggiori spese sono quelle che riguardano il Daghestan: 720 miliardi e 740 milioni di rubli, la Cecenia: 423 miliardi e 388 milioni, l’Ingušezia: 365 miliardi 447 milioni. Il ministero delle finanze ha dichiarato di non essere d’accordo con questo documento, rilevando che la formulazione di un programma speciale per una singola regione esige una discussione supplementare.

I nazionalisti contro il Caucaso

Il 22 ottobre scorso sulla piazza Bolotnaja a Mosca (che il 10 dicembre 2011 avrebbe visto le grandi manifestazioni di protesta per i presunti brogli elettorali) si svolse un comizio dei nazionalisti. Oltre 200.000 giovani reggevano bandiere e manifesti che invitavano il potere a rivedere la politica verso le repubbliche nord caucasiche. I partecipanti alla manifestazione, in particolare, recavano striscioni con scritte come quella che ha irritato Putin: “Basta ingrassare il Caucaso!” “Basta pagare il tributo!” Medvedev chiamò le persone che si affidano a simili slogan “o non molto intelligenti, o aperti provocatori”. Durante un incontro con gli studenti russi il 20 ottobre 2011 egli aveva criticato anche la tesi secondo cui la parte fondamentale dei sussidi verrebbe assegnata alle repubbliche nord-caucasiche. Medvedev sottolineò che in Russia vi sono 83 regioni e solo 11 di esse sono donatrici e non ricevono sussidi.

Chi è Giovanni Bensi

Nato a Piacenza nel 1938, giornalista, ha studiato lingua e letteratura russa all'Università "Ca' Foscari" di Venezia e all'Università "Lomonosov" di Mosca. Dal 1964 è redattore del quotidiano "L'Italia" e collaboratore di diverse pubblicazioni. Dal 1972 è redattore e poi commentatore capo della redazione in lingua russa della radio americana "Radio Free Europe/Radio Liberty" prima a Monaco di Baviera e poi a Praga. Dal 1991 è corrispondente per la Russia e la CSI del quotidiano "Avvenire" di Milano. Collabora con il quotidiano russo "Nezavisimaja gazeta”. Autore di: "Le religioni dell’Azerbaigian”, "Allah contro Gorbaciov”, "L’Afghanistan in lotta”, "La Cecenia e la polveriera del Caucaso”. E' un esperto di questioni religiose, soprattutto dell'Islam nei territori dell'ex URSS.

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