“Sclavanie”, un progetto fotografico sulla Slavia friulana

Questo articolo è frutto di una collaborazione con OBCT

Sclavanie: è questo il toponimo friulano usato per descrivere la cosiddetta “Slavia friulana”, la regione storica che si estende dalle valli del Torre e del Natisone fino alla Val Resia, al confine con la Slovenia. Questa zona collinare e montana friulana ha visto, a partire dai primi insediamenti tra il VII e l’VIII secolo, la formazione di una comunità coesa e vivace caratterizzata da radici slave che nel corso del tempo si è sviluppata in maniera tenace, dando vita a un microcosmo linguistico-culturale unico nel suo genere che negli anni ha saputo attirare l’attenzione di storici, linguisti, antropologi, artisti (un esempio di creatività sorto in questi luoghi è sicuramente l’appuntamento annuale di Stazione Topolò). 

Un nuovo progetto etnografico e fotografico lanciato nel 2017 e ora divenuto libro prova a farsi strumento di racconto e divulgazione di questa regione storico-culturale: “Sclavanie” di Davide Degano, supportato “dal basso” attraverso una piattaforma di crowdfunding, fotografa diverse sfaccettature della vita di questi villaggi montani oggi ampiamente spopolati tra il confine italiano e sloveno. Il volume raccoglie non solo fotografie, ma anche citazioni dirette degli abitanti della regione intervistati dall’autore, nonché è corredato da un apparato “accademico” di studi e saggi che approfondiscono le tematiche toccate e suggerite dal progetto.

Riflettendo la realtà multi-linguistica del territorio preso in esame, anche il volume si presenta in tre lingue: italiano, sloveno e friulano (sarà inoltre disponibile una versione in inglese per il mercato straniero). All’uscita del libro si accompagneranno inoltre attività collaterali, tra cui una mostra itinerante all’aperto che porterà i visitatori a contatto diretto con i territori e gli abitanti del luogo.

Sebbene radicato su questo territorio, il libro offre in realtà spunti di riflessione molto più ampi: in un paese come l’Italia dove il 70% dei comuni è composto da meno di 5000 abitanti, realtà che si trovano a essere ormai da decenni affette da uno spopolamento cronico, è interessante soffermarsi su alternative concrete di “ritorno al borgo” e di rigenerazione locale. Proprio a questo fine il libro raccoglie anche alcuni saggi, come quelli dell’antropologa Livia Maria Raccanello e del geografo Michael Beismann dedicati a questo tema.

Il progetto stesso è stato un particolare “ritorno a casa” per l’autore che oggi vive in Olanda, un ritorno “verso terre a me familiari, ma paradossalmente anche estranee”, spiega. Lo abbiamo intervistato.

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Davide, perché parlare di Sclavanie oggi?

Quello che ho trovato fra questi villaggi è una comunità di “sopravvissuti”, una comunità di emigranti che si era imposta un auto-esilio dopo le guerre mondiali e il terremoto del 1976, al fine di inseguire un altro benessere, giù in pianura, tra le fabbriche e le città in espansione. 

Sclavanie è un esame dell’importanza del “locale” attraverso la memoria comune e di come la società moderna neutralizzi questo “locale” in nome della globalizzazione. Credo sia una storia universale: una storia di potere, di chi ce l’ha e decide come dovrebbe avvenire lo sviluppo, e di chi non ce l’ha e mai avrà la possibilità di farlo. 

Attraverso un riesame attivo, critico e consapevole del “locale” ho iniziato ad indagare la memoria comune tramandata dagli abitanti che resistono tra questi luoghi. Grazie alle fotografie questi elementi narrativi possono essere osservati rispetto alle minacce e opportunità del contemporaneo, favorendo una lettura prospettica inedita. 

Che tipo di “Slavia” si osserva in queste zone? 

Si trovano realtà diverse a seconda della zona presa in considerazione. Io ho fotografato la Sclavanie nel suo “completo”, ovvero dalle valli del Torre e del Natisone, fino alla Val Resia. 

I villaggi montani a confine nelle Valli del Torre hanno perso molto nel corso dei decenni. C’è stata una fortissima emigrazione che ha stinto usi e costumi, oggi ricordati per lo più dai pochi anziani rientrati dopo molti anni passati all’estero (in maniera particolare da Svizzera, Belgio ed Olanda). Queste tradizioni sono state talvolta “assorbite” dai “nuovi” residenti, quelli che possiamo definire neo-ruralist o amenity migrants, di cui si parla nei saggi contenuti nel volume. 

Nelle Valli del Natisone, invece, benché queste zone siano state colpite dalle stesse problematiche, ho invece notato una vitalità diversa, molto più cosciente e consapevole, grazie alle “vecchie” generazioni che hanno lottato per mantenere in vita la loro cultura, ma anche grazie ai giovani che si interessano molto a queste dinamiche. Ci sono centri culturali come il Museo di Paesaggi e Narrazioni (SMO, Slovensko Multimedialno Okno) di San Pietro al Natisone e il circolo di cultura slovena Ivan Trinko di Cividale del Friuli che attraverso attività culturali e non, mantengono in vita questi luoghi iniettandoli continuamente di nuova linfa. 

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Quali rapporti ha costruito la comunità nei secoli?

Sicuramente a questa domanda sa rispondere meglio uno storico. Dalle mie ricerche etnografiche sul territorio devo dire che queste comunità hanno sempre vissuto la loro multi-culturalità in maniera quasi inconscia e spontanea. Certamente sono sempre stati consapevoli della loro peculiarità. Quando queste zone passarono sotto il controllo italiano, le difficoltà furono enormi, in primo luogo perché nei villaggi la lingua veicolare era lo sloveno. Era pertanto difficile ad esempio per gli insegnanti che venivano dalla pianura relazionarsi con questa realtà. Il ruolo del prete si rivelava fondamentale in quel periodo, come figura d’unione. 

Su un altro piano, invece, si possono ricordare le Vicinie, dei veri e propri governi locali che sono andati via via scomparendo e che sono un po’ il simbolo tangibile di come queste aree si siano sempre mantenute a una certa distanza dai “poteri” centrali. 

Come spesso accade, hai dovuto osservare con un occhio esterno il contesto a te familiare prima di poterne apprezzare le ricchezze, le complessità, l’unicità. Quale sguardo guida il tuo lavoro sulle tue zone di origine? Attraverso quale lente si approccia la Sclavanie nel progetto?

Uno sguardo incuriosito, come se queste terre fossero a me totalmente sconosciute. Ed in un certo qual senso lo sono, così come sono parte delle mie radici. Allo stesso tempo, “navigavo” queste terre come un locale, parlando il friulano e avendo ben chiare le dinamiche di questi piccoli villaggi. Questo certamente mi ha aiutato ad entrare nell’intimità delle persone che ho incontrato. Sono state a mio avviso molto importanti questi incontri, anzi fondamentali. Le memorie che queste persone hanno condiviso con me sono la base portante del progetto stesso.

Ti sei ispirato ad altri lavori simili dedicati ad altri contesti e comunità per ideare il progetto?

Certamente, come penso succeda a tutti. “Respirando” in maniera giornaliera il mondo della fotografia, sono per forza di cose influenzato sia nella mia metodologia sia dal punto di vista del linguaggio fotografico che uso. Sono convinto del fatto che nessuno inventi niente e che tutti i “creativi” vengano in qualche maniera ispirati ed influenzati nelle proprie scelte, anche in maniera inconsapevole. Detto ciò, sono anche convinto che ogni progetto contenga al suo interno la “giusta” metodologia e il giusto linguaggio da usare per poterla riportare al meglio. Per questo progetto mi sono inspirato molto al lavoro di Yann Gross, The Jungle Book, ma anche a quello di Federico Clavarino e Yannic Bartolozzi, come a quello di Garry Winogrand e Bruce Gilden, anche se magari non è chiaramente percettibile dall’estetica che ho scelto per questo progetto. 

Che accoglienza hai ricevuto nella fase di produzione da parte della comunità e quale supporto hai avuto nella fase di post-produzione e distribuzione dalla regione Friuli e da altri enti locali e non?

La comunità montana mi ha accolto come fossi figlio loro. Mi sono state spalancate case e ricordi, piacevoli e meno piacevoli. Sicuramente ha influito il fatto che molti conoscessero già me o la mia famiglia. Il fatto poi di parlare friulano ha reso tutto molto più facile. 

Inoltre, penso che a tutte le persone che ho fotografato fosse chiaro il fatto che ero più interessato a quello che avevano da dire che a scattare una foto. Questo ha creato un rapporto di fiducia.

Questa fiducia mi è stata poi dimostrata nuovamente durante la campagna fondi per la produzione del libro. Moltissima gente locale ha contribuito acquistando una copia in prevendita, rendendo di fatto possibile la pubblicazione del libro. 

Un altro elemento fondamentale è stato il supporto dei vari enti locali e non. Infatti vorrei ringraziare di cuore associazioni culturali come lo SMO e il circolo Ivan Trinko, che non solo hanno supportato il progetto economicamente, ma hanno collaborato nella traduzione del volume in sloveno. Ringrazio l’ARLeF, la Fondazione Friuli, il Consiglio Regionale e l’Ente Friulani nel Mondo per le stesse motivazioni, senza dimenticare il Comune di Attimis e di San Pietro al Natisone. In generale, mi sento di ringraziare di cuore la regione Friuli nel suo insieme per aver capito l’importanza di questo progetto e aver supportato un giovane artista senza alcun tipo di vincolo e/o censura, lasciandomi piena libertà creativa. 

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Foto di Davide Degano, tratte da “Sclavanie”

Chi è Martina Napolitano

Dottoressa di ricerca in Slavistica presso l'Università di Udine, è direttrice editoriale di East Journal e scrive principalmente di Russia. È caporedattrice della sezione Europa Orientale.

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