STORIA: La Cecoslovacchia nel Novecento

di Fernando Orlandi

Fino alla fine della Prima guerra mondiale, Boemia, Moravia e Slovacchia, i territori che costituiranno la Repubblica Cecoslovacca, fanno parte della Duplice Monarchia asburgica. Con il Trattato del Trianon del 1920 la nuova repubblica riuscì abilmente a farsi assegnare il ducato di Teschen, altra zona industriale tra le più ricche del defunto impero, rivendicato su basi storiche da Praga e etniche dalla Polonia.

Il nuovo stato era compagine plurinazionale, una condizione che ne segnerà la storia, così come le dispute con Polonia e Germania relative ai confini del nuovo stato. Boemia e Moravia erano il polmone industriale dell’Austria-Ungheria, e il nuovo stato si trovò ad essere una delle zone più avanzate dell’intero continente. Gli slovacchi, invece, non erano mai stati considerati una nazione storica dell’impero; da un migliaio di anni erano sudditi della Corona di Santo Stefano, e ciò li mise in una condizione di inferiorità nel rivendicare i propri diritti nazionali.

Fino al 1935, il potere venne gestito abilmente dal presidente Tomáš Garrigue Masaryk, ma il difetto essenziale del sistema democratico della Prima repubblica consisté nella mancanza di una vera alternativa al potere delle principali forze politiche, raccolte nella pětka, un pentapartito. La mancanza di alternanza ebbe conseguenze sulla tenuta dello stato, per molti versi alieno a milioni di cittadini di nazionalità non ceca. La scarsa propensione dei cechi a prestare attenzione alle esigenze delle altre nazionalità, unita alle conseguenze della crisi economica del 1929 determinarono una ingovernabilità dalle conseguenze fatali.

Nel gennaio 1937 la Germania di Adolf Hitler annunciò il ritiro dal Trattato di Versailles. L’anno successivo, l’Anschluss dell’Austria prima e l’occupazione dei Sudeti seguita dagli accordi di Monaco, significarono la fine delle speranze di preservare l’integrità territoriale del paese.

Il 29 settembre 1938, su proposta di Londra e con l’appoggio diplomatico statunitense, si incontrarono a Monaco i capi di governo inglese, francese, tedesco e italiano: convennero che il territorio “tedesco” dei Sudeti doveva essere occupato dalla Wehrmacht nel giro di dieci giorni, e che le regioni occupate sarebbero passate sotto il controllo di Berlino. Monaco fu il preludio della dissoluzione definitiva dello stato, che si realizzò nel marzo successivo, quando la Germania occupò la Boemia.

Al termine della Seconda guerra mondiale la Cecoslovacchia fu reintegrata nei confini del 1938, e le elezioni del 26 maggio 1946, seppure con uno scarto minimo, segnarono la vittoria delle forze comuniste e di sinistra. Rapidamente venne introdotto il modello di pianificazione e industrializzazione sovietico, mentre l’agricoltura veniva collettivizzata. Gli investimenti più importanti vennero indirizzati verso l’industria pesante a discapito di quella leggera e dei beni di consumo.

La sovietizzazione del paese fu accompagnata da una serie di epurazioni e grandi processi politici che finirono per portare sul banco degli imputati lo stesso segretario del partito comunista, Rudolf Slánský, poi condannato a morte. La Chiesa venne colpita pesantemente. Quello che si impose fu uno stalinismo assai brutale, e che a Praga, a differenza degli altri stati comunisti non si attenuò dopo la morte di Stalin.

Il “nuovo corso”, introdotto da Mosca nell’autunno del 1953 giunse in qualche modo edulcorato e così pure la destalinizzazione che fece seguito al famoso “Rapporto segreto” di Nikita Chruščëv del febbraio 1956. L’intelligentsiya, invece, fece prontamente sentire la sua voce. Il Secondo congresso dell’Unione degli scrittori nell’aprile 1956 condannò il realismo socialista, in particolare negli interventi di František Hrubín e Jaroslav Seifert.

La destalinizzazione si manifestò solo nel 1961. Il capo del partito Antonín Novotný dovette creare due commissioni di inchiesta sui processi politici. L’alta corte di giustizia dichiarò infondate molte delle accuse; i condannati furono riabilitati dal punto di vista civile, ma diverse imputazioni furono mantenute così come non decaddero i provvedimenti politici. Poco a poco, tuttavia, ci si avviava verso il ricambio al vertice del partito e alla “Primavera di Praga”.

Alla fine dell’anno lo slovacco Alexander Dubček rimpiazza Novotný. Prende il via un periodo segnato da numerosi cambiamenti ai vertici del potere e da una sempre più crescente effervescenza e mobilitazione della società. Dubček, è opportuno evidenziarlo, era un comunista e non era sua intenzione abbandonare la linea di sviluppo socio-economico intrapresa dal paese. Quella che voleva imboccare era una nuova esperienza, delineata nel Programma di azione dell’aprile 1968. Ma quel Programma, in base al quale si garantivano al cittadino cecoslovacco libertà fondamentali, quali quella di coscienza, di parola, di stampa, di tutela giuridica e di emigrazione, non era stato concordato con Mosca. Al Cremlino l’irritazione monta, ma soprattutto si spaventano, temendo il contagio, le dirigenze comuniste di Berlino est, Varsavia e dell’Ucraina, che iniziano ad esercitare pressioni affinché si arresti l’esperimento cecoslovacco.

A Praga, intanto, la stampa non più censurata discute di spinose faccende politiche e delle vicende storiche del paese, di cui fino a quel momento non si era potuto parlare pubblicamente. Si costituiscono organizzazioni indipendenti, quali il Klub 231 (dal nome dell’articolo del codice penale per i reati politici del 1948) e il KAN, il Club degli impegnati senza partito. Dal febbraio, e per pochi mesi, esce uno straordinario settimanale, Literární Listy, che venderà 300mila copie in un paese di circa 10 milioni di abitanti.

Il 27 giugno 1968 Literární Listy pubblica il “Manifesto delle duemila parole”, scritto da Vaculík, che critica anche il programma di Dubček e scatena l’ira sovietica perché ritenuto una piattaforma controrivoluzionaria. Il “Manifesto” si conclude con un avvertimento su quanto potrà accadere nell’estate, quando nel periodo delle vacanze si lasciano molte cose insolute: “ma i nostri oppositori non si prenderanno ferie, mobiliteranno i loro uomini”.

Parole prescienti: l’invasione nella notte fra il 20 e il 21 agosto è un perfetto successo militare. Ma anche una débâcle, perché fin da subito Mosca registra enormi difficoltà politiche.

Nell’aprile 1969 prende il via la “normalizzazione”: il partito viene ripulito dai riformatori (vengono espulsi oltre 473mila iscritti), molti intellettuali perdono il lavoro e altri sono espulsi dalle organizzazioni di categoria, perdendo così la possibilità di pubblicare. Riprendono i processi, e nel 1976 si trovano alla sbarra i componenti di alcune band dell’underground musicale, tra cui i Plastic People. Da poco sono stati firmanti gli Accordi di Helsinki, entrati in vigore nel marzo 1976, e la Cecoslovacchia recepisce nel suo ordinamento, tra l’altro, il Patto internazionale sui diritti civili e politici del 1968.

In Unione Sovietica si costituiscono i Comitati Helsinki per verificare il rispetto degli accordi sottoscritti e a Praga si costituisce Charta 77. Oltre alla denuncia delle violazioni dei patti sottoscritti dal regime, Charta 77 si intendeva come una comunità di uomini che intendevano “vivere nella verità”. I firmatari saranno continuamente repressi negli anni a venire. Uno dei primi tre portavoce, Václav Havel, sarà ripetutamente arrestato e lo troveremo in carcere ancora nel 1989, quando il regime si sta avviando verso la sua fine, travolto da una crisi sistemica e dalla Rivoluzione di velluto. Il 29 dicembre 1989 Havel è il nuovo capo di stato della Cecoslovacchia che ha ritrovato la libertà e l’indipendenza.

La Biblioteca Archivio del CSSEO organizza a Levico Terme, nella “Sala Senesi” del Palazzo delle Terme, mercoledì 14 luglio 2021, alle ore 21, l’incontro-dibattito “La Cecoslovacchia nel Novecento”. Interviene Fernando Orlandi. Introduce Giampaolo Martina. L’incontro-dibattito sarà ritrasmesso su YouTube:

https://www.youtube.com/channel/UCCMP5gFWLJTUI0M1J9yzaSQ/videos

Foto: Pixabay

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