“A casa”, sì. Ma quale? Una graphic novel su donne e migrazioni

A casa 

di Sandrine Martin

traduzione di Stefano Andrea Cresti

pp. 208

Tunuè, 2021

Euro 17,50

La narrazione mediatica delle migrazioni tratteggia spesso, in modo eccessivamente semplificatorio e strumentale, un identikit preciso dei migranti: giovani uomini single, poco istruiti e dediti al malaffare.

“A casa”, graphic novel dell’illustratrice e autrice di fumetti francese Sandrine Martin in uscita il 24 giugno per Tunuè, capovolge questa narrazione mettendo al centro del racconto le donne. “A casa” è un viaggio intimo che affronta il delicato tema delle donne migranti incinte e di quelle che, dall’altra parte, provano a prendersi cura di loro scontrandosi con una gestione anaffettiva e ipermedicalizzata delle cure materne.

Mona e Monika sono due donne con nomi simili come simili sono le loro vite nonostante la diversa appartenenza. La prima, studente di ingegneria con il sogno della scrittura e dell’arte, è nata in Siria, cresciuta sotto le bombe di una guerra che ha distrutto il suo paese. La seconda è nata in Grecia, in quella parte di “primo mondo” falcidiato dalle bombe dell’austerità, dei tagli indiscriminati, del costante impoverimento economico. Lavora come ostetrica per il Centro Medici del Mondo, sottoposta a una ginecologa fredda con “voce monocorde” e con un marito ingegnere edile disoccupato costretto a emigrare in Germania. Stessa destinazione di Mona e della sua famiglia.

Nonostante la diversa provenienza entrambe devono fare i conti con l’impossibilità di avere una vita serena nel proprio paese, di coltivare sogni e affetti, di non sentirsi estranei e senza un posto nel mondo.

A dominare le pagine di questa graphic novel sono soprattutto due colori: il blu e il rosso. Il primo rimanda al colore del mare che Mona e la sua famiglia non ancora al completo sono costretti ad attraversare a bordo di un barcone dalle coste della Turchia verso la Grecia. Un colore che sembra avere effetto placebo per alcuni dolori del corpo, quasi a voler alleviare Mona dal peso della gravidanza e dalla stanchezza di un viaggio lungo e pericoloso.

Il rosso, invece, rimanda alle emozioni, alle passioni ma anche alla rabbia e alla vergogna. La stessa rabbia che prova Monika verso i suoi superiori, la suocera sempre pronta a dirgli come vivere e persino verso suo marito sempre più indifferente a lei. O, ancora, la rabbia di Mona quando legge che il programma di ricollocazione dei migranti, voluto dall’Unione Europea tra il 2015 e il 2016, ha stabilito che debba arrivare in Francia e non in Germania dove vive già parte della famiglia. Una buona notizia, quella della possibilità di poter entrare legalmente in Europa, che si trasforma presto in un incubo alimentato da politiche migratorie insensate capaci solo di sradicare qualsiasi legame e fomentare disorientamento e solitudine.

A emergere con forza dalle pagine del libro non sono però solo le emozioni di queste donne ma anche i limiti e le contraddizioni delle politiche migratorie europee. Proprio durante il periodo in cui è ambientata la storia, tra il 2015 e il 2016, Unione Europea e Turchia firmarono un accordo per il controllo delle frontiere con cui Ankara si impegnava a tenere lontano dai confini europei i migranti siriani in fuga in cambio di circa 6 miliardi di euro. E poco importa se i noccioleti lungo la strada verso la Turchia si siano riempiti di cadaveri o se al confine turco-siriano “i passeurs fanno andare prima le vacche e i cartoni di sigarette” perché “valgono più di noi”. L’importante per l’Europa, oggi come ieri, è tenere lontano dai propri confini questi ospiti indesiderati.

Un sistema che relega i migranti a una condizione di perenne instabilità e incertezza, paure e illusioni. Come quelle che vive Mona una volta arrivata sulle coste dell’isola di Lesbo e che la spinge a pensare che “è finita. Siamo in Europa” salvo poi accorgersi di essere solo all’inizio del viaggio.

Accanto alla violenta critica prodotta dal semplice racconto della gestione dei flussi migratori emerge anche quella all’intero sistema di accoglienza europeo fatto di campi inospitali, cibo scadente, tutele legali inesistenti e supporto medico fornito soprattutto da attivisti e ONG. Una condizione che spinge i migranti come Mona e la sua famiglia ad avere a che fare con “persone indelicate a cui lecchiamo le scarpe e baciamo i piedi”.

“A casa” è un racconto semplice, schietto, in cui non esiste nessuna voce narrante se non quella delle protagoniste e dei loro cari. Un racconto fatto di immagini dai margini: la Siria distrutta dalla guerra; un aeroporto greco in disuso in cui sono abbandonati aerei con i cerchi olimpici, simbolo di pace, trasformato in campi profughi; le tende dentro spazi occupati; le asettiche stanze per le visite mediche.

Il fumetto è il frutto di una ricerca sul campo condotta in Grecia grazie al progetto di antropologia comparativa EU Border Care, finanziato dal Consiglio Europeo della Ricerca (ERC). La ricerca si è basata su uno studio comparativo delle politiche sulla maternità delle donne migranti nelle periferie dell’Unione accompagnato da una ricerca etnografica condotta tra i campi di accoglienza in Grecia, le piazze di Atene dove avviene la compravendita di documenti falsi per il viaggio verso l’Europa e il centro di Medici del Mondo nella capitale greca. Il progetto ha coinvolto direttamente cinque donne siriane le cui storie ed esperienze sono state combinate e unificate nella storia di Mona.

Chi è Marco Siragusa

Nato a Palermo nel 1989, ha svolto un dottorato all'Università di Napoli "L'Orientale" con un progetto sulla transizione serba dalla fine della Jugoslavia socialista al processo di adesione all'UE. Collabora con EastJournal da Ottobre 2018 per la redazione Balcani e scrive settimanalmente per Nena-News.

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