STORIA: La deportazione sovietica dei lituani raccontata dal blog Lithuanian Stories

Il blog Lithuanian Stories di Marina Macrì ed Edo Prando raccoglie e racconta storie lituane dimenticate, che i due curatori, dal 2005 assidui frequentatori della Lituania, vogliono far conoscere al pubblico italiano. Come raccontano, all’indomani dell’ingresso delle repubbliche baltiche in Unione Europea, “la curiosità ci spinse in Lituania”, che, da una “scelta casuale”, è divenuta per loro luogo del cuore.

L’idea del progetto nasce dal libro I lituani al mar di Laptev. L’inferno di ghiaccio nei lager comunisti, un volume di memorie scritto da una ragazzina, Dalia Grinkevičiūtė, deportata con tutta la famiglia nell’inferno bianco al di là del Circolo Polare Artico in seguito all’occupazione sovietica della Lituania che era stata indipendente dal 16 febbraio 1918. “Quel libro fu l’inizio di un cammino, non ancora terminato”, racconta Marina Macrì.

Il progetto porta alla luce anni di sofferenze e deportazioni ancora poco noti. L’invasione sovietica del 1940, a seguito del patto Molotov-Ribbentrop, gettò il paese in un clima di paura: immediatamente funzionari civili e ufficiali dell’esercito vengono incarcerati, quando non uccisi, o sono deportati nei gulag siberiani.

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Jonas Puodžius, deportato il 14 giugno 1941, nella sua casa di Vilnius. Morto lo scorso ottobre 2020.

Tra le storie, c’è quella di Jonas Puodžius, all’epoca un bambino di sei anni di Kaunas, la vecchia capitale. Sopravvissuto alla deportazione, Jonas racconta che alle tre del mattino del 13 giugno 1941 gli agenti dell’NKVD, la polizia segreta sovietica, passavano di casa in casa arrestando tutti: uomini, donne, bambini, neonati, anziani. Tra questi, c’era anche la famiglia di Jonas, i cui genitori erano insegnanti. Ricorda che in quei giorni erano inquieti alla vista dei molti carri bestiame fermi sui binari della stazione. Quei carri erano per loro.

Il viaggio durò mesi: con la guerra in corso, la precedenza era data ai treni militari diretti al fronte. Già alla partenza gli uomini vennero separati dal resto della famiglia e mandati nei campi di lavoro nella regione di Krasnoyarsk. Per Jonas, Dalia e migliaia di altri sventurati la destinazione era la regione degli Altai, al confine con la Mongolia. Secondo i dati forniti dal Centro di Ricerca sul Genocidio e la Resistenza di Vilnius, la deportazione del 14 giugno 1941 coinvolse 17.500 lituani. Jonas afferma che molti, soprattutto donne e neonati, morirono prima di arrivare a destinazione.

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Jonas Markauskas, oggi presidente dell’associazione degli ex deportati, con in mano una sua foto da ragazzo.

Ma gli Altai erano solo la prima tappa. Dopo circa un anno i deportati dovettero affrontare un terrificante viaggio per raggiungere l’estuario del fiume Lena. Vi arrivarono alla fine di agosto del 1942, quando già nevicava. Non trovarono baracche ad accoglierli. Sfiniti dal viaggio e dalla fame dovettero costruirsi ripari improvvisati. La metà di loro morì nel corso del primo anno.

Lì, dentro una baracca precaria, Jonas Puodžius vide nascere Jonas Markauskas, oggi presidente dell’associazione degli ex deportati. Si trovavano in uno dei luoghi tra i più inaccessibili della terra: l’isola di Trofimovsk, dove il fiume Lena sfocia nel Mar di Laptev. Come potevano pensare di avere un figlio in quelle condizioni disumane, si chiedeva Jonas Puodžius, così come molti altri. Era un tentativo, estremo, di scommettere ancora sul futuro. Un figlio era il futuro. Era a suo modo un monito al regime che li stava opprimendo: non ci piegherete.

Anche Dalia Grinkevičiūtė, l’autrice del volume I lituani al mar di Laptev, si trovava con loro. La sua storia è raccontata da Loreta di Šilalė, un piccolo centro abitato nel cuore della Lituania. Conobbe Dalia quando questa riuscì finalmente a tornare a casa, ancora occupata dai sovietici, dopo 16 anni di gulag. Dalia morì nel 1987 senza poter vedere la Lituania libera e indipendente.

 

Immagini: LithuanianStories

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