ASIA CENTRALE: Il problema dei confini tra Kirghizistan e Tagikistan

Il cessate il fuoco concordato all’inizio del mese regge tra Kirghizistan e Tagikistan; nel frattempo domenica 9 maggio è stato firmato un accordo bilaterale per la definizione dei confini tra i due paesi. Nonostante i dettagli non siano ancora stati divulgati, alcune indiscrezioni suggeriscono che, in attesa dei rilievi topografici, verrà costruita una strada per collegare l’enclave di Vorukh al Tagikistan. L’enclave di Vorukh, territorio tagiko circondato dalla provincia kirghisa di Batken, è stata infatti terreno di scontro tra le truppe dei due stati alla fine di aprile causando 36 morti e 189 feriti nel lato kirghiso, e 19 morti e 87 feriti da quello tagiko, secondo i dati rilasciati dalle rispettive autorità nazionali.

Gli scontri al confine. Ma non è una novità

Le violenze sono scoppiate in seguito all’installazione di telecamere di sorveglianza da parte del Tagikistan presso il centro di distribuzione delle risorse idriche di Golovnoy, situato in un’area la cui sovranità non è mai stata ben definita. Dopo un’iniziale sassaiola tra gli abitanti dei villaggi adiacenti, la situazione è degenerata rapidamente tanto che i rispettivi eserciti sono dovuti intervenire. Secondo il servizio kirghiso di Radio Free Europe/Radio Liberty, le forze tagike si sono poi introdotte in territorio kirghiso in diversi punti, dove più di 12 villaggi sono stati oggetto di fuoco incrociato tra missili, mortai e armi da fuoco causando l’evacuazione di 30.000 civili dalle loro case.

In una zona caratterizzata da costante tensione e profonda diffidenza tra gli abitanti dei due stati, le violenze non sono una novità: nel 2020 quattro persone sono morte e altrettanti militari kirghisi sono stati feriti, mentre nel 2019 si sono contati più di 10 incidenti. Nonostante ciò, questi ultimi combattimenti si sono distinti non solo per la violenza e l’utilizzo di armamenti pesanti, ma anche per l’estensione del conflitto che ha visto coinvolte diverse aree lungo il confine conteso. Come racconta un commerciante nella città di Batken intervistato da Eurasianet, “non abbiamo mai visto niente del genere prima d’ora. Abbiamo avuto dei conflitti, ma iniziavano al mattino e terminavano dopo pranzo. Questa volta è stato tutto più difficile”.

Alla radice delle tensioni: confini labirintici e (scarse) risorse

La radice del problema si può ricondurre a quei circa 450 km su 970 km di confine tra Kirghzistan e Tagikistan che non sono mai stati ufficialmente delineati, portando a tensioni crescenti negli ultimi 30 anni. Secondo Kamchibek Tashiev, il capo del comitato kirghiso della sicurezza nazionale, l’enclave di Vorukh rappresenterebbe appunto il principale ostacolo nel processo di risoluzione delle dispute territoriali.

La situazione non verrebbe però immediatamente risolta con accordi sui confini perché questi implicherebbero non solo il trasferimento di intere famiglie che hanno legami generazionali con il territorio, ma anche l’assegnazione di nuovi terreni potenzialmente non fertili come i precedenti. Inoltre, la questione delle demarcazioni territoriali si intreccia inevitabilmente anche con problematiche relative all‘accesso alle risorse naturali, in primis l’acqua, sono tanto scarsa quanto importante per l’agricoltura, principale mezzo di sostentamento della popolazione.

Di conseguenza, è difficile pensare alla possibilità di una soluzione che non crei malcontento tra la popolazione locale ed è altrettanto complicato pensare che i due paesi prendano una decisione così rischiosa in momenti delicati per il loro governi nazionalisti: Sadyr Japarov, da poco eletto e con la sua credibilità in diminuzione, e Rahmon che presto dovrà lasciare il potere (al figlio, probabilmente).

Enclavi centrasiatiche

Kirghizistan e Tagikistan non sono le uniche a dover affrontare problematiche simili, ma si tratta piuttosto di un copione comune a tutta l’Asia Centrale. Il delicato equilibrio della regione è minacciato dalle dispute territoriali nate a partire dalla disgregazione dell’Unione Sovietica, dove i confini amministrativi non seguivano prettamente criteri etnici, e mai risolte da allora.

Le repubbliche indipendenti si sono infatti ritrovate con ampie minoranze dentro i propri confini, ma nei casì più complicati si sono costituite delle vere e proprie enclavi; in Asia Centrale se ne contano ben 7: le tre enclavi tagike di Sarvan, Vorukh e Kaygarach / Western Qalacha in Uzbekistan e Kirghizistan e le quattro enclavi uzbeke di Sokh, Qalacha, Shohimardon  e Jangyy-Ayyl  in Kirghizistan.

Gli avvenimenti dei giorni scorsi tra Kirghizistan e Tagikistan mostrano quanto questi nodi irrisolti rappresentino pericolose fonti di tensione tra le popolazioni, esasperate dalla mancanza di risposte dai governi, e sfide chiave che decideranno la stabilità e il futuro della regione – in primo luogo le questioni legate all’approvvigionamento idrico.

Immagine: Alberica Camerani/East Journal

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