GEORGIA: 9 aprile 1989, una protesta che ha fatto la storia

Correva l’anno 1989. Lo sgretolamento del mondo sino a quel momento conosciuto risultava ormai inesorabile in tutte le repubbliche sovietiche e la fiducia nelle istituzioni si faceva via via più incerta; il ritiro dall’Afghanistan aveva incrinato il mito dell’invincibilità sovietica, le elevate spese militari avevano esacerbato criticità economiche strutturali dell’Unione, generando le celeberrime crisi di approvvigionamento. In questo periodo di incertezza e smarrimento, le riforme di Gorbachev aprirono un vaso di Pandora. I tabù sino a quel momento rimossi potevano essere finalmente discussi, la memoria storica dei momenti più complessi della storia sovietica diveniva oggetto di dibattito e la ricerca di nuovi valori si faceva collettiva. In ogni angolo del mondo socialista veniva riscoperta l’identità locale e, nei discorsi, le parole nazionalismo, democratizzazione e separatismo si intrecciavano e collidevano.

In Georgia, in particolare, questa riscoperta delle identità locali e nazionali stava accendendo la miccia del conflitto interno, mentre la politica si articolava e identificava pericolosamente attorno ai numerosi gruppi etnici del paese.

Indipendenza e unità

Nella primavera del 1989, in Abcasia si erano levati venti secessionisti. Il 15 marzo, Boris Adleyba, segretario della sezione abcasa del PCUS, firmò una petizione per conferire all’Abcasia lo status di repubblica, così,  nel caso in cui la RSS georgiana avesse scelto la strada dell’indipendenza, la regione non avrebbe fatto parte dello stato nascituro. Tale tentativo si scontrò naturalmente con la contrarietà dei georgiani e nei venti giorni successivi si succedettero manifestazioni di georgiani a abcasi, ostili tra loro e con idee opposte circa il futuro del paese.

La situazione si fece così delicata che il 6 aprile Adleyba fu rimosso dalla carica, anche se con scarsi risultati, poiché il seme della guerra civile era ormai piantato.

L’accaduto

In questo contesto già estremamente caldo e gravido di sviluppi si svolsero gli eventi del 9 aprile.

A Tbilisi, circa 10mila persone si radunarono davanti al Parlamento, per manifestare la propria volontà di indipendenza dall’Unione Sovietica e la condanna del separatismo in Abcasia.

Leader della protesta erano i principali esponenti dell’opposizione nel Paese, tra cui il celebre intellettuale Merab Kostava, dissidente attivo nel Samizdat e tra i fondatori del gruppo di Helsinki, e Zviad Gamsakurdia, un personaggio controverso, manifestamente ostile verso le minoranze etniche del paese, che dopo la morte di Kostava si troverà alla guida dell’opposizione.

Il primo segretario del partito comunista georgiano richiese l’invio di truppe sovietiche. L’allora (e attuale) patriarca della Georgia, Ilia II, poco prima dell’intervento dell’esercito effettuò un estremo tentativo di prevenire lo spargimento di sangue, invitando i manifestanti  ad entrare in chiesa e pregare, rendendo così inaccettabile un’azione violenta dell’esercito. I presenti, tuttavia, si rifiutarono di dissimulare il vero senso della propria presenza e restarono immobili. All’alba, mentre i protestanti cantavano e ballavano, fecero irruzione i militari, che repressero duramente la protesta, ricorrendo anche all’uso di gas chimici. Sedici persone – in maggioranza donne e bambini – morirono sul posto, altre cinque si aggiunsero al bilancio dei morti nei giorni successivi e 3500 presentarono sintomi di avvelenamento da gas.

Le reazioni

Le reazioni ai fatti del 9 aprile mostrarono che la repressione della protesta aveva creato una crepa difficilmente sanabile tra la classe politica georgiana e quella sovietica.

Se infatti il giorno successivo la stampa sovietica tentò di giustificare l’uso di armi chimiche con il comportamento violento dei manifestanti, l’11 aprile la tv georgiana prese convintamente posizione contro la violenza dell’esercito sovietico, mostrando le immagini delle donne uccise.

I tempi erano cambiati e, in nome della glasnost, era necessario fare chiarezza sull’accaduto. Fu dunque istituita la cosiddetta Commissione Sobchack che, grazie anche alla presenza di una telecamera posta sul balcone di un edificio affacciato su Viale Rustaveli, ricostruì la gravità delle azioni dei soldati. Una scena, in particolare, lasciò senza parole l’opinione pubblica: una ragazza  di sedici anni era stata picchiata a morte da un soldato sovietico, mentre la madre della giovane, intervenuta per salvare la figlia, veniva a sua volta selvaggiamente attaccata e ferita.

La sindrome di Tbilisi

I fatti del 9 aprile, tuttavia, non sconvolsero soltanto l’opinione pubblica, ma lasciarono un alone di sospetto anche tra le fila dell’esercito. A partire da questo momento, infatti, si riscontrò una certa riluttanza da parte di soldati e ufficiali nell’intraprendere qualsiasi tipo di operazione senza una chiara catena di comando che permettesse successivamente di accertare le responsabilità. Questo fenomeno, definito Sindrome di Tbilisi, viene identificato dall’ex ambasciatore georgiano negli Stati Uniti, Archil Gegesidze, come uno dei fattori che avrebbero poi contribuito a determinare il rifiuto dei soldati di reprimere le proteste a Mosca durante il colpo di stato del 1991.

Le conseguenze sulla politica georgiana

Se gli eventi del 9 aprile lasciarono alcuni strascichi negli ultimi anni di vita dell’Unione Sovietica, in Georgia infersero una cicatrice insanabile. La crudezza della repressione e l’uccisione immotivata di civili unificò la popolazione in nome dell’anticomunismo. Quel sentimento di insoddisfazione e di curiosità verso il mondo capitalista che in qualche misura serpeggiava in gran parte dell’Unione Sovietica, in Georgia divenne, nell’arco di pochi giorni, il discorso politico dominante e quasi unanimemente condiviso, che nel paese gode ancora di buona salute e ne condiziona costantemente la politica interna e interazionale. L’equazione tra Russia e Unione Sovietica, percepite a livello popolare quasi come uno stesso soggetto nasce probabilmente proprio in questo momento. È infatti ora che il paese recide ogni legame con l’esperienza politica sovietica, cui, se pur con alti e bassi, i georgiani hanno sempre partecipato attivamente e in cui hanno avuto numerosi e influenti “rappresentanti”.

Nel novembre dello stesso anno, il consiglio supremo della RSS Georgiana condannò ufficialmente “l’occupazione e l’annessione” della Repubblica Democratica di Georgia del 1921. Due anni dopo, il 90% dei cittadini si recò a votare al referendum per l’indipendenza dall’Unione Sovietica e il 99% si espresse favorevolmente.

Immagine: Wikicommons

Chi è Eugenia Fabbri

Nata e cresciuta a Bologna, si è laureata in Scienze Internazionali e Diplomatiche all'Università di Bologna e frequenta ora il primo anno del corso di laurea magistrale MIREES (Interdisciplinary Research and Studies on Eastern Europe), presso la stessa università. Ha vissuto per sei mesi in Georgia, dove ha frequentato alcuni corsi dell'Università Statale di Tbilisi, appassionandosi alle dinamiche politiche del Caucaso Meridionale.

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