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UCRAINA: Escalation nel Donbas. La pace è più lontana che mai

da Kiev – “Kiev non molla e Mosca non cede”: concludevamo con queste parole l’ultimo articolo del 2020 sul conflitto in corso nei territori orientali dell’Ucraina. L’anno nuovo avrebbe potuto essere quello decisivo e portare finalmente a un accordo di pace fra le due parti, grazie all’aiuto di Francia e Germania nell’implementazione dei negoziati di Minsk. Ma nelle ultime settimane la situazione è precipitata e il Donbas è preda di un’escalation del conflitto armato che sta aggravando non solo i rapporti tra Russia e Ucraina, ma anche tra il Cremlino e la nuova amministrazione degli Stati Uniti.

Il cessate il fuoco che non funziona

Il mese scorso, il capo dell’ufficio del presidente ucraino Andriy Yermak, aveva annunciato un nuovo piano a cui l’Ucraina stava lavorando con i partner occidentali del Formato Normandia (Francia e Germania) per riportare la pace nella regione e reintegrare i territori occupati del Donbas. Mosca, però, non aveva manifestato alcun segno di voler scendere a compromessi e nelle regioni delle repubbliche separatiste di Donetsk e Luhansk, dopo numerose violazioni del cessate il fuoco, si sono intensificati i combattimenti.

In sette anni di guerra nell’Ucraina orientale si sono susseguiti non meno di 30 cessate il fuoco. L’ultimo risale al 27 luglio 2020, ed è quello che ha retto più a lungo. Ma le violazioni sono aumentate pericolosamente: da gennaio almeno una trentina di militari ucraini sono morti nel Donbas. L’aumento del numero di bombardamenti degli ultimi giorni lungo la linea del fronte è stato testimoniato sia dai dati dei rapporti ambientali quotidiani, sia dalle storie dei residenti locali. L’area vicino alla stazione ferroviaria della città di Donetsk ha riportato sparatorie nei pressi dell’aeroporto, dove, oltre ad armi leggere, si sono sentiti spari provenienti da mitragliatrici e carri armati.

Negli ultimi giorni, alcuni video di veicoli militari russi che si spostavano verso i confini di Stato dell’Ucraina hanno iniziato ad apparire sui social media (come quello qui sotto, girato nella regione di Rostov sul Don, sull’autostrada M4 che corre lungo il confine tra Federazione Russa e Ucraina), rappresentando una minaccia per la sicurezza militare dell’Ucraina, come affermato dal comandante in capo delle forze armate ucraine Ruslan Chomčak. Secondo le forze armate ucraine, infatti, l’esercito separatista sta rinforzando le proprie unità con squadre di ricognizione e coppie di cecchini, impiegando anche istruttori dell’esercito russo per addestrare il personale.

 

Escalation e tensioni non solo lungo il fronte

Difficile determinare con precisione cosa stia succedendo: Kiev e Mosca si accusano a vicenda per questa escalation nel Donbas.

Giovedì scorso il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha accusato la Russia di accumulare truppe al confine del suo paese e chiede ai partner occidentali di fare tutto il possibile per mantenere un cessate il fuoco globale nella regione. Lo scorso 26 marzo il paese ha perso quattro militari, morti in seguito ad alcuni colpi di mortaio (probabilmente opera di un drone), ma le forze militari separatiste negano e ritengono che i soldati ucraini siano saltati in aria sulle loro stesse mine.

Il portavoce del presidente russo, Dmitrij Peskov, pur confermando l’aumento della tensione nella regione, ne ha trasferito la responsabilità all’Ucraina, sostenendo che “gli ucraini rifiutano assolutamente l’idea di dialogare con loro [i separatisti, ndr]”. 

In risposta a Kiev, Mosca ha anche affermato che i recenti movimenti di truppe russe e materiale militare vicino ai confini della Russia con l’Ucraina mirano a garantire la sicurezza di Mosca e non sono una minaccia per nessuno, sottolineando anche che la Russia fornisce solo sostegno politico e umanitario ai combattenti separatisti in quello che definisce un ‘conflitto interno’. Inoltre, in caso di apparizione di truppe statunitensi sul territorio dell’Ucraina o di rafforzamento delle forze NATO nei paesi limitrofi, la Russia adotterà “misure aggiuntive”.

Durante una conversazione telefonica con il ministro della Difesa ucraino Andriy Taran, il segretario della Difesa degli Stati Uniti, Lloyd Austin, ha dichiarato che gli Stati Uniti sono pronti a sostenere l’Ucraina. Un’affermazione ribadita dal nuovo presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, durante la prima chiamata ufficiale di venerdì scorso alla sua controparte ucraina: le nazioni occidentali e l’alleanza militare transatlantica NATO, esprimendo la loro preoccupazione per la recente escalation nel Donbas, promettono il loro sostegno all’Ucraina di fronte alla “continua aggressione della Russia”.

I funzionari statunitensi stanno ancora riflettendo sulle reali intenzioni della Russia: potrebbe essere un tentativo di mettere alla prova il team di Biden sulla protezione dell’Ucraina, o addirittura una tattica per destabilizzare il governo di Kiev e attingere al sentimento patriottico tra gli elettori. L’indice di gradimento del presidente russo Vladimir Putin, infatti, ha raggiunto il suo massimo storico dopo l’annessione della penisola di Crimea del 2014.

Gli scenari possibili sono molteplici, ma nessuno di questi prevede la risoluzione del conflitto nel breve termine. Anzi: le esercitazioni militari separatiste lungo i confini potrebbero portare a un’ulteriore escalation del conflitto e Mosca potrebbe incolpare l’Ucraina di non voler dialogare con i separatisti. Un altro quadro, più remoto ma non impossibile, potrebbe essere un intervento armato nei territori lungo il mare d’Azov e l’occupata penisola di Crimea. 

La guerra del Donbas non assomiglia per nulla a un conflitto congelato e l’implementazione degli accordi di Minsk rimane solo un’illusione.

Foto: Claudia Bettiol/East Journal

Chi è Claudia Bettiol

Nata lo stesso giorno di Gorbačëv nell'anno della catastrofe di Chernobyl, sono una slavista di formazione. Grande appassionata di architettura sovietica, dopo un anno di studio alla pari ad Astrakhan, un Erasmus a Tartu e un volontariato a Sumy, ho lasciato definitivamente l'Italia per l'Ucraina, dove attualmente abito e lavoro. Collaboro con East Journal e Osservatorio Balcani e Caucaso, occupandomi principalmente di Ucraina e dell'area russofona.

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