STORIA: La “Cortina di Ferro”, tra passato e presente

Da Stettino nel Baltico a Trieste sull’Adriatico, una cortina di ferro è scesa sul continente. Oltre quella linea, si trovano tutte le capitali degli antichi stati dell’Europa centrale e orientale. Varsavia, Berlino, Praga, Vienna, Budapest, Belgrado, Bucarest e Sofia, tutte queste famose città e le popolazioni che le circondano giacciono in quella che chiamo ‘Sfera Sovietica’, e tutte sono soggette in un modo o nell’altro, non soltanto all’influenza sovietica, ma a una misura molto alta e, in alcuni casi, crescente di controllo da parte di Mosca”.

Queste sono le famose parole che riecheggiarono il 5 marzo 1946, al Westminster College, presso Fulton (Missouri, Stati Uniti). A pronunciarle, l’allora leader dell’opposizione in Regno Unito, nonché ex primo ministro, Winston Churchill. Settantacinque anni e una guerra fredda dopo, il termine “cortina di ferro” sembra essere tornato di moda.

Il discorso e le reazioni

Secondo Churchill, “i russi desiderano un’indefinita espansione del loro potere e delle loro dottrine”, ma non una guerra. Nonostante le dure parole rivolte nei confronti dell’Unione Sovietica, Churchill riteneva che la priorità fosse la stabilizzazione del sistema internazionale e la prevenzione di uno scontro diretto.

Comprensibilmente, però, la reazione sovietica fu tutt’altro che cooperativa. Il leader sovietico, Josip Stalin, descrisse il discorso di Fulton come “guerrafondaio”. Inoltre, il giornalista della Pravda, David Zaslavskij, denunciò la “cortina di ferro” come prodotto della mera immaginazione di Churchill, paragonandolo alla propaganda del nazista Joseph Goebbels. O ancora, in un’intervista pubblicata su The New York Times, l’allora ministro degli Interni Imre Nagy dichiarò: “Se ci fosse davvero una cortina di ferro intorno al mio paese, credete che starei qui seduto, in questa stanza, a parlare con voi?”.

La “cortina di ferro” nei fatti

Il cuore del discorso di Churchill – cioè la separazione del mondo in due sfere di influenza – era stata già concepita e immaginata dal francese Alexis de Tocqueville nel suo celeberrimo Democrazia in America. È proprio nelle ultime pagine del primo volume che l’autore scrisse:

Ci sono, in questo momento [nel 1835], due grandi nazioni nel mondo, che sembrano tendere sempre verso lo stesso obiettivo, sebbene siano partiti da punti differenti: faccio riferimento ai russi e agli americani. […] Il principale strumento dei primi è la libertà, mentre la servitù lo è per i secondi. Il loro punto di partenza è diverso, e i loro corsi non sono uguali; eppure, entrambi sembrano esseri segnati dal volere divino di influenzare i destini di metà del mondo”.

Oggi, guardando indietro, le parole di Tocqueville risuonano quasi come una profezia. Tuttavia, Tocqueville non specificò come tale spartizione dei destini del mondo sarebbe avvenuta. Fu a questo vuoto analitico che lo storico John Lewis Gaddis provò a dare una risposta: la cortina di ferro non avrebbe posto soltanto una contrapposizione tra due ideologie contrastanti, ma avrebbe delimitato il campo del “gioco delle superpotenze”.

Gaddis, infatti, riconosce cinque principali “regole” implicite tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica: il rispetto delle sfere di influenza e il disinteressamento reciproco in problematiche di leadership interna [quale la morte di Stalin o il Watergate], l’evitare un confronto militare diretto, l’uso dell’arma nucleare solo come extrema ratio e “un’anomalia prevedibile [come una Germania divisa] piuttosto che una razionalità imprevedibile [come la Germania unita]”. È dentro questo gioco di potenze che diventa più facile comprendere la politica statunitense di “containment” o la dottrina Brežnev.

Un termine inflazionato

Oggigiorno, il termine “cortina di ferro” sembra essere tornato di moda. The Indepedent, per esempio, lo ha usato per descrivere i progetti di fortificazione ai confine orientali di Polonia, Bulgaria e Ucraina. Tra di essi, figurerebbe anche il cosiddetto “Muro Europeo” tra l’Ucraina e la Russia, un progetto finalizzato a prevenire possibili aggressioni russe a est e la cui realizzazione dovrebbe terminare nel 2025.

Tuttavia, un utilizzo indiscriminato e abusato del termine “cortina di ferro” dovrebbe essere evitato. Infatti, nonostante la nozione fosse già in uso prima del discorso di Fulton, dal 1946 essa ha iniziato a delineare uno specifico quadro internazionale, con specifiche regole di comportamento e con una chiara accezione ideologica. Di conseguenza, fare un uso indiscriminato del termine genererebbe erronee analogie storiche e rafforzerebbe la narrativa che vede un “loro” opporsi a un “noi”.

Immagine: Pixabay

Chi è Amedeo Amoretti

Studente di Laurea Magistrale in Relazioni Internazionali, curriculum Global Studies, alla LUISS Guido Carli. Si interessa principalmente di Russia, Bielorussia e Ucraina. Ha scritto la tesi triennale concernente "La crisi in Crimea nel quadro delle Nazioni Unite: la pronuncia dell'Assemblea Generale e il veto russo nel Consiglio di Sicurezza".

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