Obilić Fudbalski Klub: il crimine sportivo di Arkan

È il 12 agosto del 1998, nel secondo preliminare di Champions League il Bayern Monaco incontra l’FK Obilić. Nella stagione precedente i serbi hanno vinto il loro primo e unico campionato della storia. Dopo aver sconfitto gli islandesi dell’IBV nel primo preliminare, ora si trovano di fronte i bavaresi, un ostacolo insormontabile. La partita finisce 4 a 0 per i tedeschi, ma a fare notizia è la presenza in tribuna di Svetlana Ražnatović, in arte Ceca. Regina indiscussa del turbo-folk e in quel momento presidentessa del club ospite. Il vero proprietario della squadra è il marito di lei, Zeljko Ražnatović, conosciuto come Arkan

Arkan

Prima di capire come l’Obilić sia arrivato a giocarsi un preliminare di Champions League, è necessario comprendere chi è Arkan. Figlio di un colonnello dell’esercito jugoslavo, Zeljko, sin dalla giovane età, ha una certa predisposizione per la delinquenza. Inizia commettendo furti e rapine in patria, per poi uscire dai confini e aumentare il livello dei suoi crimini in paesi come Italia, Olanda, Svezia, Germania Ovest e Belgio. Finisce diverse volte in carcere e altrettante volte riesce a evadere.

Dopo l’esperienza “europea” Arkan viene assunto dall’UDBA, il servizio segreto jugoslavo. L’incarico è quello di uccidere i rifugiati politici fuggiti all’estero che il regime jugoslavo ritiene pericolosi. Gli anni ’80 rappresentano l’inizio del caos in Jugoslavia e il suo ritorno in patria. Nel 1989 diventa il leader dei Delije, nome sotto il quale vengono riuniti i diversi gruppi che compongono l’universo dei tifosi della Stella Rossa di Belgrado. La decisione di affidargli quella posizione arriva dai vertici politici di Belgrado, che hanno bisogno di qualcuno in grado di controllare quegli elementi della tifoseria organizzata piuttosto difficili da tenere a bada. 

Dalla guerra al calcio

Guerra e calcio sono due elementi fondamentali nella storia di Arkan. Il suo ingresso della curva della Crvena Zvezda gli permette di addestrare quel gruppo di ultras, che in poco tempo trasforma in una formazione paramilitare. Chiamate anche tigri, si macchiano di diversi crimini durante la guerra in Bosnia. Gli accordi di Dayton mettono fine al conflitto bosniaco e Arkan può incominciare la sua vita da imprenditore.

Prima si arricchisce grazie a diverse attività: night club, imprese edili, casinò, trasporti e panifici.  Ma tutto questo non è abbastanza e allora intraprende un altro tipo di avventura nel mondo del pallone, quella da proprietario di club. Prova ad acquistare la Stella Rossa, ma Dragan Dzajić ha il potere necessario per permettersi di rifiutare l’offerta. Allora la sua attenzione si sposta sul Prishtina. L’acquisto riesce, i giocatori albanesi vengono eliminati dalla squadra, ma i risultati non arrivano e il progetto si affossa in poco tempo.

Il terzo tentativo è quello giusto. Si tratta di una squadra di Belgrado, l’FK Obilić. Il nome deriva da Miloš Obilić, eroe nazionale e protagonista della battaglia sulla piana dei Merli del 1389, evento nel quale uccise il sultano ottomano Murad I prima di perdere la vita lui stesso.

FK Obilić

L’FK Obilić non è di certo una delle squadre più conosciute del calcio serbo. Fino all’arrivo di Arkan, l’unico traguardo di una certa importanza è la sconfitta nella finale di coppa nazionale contro la Stella Rossa, giocatasi nel 1995. Dal momento in cui Ražnatović acquista il club, cambia tutto. In primis mette in atto una disciplina militare, sulla stessa linea di quella che aveva utilizzato con i Delije. I giocatori non posso bere prima di una partita e in caso di sconfitta, le punizioni posso essere particolarmente dure. Come quella volta che dopo una prova poco convincente fece tornare i calciatori a piedi fino a Belgrado, che distava 30 chilometri.

Il primo traguardo è la promozione in massima serie con ben 15 punti di vantaggio sulla seconda. Si potrebbe pensare a una rosa riempita di talenti e di giocatori fuori categoria, ma la realtà è un’altra. I metodi utilizzati da Arkan non hanno nulla a che fare con lo sport, ma ricordano piuttosto quelli adoperati in guerra. Le intimidazioni agli arbitri e agli avversari sono abbastanza da far sì che il direttore di gara, nel dubbio, fischi per i giallo-blu, oppure che l’avversario non giochi la sua miglior partita della vita. 

Campione di Jugoslavia e Champions League

La musica non cambia neanche in prima divisione. Se possibile, lo spettacolo messo in atto è anche peggiore. Grazie a una politica di minacce, corruzione e pare addirittura l’utilizzo di gas sedativo nello spogliatoio degli avversari, l’Obilić riesce a vincere il titolo con due punti di vantaggio sulla Stella Rossa. Sconfitte in quella stagione? Soltanto una.

Il primo posto in patria significa la possibilità di giocarsi i preliminari di Champions League. Nel frattempo però il nome di Arkan è diventato noto alla UEFA, la quale fa sapere che se lui continua a mantenere la carica di presidente, il club verrà estromesso dalle competizioni europee. Per questo, quella sera di agosto a Monaco di Baviera, in tribuna c’è la moglie CecaAnni dopo si scoprirà che quella decisione della UEFA rischiò di costare la vita all’allora presidente Lennant Johansson. I killer non portarono a termine l’operazione soltanto perché non ci furono le condizioni necessarie.

All’uscita dalla Champions League seguì un preliminare in Coppa UEFA con un’altra big del calcio europeao, l’Atletico Madrid. Sconfitta contro i Colchoneros che mise la parola fine all’esperienza europea del club in quella stagione. Poi arrivò l’intervento della NATO nella guerra in Kosovo, Arkan venne rinviato a giudizio per genocidio e crimini contro l’umanità da parte della Corte internazionale dell’Aja e l’Obilić fu escluso dalla Coppa UEFA.

Il 15 gennaio 2000 l’uccisione di Arkan in un bar di Belgrado mise la parola fine alla sua esistenza di criminale di guerra e presidente di quella farsa che fu il suo FK Obilić. 

Foto: Gianni Galleri/East Journal

Chi è Gezim Qadraku

Laurea triennale in Scienze Politiche Internazionali all'Università degli Studi di Milano. Frequenta un Master in International Economics and Public Policy all'Università di Trier. Nato nel 1992 a Prishtina, cresciuto a Milano, al momento risiede in Germania. Parla albanese, inglese e tedesco.

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