UCRAINA: Le speranze economiche ricadono (come sempre) sul FMI

Questo articolo è frutto di una collaborazione con OBCT

Da Kiev – Se l’Ucraina di Volodymyr Zelensky si diceva finalmente pronta a intraprendere un percorso di crescita sostenibile, demolendo le strutture oligarchiche che hanno frenato lo sviluppo del paese dall’indipendenza nel 1991, la situazione odierna non è però così rosea. E l’epidemia di Covid-19 è solo parzialmente responsabile di questa precarietà.

La spinta riformatrice si è dissolta in fretta e le lotte intestine al potere oligarchico sono tornate (o forse non si sono mai sedate), costringendo a un rimpasto di governo lo scorso marzo e ad alcuni cambiamenti ai vertici della leadership della Banca nazionale ucraina (NBU) a luglio, con una conseguente inflazione sulla moneta locale, la hryvnja (il cambio con l’euro è oggi a 34 hryvne, mentre alla fine del 2019 ammontava a 26). Non da ultimo, alla fine di ottobre, la Corte costituzionale ha fatto deragliare gran parte dei progressi nella lotta alla corruzione degli ultimi anni, revisionando la legge anticorruzione sui funzionari pubblici e innescando così una crisi costituzionale.

Tutte questioni che rischiano di determinare l’ennesima sospensione del programma del Fondo monetario internazionale (FMI) nel paese.

FMI idea fissa

“Il nuovo governo continuerà a lavorare in maniera ‘costruttiva’ con il Fondo monetario internazionale. […] L’economia nazionale può superare questa crisi solo grazie all’aiuto del denaro proveniente dal FMI”, aveva dichiarato già nel marzo scorso l’allora neo primo ministro Denys Šmyhal’. Una frase che viene ripetuta quasi ciclicamente da vari rappresentanti del governo e dallo stesso presidente Volodymyr Zelensky, il quale ha recentemente ribadito che, nella situazione attuale, l’economia ucraina “ha bisogno del denaro del FMI come il corpo umano ha bisogno di sangue nelle vene“.

Tra accordi e tira-e-molla c’è sempre stato il FMI a finanziare con il contagocce l’Ucraina, ufficialmente membro dal 1992. Il paese da allora ha firmato diversi programmi con il Fondo ma nessuno è mai stato portato a termine in quanto Kiev non è mai riuscita a mantenere le promesse date: il mancato raggiungimento da parte dell’Ucraina degli obiettivi monetari e degli impegni di riforme strutturali interni ha causato più volte la sospensione dell’Extended Fund Facility o il rinvio dei versamenti di finanziamento. I governi che si sono susseguiti e le crisi rivoluzionarie che ne hanno determinato i cambiamenti (in particolare la rivoluzione arancione del 2004 e la rivoluzione della dignità del 2014) non hanno certamente favorito l’instaurazione di un partenariato economico stabile ed equilibrato.

Infatti, i prestiti stanziati dal FMI hanno un costo: sono erogati sulla base di alcune condizioni e sono vincolati a una serie di riforme che il paese deve assicurare. Non a caso il programma di sostegno in corso (aggiornato ben tre volte dal 2014) era stato sospeso nel dicembre 2019 e un totale di 5 miliardi di dollari spalmati su 18 mesi sono rimasti in attesa di approvazione. Un’approvazione che, finalmente, è giunta lo scorso giugno e che dovrebbe aiutare ora il paese anche a far fronte alla pandemia di coronavirus. Le nuove stime ecnomiche del FMI, inoltre, prevedono per il 2021 una crescita del PIL dello 0,3%.

Sulla via delle riforme per conquistare il FMI

Un prestatore eroga fondi, dunque, solo a determinate condizioni, che sono di tipo economico solo in superficie, in quanto abbracciano più ampiamente questioni politiche e sociali, soprattutto nel caso del FMI.

In Ucraina, la questione politica più urgente da affrontare rimane la riforma della magistratura che va ripulita dai giudici corrotti, primo requisito posto dal FMI. Il governo sembra impegnato a discutere in parlamento un disegno di legge ambizioso sulla questione, ma la porta potrebbe rimanere aperta alla corruzione: finché la Verchovna Rada non nominerà un numero sufficiente di giudici per ribaltare l’equilibrio nella Corte costituzionale, quest’ultima rischia di continuare a paralizzare il processo decisionale.

Accanto alla magistratura, anche il settore bancario ha sete di riforme: è in crisi sin dalla caduta dell’Unione Sovietica ed il suo precario equilibrio rischia di crollare da un momento all’altro. Da decenni il sistema è caratterizzato da strutture poco trasparenti, spesso in mano a potenti oligarchi, ed è oggetto di manipolazioni finanziarie, insolvenza e negligenza delle autorità bancarie e giudiziarie. La liquidazione di un centinaio di banche commerciali – opera dell’ex presidente Petro Porošenko – e i cambiamenti radicali apportati dalla Banca Nazionale dell’Ucraina tra il 2014 e il 2017, hanno fatto impallidire alcuni oligarchi, che si sono visti togliere vere e proprie casseforti in cui riporre i propri guadagni (non sempre leciti) e la tranquillità di navigare tra i meandri della corruzione: Finansy ta kredyt (Finanza e credito) del magnate del settore minerario e metallurgico Kostjantyn Ževago, Del’ta Bank di Mykola Lagun, e Nadra Bank, del famoso oligarca Dmytro Firtaš, arricchitosi (almeno fino al 2014) con il commercio di gas dalla Russia, sono recentemente fallite.

Ciò non ha impedito, lo scorso maggio, l’approvazione da parte della Verchovna Rada, il parlamento ucraino, di una nuova legge, nota come “legge anti-Kolomoiskiy”, che vieta la restituzione delle banche insolventi e nazionalizzate ai vecchi proprietari. Il testo della legge, progettata per non consentire la restituzione della banca più redditizia dell’Ucraina, PrivatBank, al noto oligarca Ihor Kolomoiskiy, in realtà, nasconde qualcosa di più: limita ogni possibilità di ricorso nei confronti delle decisioni della Banca Nazionale dell’Ucraina, che ne esce praticamente intoccabile. La legge bancaria, tuttavia, non vieta agli ex proprietari di dichiarare la decisione illegale e di chiedere un risarcimento, determinato dall’attività e dalle perdite della banca stessa al momento della sua insolvenza. Se, però, il totale delle passività della banca alla data della sua insolvenza ha superato il totale delle sue attività, lo stato non assegnerà alcun risarcimento. Kolomoiskiy e il socio Hennadiy Boholjubov, hanno avviato centinaia di azioni legali nei tribunali locali e all’estero, sinora senza alcun esito concreto.

Nel complesso, però, sono i cittadini a perderci di più: le classi più svantaggiate diventano sempre più povere e indebitate a causa della pessima gestione dei risparmi e dell’aumento dei tassi di interesse delle banche sui prestiti (si parla di un aumento dal 4,5% del 2012 all’8% del 2020).

Un FMI irremovibile

La famigerata resistenza al cambiamento della struttura oligarchica costringe il governo di Kiev a trovare un equilibrio con gli interessi e le richieste espressi dall’intransigente FMI, dalle cui risorse dipende ora la stabilità finanziaria del paese. Il paese di Zelensky, infatti, non ha molta scelta: se non vuole ritrovarsi solo e indebitato, deve stare alle regole dettate dai suoi sostenitori, che chiedono trasparenza e riforme strutturali.

Perché allora l’Ucraina non si rivolge altrove? Le due ragioni principali non sono difficili da trovare: innanzitutto, Kiev ha bisogno di un’ingente quantità di denaro per ricostruire l’economia e coprire i deficit, e poche strutture sono disposte a concedere prestiti a un paese ancora in transizione e dalla reputazione incerta. In secondo luogo, l’Ucraina non può più fare affidamento sul precedente partner di vecchia data: il Cremlino. Se, infatti, Mosca non ha mai avuto problemi a erogare fondi ai ‘fratelli ucraini’, ha sempre chiesto assoluta fedeltà alla proprio linea politica, condizione che è andata scemando negli ultimi anni, in particolare con l’annessione da parte della Russia della penisola di Crimea nel 2014 e l’accendersi del conflitto armato per il controllo dei territori del Donbas, a est del paese.

A giugno, pur confermando il pacchetto da 5 miliardi, l’FMI espresse gravi preoccupazioni identificando due principali rischi per l’Ucraina: il coronavirus e il limitato impegno del governo ucraino per una sana politica economica. Leggendo tra le righe, il messaggio è chiaro: puoi anche aver soddisfatto le nostre condizioni, ma noi ancora non ci fidiamo.

Foto: Eugene Kozlovsky da Pixabay

Chi è Claudia Bettiol

Nata lo stesso giorno di Gorbačëv nell'anno della catastrofe di Chernobyl, per East Journal si occupa dell'area russofona. Linguista e grande appassionnata di architettura sovietica, dopo un anno di studio alla pari ad Astrakhan, un Erasmus a Tartu e un volontariato a Sumy, ha lasciato definitivamente l'Italia per l'Ucraina, dove attualmente abita e lavora.

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