“Stjepan detto Jesus, il figlio”. Gli stupri di guerra visti da un bambino

Stjepan detto Jesus, il figlio” è l’ultimo romanzo di un’opera sterminata di Maria Rita Parsi, nota saggista, psicoterapeuta e già membro del Comitato ONU per i Diritti del Fanciullo. Il libro tratta di un tema importante come quello degli stupri di guerra durante il conflitto in Bosnia-Erzegovina tra il 1992 e il 1995. Secondo alcune stime, sono state oltre 20 mila le donne, di ogni nazionalità, vittime di violenze o addirittura rinchiuse nei cosiddetti “campi di stupro”, come nel caso dell’hotel Vilina Vlas di Višegrad.

L’autrice affronta la delicata questione degli stupri di guerra con semplicità, quella di un bambino costretto a fare i conti con una storia di cui egli stesso è vittima dal momento della sua nascita. Stjepan, “detto Jesus perché nato il 25 dicembre a mezzanotte”, è infatti figlio di una giovane ragazza bosniaca violentata da un soldato serbo nel 1993. Il libro non ha la pretesa di affrontare la questione da un punto di vista esclusivamente morale ma anche psicologico, dettato forse da una sorta di “deformazione professionale” dell’autrice, scavando tra le dinamiche che si producono tra carnefici e vittime. E tra le vittime stesse, quali sono Stjepan e la madre.

“Io questa storia della diversità e delle guerre tra razze e religioni non l’ho mai capita anche se, sin da bambino, mi sono sentito ripetere che io sono nato proprio per quelle”

Questa incapacità di comprendere il conflitto è al centro del lungo viaggio, non solo fisico ma anche e soprattutto interiore, portato avanti da Stjepan, un bambino orfano, senza esserlo realmente, del paese di Dojnia. Stjepan è accudito dall’allegra e alcolizzata bisnonna settantanovenne Anja che non gli ha mai nascosto la vera storia del suo concepimento. Nel 1993, sua madre, bosniaca, era stata stuprata per due mesi da un soldato serbo. A causa di quelle violenze era rimasta incinta. Da qui il rifiuto di tenere il bambino, abbandonato dopo appena sei mesi di vita. Per la madre, la sua nascita rappresentava “un dolore troppo grande”, come fosse un “figlio della disgrazia”, “il figlio dello stupratore”.

Stjepan è un bambino come tanti, innamorato degli animali, della fotografia e di sua cugina appena più grande e sogna di diventare, un giorno, pilota automobilistico. Una passione trasmessa dallo zio che gli ha anche insegnato “a parlare in serbo e pregare come un cristiano”, mentre la bisnonna gli aveva insegnato, a cinque anni, a “parlare e scrivere in arabo e a leggere il Corano”. Un’immagine che restituisce la complessità culturale di una famiglia come tante in Bosnia in quegli anni, dilaniata e distrutta dagli orrori di una guerra che ha messo di fronte amici, parenti, generazioni.

Dietro un’apparente normalità però, un pensiero fisso tormenta l’esistenza del bambino: il desiderio di conoscere la madre. La morte di Anja, avvenuta quando il nipote aveva appena nove anni, pone Stjepan davanti a una prova più grande di lui, che lo trasforma presto in adulto. Nel suo lungo viaggio incontra tanta gente che ha lavorato con la madre, persone che conoscono la loro storia e che sono disposti a dargli una mano. Con ognuno di essi scatta una foto, per ricordarsi di chi l’ha aiutato, di chi l’ha accolto e gli ha voluto bene.

Il viaggio di Stjepan alla ricerca di sua madre è un viaggio catartico che trasforma l’odio in amore, la vergogna in gioia, che permette di affrontare e cancellare quel processo di (auto)colpevolizzazione che colpisce spesso le vittime di stupri.

Ma Stjepan, detto Jesus, non si accontenta di affrontare il suo irrisolto rapporto con la madre. Vuole andare oltre, vuole chiudere il cerchio di una storia che, fino a quel momento, non ha potuto scrivere ma solo subire. Decide così di voler incontrare il padre, rinchiuso in carcere e, grazie all’impegno di un’associazione di donne, sotto processo insieme a tanti altri soldati serbi per le violenze commesse durante la guerra in Bosnia.

Stjepan decide di voler essere presente al processo perché

“Io devo ascoltare e prendere atto di tutto il male che certi uomini, lupi di guerra, malati d’odio, fanno alle donne, alla vita, al mondo. Per non diventare come loro. E, soprattutto, per non diventare il braccio armato della vendetta di mia madre”

Una frase, detta da un ragazzino che ha compiuto appena undici anni, che lascia increduli per maturità e che rappresenta il coraggio di rifiutare l’idea di vendicarsi con violenza a un torto subìto. La sua vendetta sarà di tutt’altro tenore, più immediata rispetto ai tempi della giustizia, ma anche piena di umanità. La stessa distrutta dalla guerra.

Immagine: Salani Editore

Chi è Marco Siragusa

Nato a Palermo nel 1989, ha svolto un dottorato all'Università di Napoli "L'Orientale" con un progetto sulla transizione serba dalla fine della Jugoslavia socialista al processo di adesione all'UE. Collabora con EastJournal da Ottobre 2018 per la redazione Balcani e scrive settimanalmente per Nena-News.

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