KOSOVO: Il processo a Thaci e i conti con la storia

L’apertura di una nuova stagione per la politica kosovara può passare per un processo eccellente. Il presidente kosovaro Hashim Thaçi si è dimesso dal suo incarico la scorsa settimana dopo la formalizzazione delle accuse nei suoi confronti da parte delle Kosovo specialist chambers and specialist prosecutor’s office, la corte speciale istituita nel 2015 con lo scopo di indagare sui presunti crimini perpetrati dall’UÇK, l’Esercito di Liberazione del Kosovo nel corso della guerra del 1998-99, e con sede a l’Aja, nei Paesi Bassi. Le accuse nei confronti di Thaçi sono di crimini di guerra e contro l’umanità e riguardano il suo ruolo di comandante dell’UÇK durante il conflitto.

Le accuse e gli accusati

A colpire Pristina è stato un vero e proprio terremoto politico dal momento che insieme a Thaçi sono stati rinviati a giudizio altri leader storici dell’UÇK, quali Kadri Veseli, leader del Partito Democratico del Kosovo (PDK), Jakup Krasniqi, in passato anche presidente del parlamento, e Rexhep Selimi, oggi capogruppo del partito di opposizione Vetevendosje. Tutti e quattro si trovano ora in carcere nei Paesi Bassi, in attesa di giudizio e, tra lunedì 9 e giovedì 12, si sono presentati in aula per l’udienza preliminare, dichiarandosi non colpevoli e rigettando le accuse.

L’annuncio era atteso da tempo dato che la notizia della richiesta di rinvio a giudizio per Thaçi e Veseli era stata stata pubblicata già a giugno di quest’anno, ma il giudice preliminare ha confermato le accuse solo ad inizio novembre. Nello specifico, il gruppo della Drenica dell’UÇK – una delle cellule di un esercito sempre stato disomogeneo – si sarebbe macchiato, secondo i procuratori, di diversi crimini in Kosovo e nel nord dell’Albania negli anni della guerra e nei mesi successivi, costituendo una “Joint criminal enterprise“, come raccontano le 66 pagine dell’accusa consultabili sul sito della Corte.

Una narrazione problematica

Come prevedibile, gli arresti hanno creato scalpore. Anche se la creazione della corte è stata sostenuta dal Kosovo stesso con una legge votata dal parlamento, questa è giudicata come un’imposizione degli attori internazionali da una parte della politica e dell’opinione pubblica, che vede il conflitto del ’98-’99 come una legittima guerra di liberazione da parte degli albanesi contro il discriminatorio regime di Slobodan Milošević. Per questo motivo, gli ex combattenti dell’UÇK, molti dei quali divenuti leader politici al termine della guerra, sono largamente trattati come eroi e sembrano godere di una sorta di immunità.

Questa narrazione assolutoria è sostenuta dagli stessi imputati e da una grossa fetta della politica. Thaçi, prima di volare a l’Aja, ha ribadito di essere orgoglioso dei suoi trascorsi nell’UÇK. Il premier Avdullah Hoti ha affermato di essere incredulo rispetto alle accuse contro Thaçi e ha rinnovato la stima nei suoi confronti. Il partito di opposizione, Vetevendosje, pur essendo uno storico rivale dell’ex presidente, ha duramente criticato la Corte e le sue accuse, mentre anche il primo ministro albanese, Edi Rama, ha espresso il suo sostegno a Thaçi e agli altri accusati. Da giorni, le strade del Kosovo sono tappezzate di manifesti pro-UÇK, e la tv pubblica continua a trasmettere video di sostegno agli imputati.

Un’opportunità storica

Accusare un capo di stato di essere responsabile della morte di centinaia di persone non è mai una cosa banale” ha ricordato il giornalista francese Pierre Haski in un articolo per France Inter. Le dimissioni di Thaçi e il suo processo potrebbero perciò essere un’opportunità irripetibile per fare chiarezza e giustizia sugli anni della guerra in Kosovo e sui presunti crimini comessi anche da parte albanese. Come ha scritto sempre Haski, dopo 20 anni dalla guerra, il Kosovo non ha ancora fatto i conti con una nascita dolorosa, ma questo potrebbe essere il momento giusto per iniziare. Anche secondo la politica serbo kosovara Rada Trajković “questo sviluppo dovrebbe essere accolto con favore da tutti e senza alcuna riserva”. Secondo la Trajković, la Corte sta affermando che “tutti i cittadini kosovari, qualunque sia la loro etnia, hanno sofferto durante la guerra. Ciò apre la strada al futuro multietnico del Kosovo attraverso l’esperienza condivisa della guerra”.

È importante per questo non ridurre le accuse della Corte ad una riparazione per i serbi. A maggior ragione visto che le presunte vittime dell’UÇK includono non solo serbi, ma moltissimi albanesi, persone che collaborarono con le autorità serbe o che sostenevano partiti percepiti come anti-UÇK (in primis la Lega Democratica del Kosovo (LDK), oggi al governo), oltre a minoranze come i rom. Il lavoro della Corte, piuttosto, dovrebbe rappresentare un esempio per spingere anche Belgrado a scendere a patti con la storia e punire i responsabili dei crimini perpetrati in Kosovo, che invece vengono ancora negati o minimizzati nel discorso pubblico nonostante siano ampiamente provati e documentati.

L’azione dela Corte è soprattutto un’opportunità per la società kosovara di fare i conti con quella dolorosa storia recente, ma questo può avvenire solo riconoscendo la legittimità della Corte e togliendo l’aura di martiri ai politici accusati. In ogni caso per Thaçi e gli altri si prospetta un lungo processo e le accuse nei loro confronti sono ancora tutte da provare. Bisogna inoltre sottolineare come nessuno degli imputati ha cercato di scappare da questo giudizio – anche se il procuratore ha sottolineato come Thaçi e Veseli abbiano tentato di intralciare le indagini – e questo fatto marca una differenza notevole rispetto all’immagine di molti dei criminali di guerra accusati in passato per crimini in Bosnia Erzegovina e Croazia.

Conseguenze immediate

Le accuse formulate a giugno avevano già fatto saltare il vertice a Washington tra Thaçi, il presidente serbo Aleksandar Vučić e Donald Trump per un accordo tra Pristina e Belgrado, sostenuto dagli Usa (poi raggiunto a settembre, senza produrre passi avanti concreti). L’uscita di scena di Thaçi è invece ora una possibilità per un nuovo tipo di normalizzazione dei rapporti con la Serbia, processo monopolizzato finora dai due capi di stato.

Nell’immediato, poi, il ruolo di Thaçi è stato assunto ad interim dalla presidente del parlamento Vjosa Osmani, ex deputata della LDK e storica oppositrice di Thaçi. Il parlamento è chiamato ora a eleggere un nuovo presidente e ha tre tentativi a disposizione: due a maggioranza qualificata e uno a maggioranza semplice, altrimenti si tornerà alle urne. Questa opzione è caldeggiata da Vetevendosje, che guidava il governo con Albin Kurti, prima della crisi promossa proprio da Thaçi.

In ogni caso, elezioni o meno, con Thaçi fuori gioco, potremmo trovarci davvero davanti a una nuova stagione – possibilmente più distesa e inclusiva – per la politica kosovara.

Foto: N1

Chi è Tommaso Meo

Giornalista freelance, si occupa soprattutto di Balcani, migranti e ambiente. Ha scritto per il manifesto, The Submarine e La Via Libera, tra gli altri. Collabora con East Journal dal 2019.

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