NAGORNO-KARABAKH: Un mese di scontri che ricorderemo a lungo

È ormai un mese che infervorano gli scontri armati tra gli eserciti armeno e azero lungo la linea di contatto che separa la repubblica de facto del Nagorno-Karabakh e l’Azerbaigian. A ben poco è servito il secondo dei due cessate il fuoco accordati con la mediazione di Mosca entrato in vigore dalla mezzanotte del 18 ottobre. Sia Baku che Erevan continuano ad accusarsi reciprocamente di avere violato gli accordi presi e di continuare a condurre attacchi contro i civili. Intanto non si fermano le perdite: il bilancio dei militari armeni sale a 840 vittime (l’Azerbaigian non ha rilasciato alcun bollettino riguardo le proprie perdite belliche), ma si teme che con i dispersi questo numero possa essere ben più alto. Senza contare poi le perdite civili da ambo le parti, nonché le decine di migliaia di armeni fuggiti dal Karabakh sin dall’inizio dei combattimenti.

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Sul campo di battaglia si combatte per ogni centimetro

È chiaro che gli sviluppi sul campo di battaglia stanno guidando gli eventi in modo molto più forte di qualsiasi accordo raggiunto al tavolo dei negoziati. Le truppe di Baku continuano ad avanzare sempre più in profondità nel territorio controllato dagli armeni, aumentando le prospettive di un’offensiva nel nucleo densamente popolato della repubblica de facto del Nagorno-Karabakh. Il 20 ottobre, il premier azero Ilham Aliyev ha annunciato in un tweet la presa di Zengilan (per gli armeni Kovsakan) – cittadina situata nel sud-ovest dei territori sotto controllo armeno, al confine con l’Iran e vicina a quello con la repubblica dell’Armenia. – e altri 18 villaggi situati nell’omonimo distretto, oltre che in quelli di Fuzuli, Jabrayil e Khojavand. Per quanto queste informazioni vadano sempre prese con il dovuto scetticismo, diversi analisti militari indipendenti che utilizzano immagini open source hanno stabilito che l’esercito azero è effettivamente avanzato molto in quella zona.

L’esercito azero non sarebbe quindi molto distante dal “corridoio di Lachin”; attraverso questa regione passano le due sole strade di importanza strategica fondamentale che congiungono l’Armenia e la repubblica de facto del Nagorno-Karabakh. L’importanza di Lachin come via di collegamento è sottolineata in uno dei “principi base” di Madrid, una serie di proposte contenute in un  documento di raccomandazione emanato dal quindicesimo Consiglio ministeriale OSCE nel 2007 al fine di far raggiungere alle parti in causa un definitivo accordo di pace. Attaccare questo territorio significherebbe da una parte l’ennesimo simbolo del fallimento dei negoziati intrapresi dalle due parti, ma dall’altra la possibilità per l’Azerbaigian di arrivare alle porte di Shusha (o Shushi per gli armeni) – la seconda città della repubblica separatista e distante meno di 15 chilometri da Stepanakert.

Lasciando per un attimo il fronte, nella giornata di ieri l’Azerbaigian ha accusato le forze armene di prendere di mira la conduttura dell’acqua Oghuz-Gabala-Baku, la quale fornisce acqua potabile alla penisola di Absheron (dove si trova per l’appunto Baku). Erevan è stata inoltre accusata di aver lanciato missili balistici Scud contro i distretti azeri di Gabala, Kurdamir e Siyazan, situati a più di 150 km dalla linea del fronte. Secondo il rapporto, un civile è rimasto ferito e diverse case sono state danneggiate. Il portavoce del ministero della Difesa armeno, Shushan Stepanyan, ha smentito categoricamente tali affermazioni, rispondendo che nessun attacco missilistico è stato perpetrato dai territori della repubblica armena.

Dopo il cessate il fuoco violato continuano i toni aspri

Sul piano diplomatico, il presidente azero Ilham Aliyev ha dichiarato in un’intervista con il quotidiano giapponese Nikkei di essere disponibile all’incontro con il primo ministro armeno Nikol Pashinyan a Mosca, ma allo stesso tempo di ritenere i negoziati insensati, a causa delle dichiarazioni controproducenti e provocatorie da parte della leadership armena. È inoltre da escludere – ha ribadito nella medesima intervista – che l’Azerbaigian accetterà mai un referendum sul futuro del Nagorno-Karabakh – come proposto in un altro dei “principi di Madri” nda. A poco tempo di distanza da queste dichiarazioni ha fatto eco il supporto di Ankara. Il vicepresidente turco Fuat Oktay ha detto che il suo paese non esiterà a inviare soldati e a fornire supporto militare a Baku qualora richiesto.

Il primo ministro armeno Nikol Pashinyan non è stato più mite nei toni. Nella cornice di una diretta su Facebook anche lui ha negato la possibilità di trovare una soluzione diplomatica al conflitto in questa fase. Nella medesima occasione ha ribadito come l’Armenia sia stata disposta in molte occasioni ad abbassare il suo “limite nazionale” per risolvere il conflitto solo nel caso in cui l’Azerbaigian si fosse rifiutato di raggiungere i suoi “obiettivi massimi”.

È passato dunque quasi un mese dalla ripresa delle ostilità tra Baku e Erevan; dal campo di battaglia ai toni degli attori coinvolti, ancora oggi uno spiraglio di luce sembra ben lontano e i danni che segneranno le generazioni successive di questi paesi potrebbero essere irreparabili.

Immagine: Pikist

Chi è Leonardo Zanatta

Nato e cresciuto a Bologna, ha vissuto per diverso tempo in Azerbaigian e Russia. Laureatosi in Scienze internazionali e diplomatiche, frequenta il secondo anno di magistrale MIREES (Interdisciplinary studies on Eastern Europe). I suoi ambiti di ricerca coprono prevalentemente sicurezza energetica, conflitti regionali e cooperazione economica nel Caucaso e in Asia Centrale. Scrive per East Journal da inizio 2020 e ha collaborato con il Caspian Center for Energy and Environment di Baku, il Caucasus Asia Center, l'Istituto Analisi Relazioni Internazionali (IARI) e Geopolitica.info.

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