REP. CECA: Tra Masaryk e Havel con Praga tutt'attorno

Un aspetto piuttosto intrigante da sottolineare riguardo la morte di Václav Havel è che in questi giorni a celebrarne la memoria siano, per buona parte, individui che hanno smesso di essere bambini nel 1989. Una generazione di trenta-trentacinquenni con esistenze tagliate in due dalla Sametová revoluce, nomignolo bruttino di marca occidentale traducibile con Rivoluzione di velluto.

Certo taluni provati dalla crisi internazionale ma altri (un numero più corposo rispetto a certi luoghi esteri) protagonisti attivi della affermazione di uno stato dinamico e in crescita. Tizi che in quel novembre di ventidue anni fa avevano dieci anni e tendenzialmente capivano poco di quanto stesse accadendo tra Václavské náměstí e la Laterna Magica. I motivi dell’entusiasmo dei genitori miscelato alle rispettive paure solo coperte dal tintinnare delle chiavi davanti al museo nazionale. Si gridava «Havel na Hrad», che significa «Havel nel Castello»: questa la volontà. Havel nel castello ci finì sul serio e da lì tutto ebbe (nuovo) inizio.

Adesso i giornali celebrano a dovere -o come meglio credono- Havel. Il rivoluzionario intellettuale dissidente baffuto comico drammaturgo forse inadatto presidente con abitudini strane e strane frequentazioni. Che continuino a farlo. Idem la blogosfera, terra di mezzo nella quale ognuno ha da riassumere la biografia di Havel o raccontare il personalissimo aneddoto al riguardo. Mano più o meno calcata sul presupposto abbandono di molti cechi alla causa haveliana attorno la fine dei novanta è indice di quanto l’autore voglia innalzarsi a critico integerrimo o ammirabile conoscitore del soggetto. Poco importa. Qualcuno ha scritto che nessun ceco potrà mai riassumere Havel in una frase. Figuriamoci un alieno.

Funerali fissati per venerdì nella Cattedrale di San Vito a Praga. Posticino (Praga) da Havel restituito all’Occidente secondo una felice definizione di Sandro Viola. La bara del teatrante verrà trasportata sopra un carretto militare come già accadde per Tomáš Garrigue Masaryk* nel 1937, fondatore e primo presidente della Cecoslovacchia (in zona si tiene tanto a questa estetica da interregno tra le due guerre). Per adesso si abbassino le bandiere a Praga, nella intera Repubblica Ceca e Bruxelles o Strasburgo. Davanti al Parlamento Europeo e la Nato. Il consiglio di martedì inizi con un minuto di silenzio e tutti in piedi, lì o nella birreria di Karmelitská immersa nel fumo, tanto è uguale.

C’è una collina in città chiamata Letná. Di questi tempi scendono da Letná alcuni zombie di metallo dall’aria severa. Ci ricordano le vittime del regime.
Nel novembre dell’89 sulla vetta di Letná si tenne la più vivace e imponente manifestazione popolare organizzata dallo Občanské fórum, uno tra i principali movimenti di protesta contro la dittatura. Alla testa c’era Václav Havel. Dietro, una banda zoppicante sotto alcuni aspetti però carica di speranza, scaltrezza, opportunismo e meritorio senso della misura. Il tutto sormontato da un ammirevole buonumore, humour e profondissima cultura. Cittadini in grado di filtrare le esperienze di protesta già in corso negli altri paesi dell’area centro-europea e restituirle alla platea attraverso forme con tutta evidenza ceche dunque utilizzabili. Praga e la Cecoslovacchia, terra di solidissima tradizione democratica che sceglieva di riprendersi il proprio passato assieme alla propria natura più intima. Missione compiuta. Havel fumava a pochi passi da dove prima sorgeva la statua di Iosif Vissarionovič Džugašvili detto Stalin. In zona glisserebbero dicendo: altri tempi, altro mondo. Nel cambiare tempi e mondi Havel aveva un tocco delicatissimo, lieve.

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4 commenti

  1. PECCATO CHE AI FUNERALI DI STATO DI HAVEL NON C’E’ STATO NESSUN RAPPRESENTANTE POLITICO ITALIANO,NON E’ VERO CHE C’ERA FINI….

  2. Stavo guardando adesso le varie gallerie fotografiche sulla cerimonia. Fini pare esserci ( foto 4 di 16 qui http://www.repubblica.it/esteri/2011/12/23/foto/praga_i_grandi_del_mondo_per_i_funerali_di_havel-27107462/1/ ) …ma in situazioni di questo tipo penso sia importante, al di là delle presenze istituzionali, la partecipazione della città.
    Clinton o Sarkozy cambia poco. Il nucleo è l’affetto di Praga.
    Un saluto,
    Gab.

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