BIELORUSSIA: Svetlana Tikhanovskaya, la “donna debole” alla guida dell’opposizione

Mentre continuano le manifestazioni di protesta scoppiate a seguito delle contestate elezioni presidenziali che hanno portato alla riconferma di Alexander Lukashenko, al potere dal 1994, la leader dell’opposizione, Svetlana Tikhanovskaya, torna a parlare in un video in cui chiede la fine delle violenze e invita i sindaci delle principali città a tenere degli incontri pubblici e pacifici con la popolazione per questo fine settimana. Un tentativo di coinvolgere nella protesta le istituzioni politiche, isolando Lukashenko, e trasformando la rivolta in una transizione pacifica.

Le parole della Tikhanovskaya arrivano mentre le autorità bielorusse hanno cominciato a rilasciare i manifestanti detenuti. Il ministro degli Interni si è parzialmente scusato per gli arresti indiscriminati (circa 6000 in poche ore) che hanno coinvolto persone che nulla avevano a che fare con le proteste, passanti, giovani studenti, arrestati col preciso scopo di seminare panico tra la popolazione. Ma invece del panico, hanno seminato indignazione allargando il fronte del malcontento. L’impressione è che le autorità siano in forte difficoltà nel gestire la situazione con gli abituali strumenti repressivi.

Svetlana Tikhanovskaya parla dal suo rifugio in Lituania dove è riparata il 12 agosto scorso. In un video ha spiegato di aver compreso di “essere una donna debole” e di voler riabbracciare i figli “che sono la cosa più importante che abbiamo nella vita”, augurando a tutti di “non trovarsi a dover fare scelte simili” e asserendo che nessuno l’avrebbe influenzata nel prendere la decisione di lasciare il paese.

Eppure, a giudicare da un secondo video fatto circolare dalle autorità bielorusse, qualche pressione c’è stata. In questo secondo video la Tikhanovskaya, visibilmente stanca, legge un comunicato in cui invita a cessare le proteste e riconosce la vittoria di Lukashenko. Si apprenderà poi che il video è stato girato dopo sette ore di detenzione e pressioni psicologiche tra cui, è lecito immaginare, minacce nei confronti della sua famiglia. Una prassi abituale nel regime di Lukashenko. Dopo aver letto il comunicato, Svetlana Tikhanovskaya sarebbe stata scortata fino al confine lituano dalle forze di sicurezza bielorusse.

Ora, dal suo rifugio in Lituania, la “donna debole” della Bielorussia torna a sfidare “l’uomo forte” al potere cercando di riprendere le fila della protesta ben sapendo che, nella commistione tra politica e affetti, ha tutto da perdere. Durante la campagna elettorale ha dichiarato di voler vincere per promuovere elezioni democratiche e poi tornare a fare la madre e l’insegnante di inglese. In un paese dove non si sfida il potere senza pagarne le conseguenze, queste parole appaiono ingenue. Tikhanovskaya, che ha deciso di candidarsi dopo che il marito è stato estromesso dalle elezioni e arrestato, sapeva bene cosa l’attendeva. Per questo ha mandato via i figli. Sapeva che Lukashenko le ha permesso di correre alle elezioni proprio perché donna e quindi, dal suo punto di vista, debole. E prendersela con una donna debole non sarebbe stato dignitoso per l’uomo forte al potere.

La delegittimazione della donna come soggetto forte, promossa dalla retorica paternalista al potere, si è infine rivelata una grossa sottovalutazione della società bielorussa. Lukashenko non credeva che una donna potesse sfidarlo, non credeva che potesse avere alcun consenso, e invece la  Tikhanovskaya, insieme alle altre due esponenti dell’opposizione, Veronika Tsepkalo e Maria Kolesnikova, ha suscitato nella popolazione un entusiasmo senza precedenti arrivando davvero a insidiarne il potere. Ecco che quella (presunta) debolezza è diventata la forza in cui il paese si è riconosciuto. Forse la brutalità della repressione l’ha travolta, forse ha vacillato, sicuramente ha avuto paura. Esattamente come devono aver vacillato e avuto paura migliaia di persone in questi vent’anni. La sua debolezza è la colonna vertebrale del paese. Un paese cui Lukashenko intende spezzare la schiena una volta per tutte.

 

 

Chi è Matteo Zola

Giornalista professionista e professore di lettere, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e EastWest. E' stato redattore a Narcomafie, mensile di mafia e crimine organizzato internazionale, e ha scritto per numerose riviste e giornali (Nigrizia, Il Tascabile, il Giornale, Il Reportage). Ha realizzato reportage dai Balcani e dal Caucaso, occupandosi di estremismo islamico e conflitti etnici. E' autore di "Congo, maschere per una guerra", Quintadicopertina editore, Genova, 2015; e di "Revolyutsiya - La crisi ucraina da Maidan alla guerra civile" (curatela) Quintadicopertina editore, Genova, 2015.

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