“250 scalini”: la storia della Jugo-basket campione del mondo

Il 1984 fu un anno molto importante per la storia sportiva della Repubblica Federale Socialista di Jugoslavia: l’8 febbraio vennero inaugurati al grande stadio Koševo di Sarajevo i quattordicesimi Giochi Olimpici invernali, i primi della storia jugoslava, i secondi ospitati oltre la Cortina di Ferro. Nello stesso anno, a Belgrado, la federazione cestistica del paese gettò le basi per un breve ciclo fatto di grandi successi: una selezione che durò tre anni per scegliere i migliori under-19 del paese da portare in Valtellina, a Bormio, sede dei terzi campionati mondiali FIBA di categoria. Un unico obiettivo: andare a prendersi l’oro.

Pešič, Karalejić e il Professor Šaper: gli inizi

Durante gli anni Ottanta il basket in Jugoslavia godeva di grandissima popolarità, sia la nazionale che le squadre di club come il Partizan di Belgrado, la Jugoplastika di Spalato e il KK Bosna di Sarajevo stavano vivendo un periodo fatto di grandi successi internazionali. La nazionale aveva già vinto due campionati del mondo, tre campionati europei e l’oro olimpico a Mosca nel 1980. In quel periodo, l’attenzione del sistema cestistico nazionale si stava spostando sulle nuove leve che avrebbero dovuto far parte della rappresentativa maggiore: a capo del progetto di formazione giovanile c’era il professor Radomir Šaper, che designò come allenatore della nazionale under-19 Svetislav Pešić, al tempo allenatore del KK Bosna Sarajevo, e con il quale concordò un ciclo triennale. Al fianco di Pešić venne incaricato come preparatore atletico Milivoje Karalejić, figura importante che rivoluzionò la preparazione atletica degli under-19.

Il primo summer camp: Stara Planina

Quella stessa estate si organizzò un campo di allenamento a Stara Planina, tra le montagne della Serbia sud-orientale, per iniziare il processo di selezione per i mondiali di Bormio: c’erano i migliori giovani provenienti da tutto il paese: Vlade Divac e Aleksandar Đorđević dal Partizan, Toni Kukoč e Dino Rađa dalla Jugoplastika, Teoman Alibegović, bosniaco delle giovanili dell’Olimpija Ljubljana. Dai loro club portarono anche delle indicazioni: ad esempio gli allenatori della Jugoplastika sconsigliarono a Kukoč di fare allenamento con i pesi, a causa della giovane età. La cosa non fermò Karalejić che si accordò con gli allenatori per farlo allenare insieme a tutti gli altri. Sul campo di Stara Planina, Alibegović dirà che ai giocatori fu stato fatto il lavaggio del cervello e che, in quei mesi estivi, impararono a giocare come un collettivo solido.

La preparazione finale: il monte Igman e i 250 scalini

Per l’ultimo campo di allenamento venne scelta la località montana di Igman, a 30 kilometri da Sarajevo. All’arrivo, la squadra venne travolta da una notizia terribile: in quel periodo una disastrosa alluvione colpì la Valtellina e le aree circostanti a Bormio, sede dei mondiali. Tutti erano preoccupati, le voci dicevano che probabilmente il mondiale sarebbe stato annullato perché le strade per raggiungere Bormio non erano percorribili: la paura di aver buttato al vento tre anni di lavoro era tanta. Ma la situazione in Valtellina migliorò. Si poteva giocare e tutti tirarono un gran sospiro di sollievo.

Igman era stata nel 1984, alle Olimpiadi, la sede delle gare di salto con gli sci ed erano presenti due trampolini: uno da 90 metri e l’altro da 120. A Karalejić venne un’idea: preparare la squadra facendola salire di corsa la scalinata dei trampolini. L’allenamento prevedeva tre serie, nella prima erano concesso ai giocatori due pause per riprendere fiato, nella seconda una sola pausa, la terza doveva essere ininterrotta. Dovevano salire senza mai fermarsi i 250 scalini. Il medico della squadra, il dottor Ljubiša Dmitrović dirà che quando Kukoč terminò le serie e si stese sulle sue gambe sembrava morto, non si muoveva, non respirava neanche. La scalata era tutta una metafora della conquista del mondiale, dello spingersi fino al proprio limite massimo per conquistare un’impresa.

Il torneo di Bormio e il trionfo mondiale

La Jugoslavia arrivò a Bormio carica: erano pronti e volevano portare a casa la medaglia d’oro. La fase a gironi del torneo fu una passeggiata: vittorie facili contro Porto Rico e Australia. Nel girone batterono anche gli Stati Uniti dei futuri NBA Larry Johnson e Gary Payton e terminarono il girone in testa. La semifinale con la Germania fu una formalità (battuta di 35 punti). In finale incontrarono di nuovo gli americani e, per la prima volta durante tutto il torneo, andarono a riposo all’intervallo in svantaggio: sotto di soli tre punti. Al rientro negli spogliatoi sia il capitano Đorđević che Pešić dettero in escandescenza,  caricando i Plavi per rientrare e giocarsi il tutto per tutto: Divac e Rađa si presero la squadra sulle spalle. Alla sirena del quarto quarto il tabellone recitava 86-76 a favore della Jugoslavia. Avevano raggiunto il loro obiettivo: per la prima volta, la nazionale jugoslava era campione del mondo under-19.

A 30 anni dall’impresa di Bormio, la casa di produzione serba PGM Network ha girato e prodotto “250 stepenika”, letteralmente “250 scalini”, documentario sulla storia di quella nazionale da leggenda che ha segnato un’epoca del basket sia europeo che mondiale.

Immagine: “250 scalini”/sportmoviestv.com

Chi è Tobias Colangelo

Nato nel 1997 a Casale Monferrato (AL), sono un aspirante giornalista con una grande passione per lo sport sin da piccolo, in particolare calcio e basket. Appassionato di Europa Orientale dall'adolescenza, passione che è aumentata dopo aver passato il quarto anno di liceo linguistico in Serbia tramite l'associazione Intercultura.

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