La scrittrice Sema Kaygusuz “manda in crisi” la sua Turchia

 

La risata del barbaro

di Sema Kaygusuz

traduzione di Giulia Ansaldo

Voland Edizioni, 2020

pp. 176

Euro 16

 

Le storie si raccontano quand’è il momento. Voglio dire che una storia appartiene al tempo in cui viene raccontata. Non ci si mette a raccontare una storia tanto per parlare, così di punto in bianco. Anche se tiri fuori un aneddoto, stai rispondendo a qualcosa. Lo capisci?

La storia raccontata dalla turca Sema Kaygusuz appartiene senza dubbio ai giorni nostri. Non è un aneddoto, bensì una vicenda fittizia apparentemente molto semplice, così disgustosa da risultare quasi banale; la biancheria – e non solo – di un hotel sulle spiagge turche del mar Egeo viene ripetutamente insozzata di pipì. Da chi, perché – verrebbe da chiedersi, ma non è questo il punto. Nello scatenare il panico tra i suoi personaggi in vacanza, l’audace scrittura di Kaygusuz punta a ridicolizzare e smascherare le ipocrisie della Turchia odierna.

Classe 1972, originaria di Samsun, sulle rive del mar Nero, Sema Kaygusuz esordisce nella narrativa nel 1995. I suoi racconti e romanzi vengono tradotti in vari paesi, ricevendo numerosi premi sia in patria che all’estero. Fermamente convinta che la letteratura trascenda il limitato concetto di nazione, rimanendo “viva” solo se autentica e libera, Kaygusuz è una scrittrice estremamente immersa nella realtà sociale del suo paese d’origine, con particolare riguardo per la condizione femminile.

“Sì, in effetti, è un attacco un po’ rudimentale. Ecco perché mi piace. Non è elaborato. Niente esagerazioni. Molto naturale… Nessuna preoccupazione di lanciare un messaggio. Irrita senza far male. Mina lo spazio personale. Chiunque sia stato è riuscito a mandare all’aria il nostro ideale di comfort con un nonnulla. La domanda ora è cosa succederà dopo…”

Quando accade il misfatto all’Hotel Colomba Blu alloggiano gli ospiti più diversi. Una famiglia chiassosa e rumorosa, indefinito agglomerato indissolubile i cui membri parlano senza mai ascoltarsi l’un l’altro; coppie di coniugi che dopo anni passati a frequentarsi assiduamente capiscono di non avere assolutamente niente in comune; un giovane alle prese con l’emancipazione ‘spudorata’ della propria fidanzata; due ragazzi che, incapaci di giocare a carte scoperte con i propri sentimenti, “si corrodono l’un l’altro”.

A completare il quadro, gli impiegati dell’albergo che disquisiscono su Maometto e il Corano tra i fumi dell’hashish, il piccolo Ozan e l’anziana Simin. Il primo è un bambino “che si dedica alla caccia per farsi ben volere da quell’idiota di suo padre”, uccidendo bestie innocenti più grosse di lui; la seconda una signora distinta il cui passato è stato cancellato dalle violenze della storia, che trascorre il tempo ad appuntare le proprie osservazioni sugli altri villeggianti in un quaderno.

“Sai che significa mantenere un segreto oggi? Significa nascondersi. Nascondere a tutti che nel profondo stai impazzendo. Significa non poter raccontare i tuoi incubi. Significa vivere in mezzo a dei bastardi in cui non riponi un briciolo di fiducia.”

Il barbaro di Kaygusuz se la ride dall’inizio alla fine del romanzo, e non è affatto forestiero, bensì un autoctono non disposto a sottomettersi al sistema che conosce bene, un illuminato che sa dove colpire per far crollare il castello di carte dell’orgoglio nazionale. E insieme al pensiero conservatore franano anche le certezze della classe media, inevitabilmente messa in difficoltà e portata a rimettersi in discussione. La tronfia e compiaciuta Turchia dipinta da Sema Kaygusuz è troppo impegnata a bere rakı e ballare l’halay per prendere coscienza delle ingiustizie e falsità che l’affliggono. Alternando agilmente pagine di satira sferzante a intense elucubrazioni e momenti di profonda umanità, Kaygusuz crea il suo personale – e universale – esperimento sociale.

C’è, secondo me, un occulto legame tra il raccapriccio che il bambino adulto ha prodotto spargendo sangue e la confusione creata dall’urina dell’adulto bambino. Due barbari, uno bambino, l’altro adulto, infiltrati nelle nostre vite domestiche, suscitano un satirico scoppio di risa, come due cantori in un contrappunto. Se chiudo gli occhi e tendo le orecchie, se lascio scorrere tutti i rimproveri, le apprensioni, gli insulti, i pettegolezzi, le rese dei conti, le contrattazioni triviali, mi sembra quasi di sentire quella risata segreta che ci solletica dall’interno.

foto: oggito.com

Chi è Giorgia Spadoni

Marchigiana con un debole per le lingue slave, bibliofila e assidua frequentatrice di teatri e cinema. Laureata al Dipartimento di Interpretazione e Traduzione di Forlì, la sua incessante curiosità l'ha portata a vivere in Russia, Croazia e soprattutto Bulgaria, che è riuscita a strapparle un pezzo di cuore. Nel 2018 ha vinto il premio di traduzione "Leonardo Pampuri", indetto dall'Associazione Bulgaria-Italia. Da gennaio 2020 continua a scrutare oltrecortina per East Journal, raccontando frammenti di cultura est-europea, storia e attualità bulgara.

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