BIELORUSSIA: Perché l’opposizione questa volta ce l’ha fatta?

Le proteste in Bielorussia sono sempre più al centro dell’attenzione dei media e della politica internazionale. Come è stato sottolineato su East Journal, non sono tanto le elezioni truccate ad aver scatenato l’indignazione popolare, ma piuttosto il fallimento del patto sociale che lega il regime autoritario di Aleksandr Lukašenko alla sua popolazione. Infatti, come afferma l’ONG Freedom House, le prime e ultime elezioni democratiche registrate sul suolo bielorusso risalgono al 1994, l’anno in cui Lukašenko salì al potere. Tuttavia, questa volta, anche la strategia pre- e post-elettorale di Lukašenko sembra, per il momento, non aver funzionato.

Tendenze e strategie del regime di Lukašenko

Nonostante il governo bielorusso falsifichi le elezioni presidenziali e parlamentari da ventisei anni, l’organizzazione quantomeno regolare delle stesse ha sempre rappresentato una necessità per la sopravvivenza dell’autoritarismo di Minsk. Da una parte, una parvenza democratica non ha fatto altro che legittimare il regime stesso. Dall’altra, attraverso l’alternarsi di cicli di apertura politica pre-elettorale e di repressione post-elettorale, Lukašenko è sempre riuscito a rafforzare la sua posizione e a screditare l’opposizione.

Secondo Kostantin Ash della University of Central Florida, Lukašenko adotta la stessa strategia elettorale dal 1994. Innanzitutto, favorisce un dialogo e un pluralismo politico semi-libero nella campagna elettorale precedente alle elezioni. In seguito alla falsificazione delle elezioni, le opposizioni insorgono (formando l’ormai tradizionale площа, termine bielorusso per “zona”, “area”), violando in tal modo le leggi bielorusse che vietano manifestazioni non autorizzate. Ed ecco il frutto della strategia di Lukašenko: i leader dell’opposizione politica vengono arrestati o esiliati dal paese. In tal modo, il governo non solo evita ogni pericolo di attacco politico al sistema, ma, soprattutto, elimina ogni figura di riferimento dell’opposizione, gettando quest’ultima nel caos e alimentando la frammentazione all’interno della stessa. Un’opposizione divisa sui nomi dei candidati da presentare e sui programmi politici da promuovere è manna per il rafforzamento di Lukašenko. Ecco servito il “menù della manipolazione”.

La falla nella strategia

Questa volta, però, non tutto è andato secondo i piani di Lukašenko. Sembrava filare tutto per il verso giusto – sebbene un po’ anticipatamente secondo lo schema – quando quello che sembrava il principale oppositore di Lukašenko alle presidenziali del 2020, Viktar Babaryka, fu arrestato nel giugno 2020 con l’accusa di minacciare una sovversione dell’ordine pubblico.

Fu a quel punto che la strategia di Lukašenko vide un’improvvisa e inaspettata frattura: la decisione del governo di lasciare correre per la presidenza colei che in seguito sarebbe diventata la leader dell’opposizione, Svjatlana Tichanovskaja (moglie di un altro candidato alle presidenziali arrestato nel maggio 2020). Lukašenko avrebbe sottovalutato la Tichanovskaja, convinto del fatto che una società patriarcale come quella bielorussa non avrebbe mai conferito una tale rilevanza a una donna. Evidentemente si sbagliava.

Il ruolo di Marija Kolesnikova

Per anni, l’opposizione bielorussa è stata dipinta come incapace di affrontare Lukašenko e fortemente disorganizzata. Negli anni, la frammentazione in diversi e piccoli partiti ha sicuramente giovato al governo, il quale, in tal modo, ha avuto la capacità di controllare meglio l’arena politica. Questa volta, però, le tre donne a capo dell’opposizione sono riuscite a portare avanti un attacco politico unitario, mettendo in serio pericolo l’esistenza stessa del regime di Lukašenko. Le mobilitazioni di massa e la grande rilevanza mediatica hanno dato forza all’opposizione, la quale è persino riuscita a istituire un consiglio di coordinamento con l’obiettivo di sostenere un programma di transizione.

Due elementi, inter alia, potrebbero ancora cambiare le carte in tavola. Innanzitutto, bisogna considerare le prime divergenze tra Svjatlana Tichanovskaja e Marija Kolesnikova. Quest’ultima, fondando il nuovo partito politico “Insieme”, ha affermato l’assoluta necessità di promuovere revisioni costituzionali. Tichanovskaja ha subito ribattuto che tali progetti non fanno altro che distogliere l’attenzione dal principale obiettivo: far cadere Lukašenko. In seguito, il team di Kolesnikova ha sottolineato il suo pieno sostegno nei confronti di Tichanovskaja e ha dichiarato che non vuole in alcun modo intralciare il Consiglio di coordinamento, di cui la stessa Kolesnikova fa parte.

Il secondo elemento si rifà alla stessa strategia di Lukašenko. Svjatlana Tichanovskaja si è rifugiata in Lituania, mentre Veronika Tsepkalo in Russia. Al contrario, Marija Kolesnikova è rimasta in Bielorussia e, nonostante il suo recente arresto, potrebbe ancora giocare un ruolo importante, perlomeno influente. Da una parte potrebbe rimanere fedele agli obiettivi del Consiglio di coordinamento, i cui membri alla guida (ad esclusione del premio Nobel Svetlana Aleksievič) recentemente sono stati arrestati, e mantenere l’unità del triumvirato dell’opposizione. Dall’altra parte, forte della sua presenza fisica sul territorio, potrebbe cercare di promuovere la sua linea politica.

Per saperne di più: Cosa succede in Bielorussia, tutti gli articoli. E in ordine

Foto: euronews

Chi è Amedeo Amoretti

Studente di Laurea Magistrale in Relazioni Internazionali, curriculum Global Studies, alla LUISS Guido Carli. Si interessa principalmente di Russia, Bielorussia e Ucraina. Ha scritto la tesi triennale concernente "La crisi in Crimea nel quadro delle Nazioni Unite: la pronuncia dell'Assemblea Generale e il veto russo nel Consiglio di Sicurezza".

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