CULTURA: Szecesszió! Ödön Lechner e il Liberty ungherese

Se c’è un nome simbolo dello stupore a Budapest è quello di Ödön (Eugen) Lechner (1845-1914), principale esponente della corrente ungherese dello stile Liberty, detta szecesszió (secessione).

Formatosi come architetto a Berlino, Lechner fece affari durante il boom immobiliare degli anni 1870, progettando gli edifici in stile storicista del nuovo ring della capitale ungherese. Dopo la morte della giovane moglie, a 30 anni Lechner si trasferisce a Parigi (1875-78) dove scopre il nascente movimento art nouveau, e quindi a Londra (1889-90), al South Kensington Museum, dove resta affascinato dal nuovo stile indo-saraceno importato dalle colonie britanniche.

Rientrato in patria, sull’onda del romanticismo Lechner si dedica a creare un nuovo stile nazionale, incorporando elementi architettonici di culture orientali come la Persia e l’India, terre da cui i magiari erano allora romanticamente considerati discendere. “Finora non c’è stato un linguaggio formale ungherese, ma ci sarà”, scrisse. Oltre all’uso di materiali moderni come l’acciaio, come negli altri movimenti di art nouveau, Lechner introduce nell’architettura le ceramiche Zsolnay prodotte a Pecs. Le loro tegole in pirogranito, una ceramica ornamentale sviluppata nel 1886, avrebbero contribuito a definire lo stile art nouveau ungherese.

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Foto: Qaalvin

La prima e più esemplare opera di Lechner è il Museo delle Arti Applicate di Budapest, del 1896, forse il primo edificio museale in Europa progettato in uno stile non storicista. Gli alti tetti a falde e la cupola sono ricoperti di tegole smaltate di verde brillante e giallo dorato; le pareti sono in parte rivestite con un motivo di mattoni e piastrelle che ricordano i tappeti orientali. Finestre e ringhiere sono curvilinee ed eccentriche. Il portico è rivestito con mattoni smaltati rossi e ha un soffitto decorato con motivi floreali, mentre le balaustre delle scale sono in forme sinuose, quasi zoomorfe in maiolica giallo brillante. Gli interni, in bianco, includono portici con archi a cuspide. L’opera non fu esente da critiche, e più tardi lo stesso Lechner affermò “è un po’ troppo indiano anche per i miei gusti”.

Nei suoi lavori successivi, Lechner puntò a recuperare l’arte popolare e l’architettura vernacolare ungherese, ad esempio con i ricami folcloristici a mosaico sulla facciata della Cassa di Risparmio Postale (1899-1901) a Budapest, suo capolavoro. La facciata, piana, è segnata da elementi verticali e da una modanatura ondulata. Sul tetto, elementi in terracotta colorata (sempre opera della manifattura Zsolnay), simboli di produttività e provvidenza, come alveari e serpenti, sono abbinati a elementi del tesoro di Attila l’Unno, considerato un antenato delle tribù magiare.

Un paragone significativo è quello con un’altra cassa di risparmio postale nell’impero austro-ungarico, il famoso edificio di Vienna progettato pochi anni dopo da Otto Wagner. Entrambi esprimono un’idea di modernità, ma mentre quello di Lechner è sinuoso e altamente decorativo, quello austriaco era austero, rettilineo: granito grigio e alluminio piuttosto che maiolica luminosa.

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Foto: Grande Flanerie
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Foto: Yelkrokoyade

Nel progetto dell’Istituto Geologico di Budapest (1896–1899), fossili di ceramica azzurra adornano la facciata e le forme ondulate dei corridoi sono ispirate alle grotte. Il tetto è in tegole ceramiche nei toni del blu, con motivi folkloristici e geologici, a rimando dell’oceano della Tetide. Al culmine, un globo poggiato sulle spalle di quattro figure di Atlante.

Poiché il suo lavoro era altrettanto originale, ai limiti dell’eccentrico e del volgare, Lechner divenne associato al movimento della Secessione viennese e fu quindi molto criticato dall’establishment conservatore ungherese, che tendeva a favorire il neobarocco. Nel 1902, il ministro della Cultura annunciò che “non mi piace lo stile secessionista e … non è raro incontrare lo stile secessionista sotto il nome di stile ungherese” e si assicurò che Lechner non ricevesse più commissioni pubbliche nella capitale magiara.

Foto Thomas Lebl

La “chiesa blu” di Sant’Elisabetta a Bratislava (1907-13) è uno degli ultimi lavori di Lechner, nell’allora città provinciale di Poszonyi. Qui Lechner realizza il liceo magiaro con annessa cappella a Sant’Elisabetta, con rimandi architettonici al protoromanico e al bizantino, come il campanile cilindrico, oltre ai tipici elementi dello stile secessione ungherese come decorazioni, mosaici e tegole in maiolica blu.

Lechner morì meno di due mesi prima dello scoppio della guerra mondiale. Come scrive lo storico József Sisa, Lechner “è considerato da molti il ​​creatore dello stile nazionale ungherese, il maestro della Secessione, uno dei padri dell’architettura moderna e persino il Gaudí ungherese.” Nel 2008 l’Ungheria ha candidato la sua opera a patrimonio dell’umanità presso l’Unesco.

Per approfondire: 

Foto: Wikicommons

Chi è Davide Denti

Dottore di ricerca in Studi Internazionali presso l’Università di Trento, si occupa di integrazione europea dei Balcani occidentali, specialmente Bosnia-Erzegovina.

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