BIELORUSSIA: Continua la mobilitazione sociale contro Lukashenko

di Martina Urbinati e Leonardo Scanavino

Con l’avvicinarsi delle elezioni presidenziali del prossimo 9 agosto 2020 sembra che in Bielorussia qualcuno stia iniziando a dare sempre più voce al dissenso nei confronti dell’eterno presidente Aleksandr Lukashenko. La mobilitazione sociale è partita dal basso nelle scorse settimane ed alcune figure pubbliche come la premio Nobel Svetlana Aleksievič stanno dando visibilità e slancio alle richieste della popolazione.

La situazione politico-economica

Lukashenko governa la Bielorussia ininterrottamente da 26 anni: in questo lasso di tempo le libertà democratiche sono state ridotte all’osso e ogni forma di opposizione (incluse le proteste) è stata repressa tramite l’uso di strumenti di sovietica memoria.

In parallelo, la situazione economica ha vissuto parecchi alti e bassi, soprattutto per l’ancoraggio sostanziale alla Russia, che ha spesso bloccato le possibilità di partnership della Bielorussia con altri paesi. Mosca ha molto spesso utilizzato il suo potere economico per piegare Minsk alla propria volontà, talvolta causando prolungati periodi di crisi e difficoltà negli approvvigionamenti energetici e di materiali grezzi necessari per il funzionamento del comparto industriale del paese.

Se a questo quadro si aggiunge una gestione catastrofica della pandemia di covid-19, l’immagine che viene fuori fa risaltare i punti più critici della governance di Lukashenko. Il covid-19, come altrove nel mondo, non ha fatto altro che accentuare le tendenze che si potevano osservare negli ultimi anni. Le corpose proteste degli ultimi mesi, per esempio, avevano obiettivi simili a quelle degli anni precedenti, ma l’esasperazione della popolazione è risaltata ancora più chiaramente. La mancata imposizione di un lockdown o di misure restrittive della vita pubblica e degli eventi ha fatto schizzare i contagi, portando la Bielorussia ad essere uno dei paesi con il più alto tasso di contagi d’Europa.

Tensioni in vista delle presidenziali

Nelle scorse settimane la commissione elettorale centrale aveva stabilito che i due principali contendenti di Lukashenko non avessero presentato la loro candidatura in maniera idonea. È stato così che Viktor Babaryko, che si sarebbe reso responsabile di un’ingente evasione fiscale e al quale è stato contestato di far parte di un “gruppo criminale organizzato”, è stato escluso dalla corsa presidenziale ed è ancora detenuto presso la sede centrale dei servizi di sicurezza bielorussi a Minsk.

La stessa commissione ha anche rigettato la candidatura di Valerij Tsepkalo, un ex alleato di Lukashenko ed ex ambasciatore del paese negli Stati Uniti, sostenendo che non avesse raccolto firme a sufficienza. La decisione di escludere i due candidati ha scatenato violente proteste nella capitale e nelle maggiori città del paese. L’ennesima deriva autoritaria dell’attuale governo ha fatto maturare una nuova consapevolezza soprattutto da parte delle nuove generazioni cresciute senza conoscere un’alternativa politica. Proprio questo mancato senso di rappresentanza ha contribuito a generare un clima di ritrovata partecipazione politica, sfatando il mito che dipingeva quella bielorussa come una “società senza voce”.

A tal proposito, un’indagine condotta dal centro di ricerca ZOiS tra fine giugno e inizio luglio ha coinvolto 2000 bielorussi di età compresa tra i 18 e i 34 anni. Dalle risposte è emerso che oltre ad essere in netta minoranza (meno del 10% degli intervistati), i sostenitori di Lukashenko si contraddistinguono per un basso livello di interesse per la politica e, allo stesso tempo, sarebbero propensi a riconfermarlo per motivi legati ad una maggiore stabilità economica.

Verso la fine dell’autocrazia o prove generali?

Indubbiamente, gli avvenimenti degli scorsi mesi hanno evidenziato una crisi politica mai verificatasi prima d’ora in Bielorussia. Seppure il rating personale di Lukanshenko sia sceso ai minimi storici, la probabilità che i risultati elettorali possano subire falsificazioni resta un rischio di poco conto per la Commissione elettorale centrale. Proprio quest’ultima ha recentemente adottato una risoluzione che dimezza il numero degli osservatori indipendenti rispetto ai componenti della commissione elettorale in ogni seggio, compromettendo il rispetto degli standard elettorali sanciti da trattati internazionali.

In uno scenario in cui Lukashenko dovesse essere riconfermato alla guida del paese per il sesto mandato di fila, c’è la possibilità che si verifichino tensioni interne già osservate in Ucraina durante le proteste di piazza Maidan a Kiev. L’arresto di milizie private russe vicino a Minsk avvenuto pochi giorni fa desta preoccupazioni circa l’eventualità che si verifichino repressioni violente in caso di disordini. A poco più di una settimana dal voto, la situazione rimane tesa ed incerta, inserendosi in un contesto di generale instabilità in est Europa.

Immagine: aljazeera.com

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