TURCHIA: Muro contro muro con la Siria, pronti anche all'opzione militare

di Silvia Padrini

La Turchia aggiunge un nuovo, decisivo, tassello alla strategia di duro antagonismo al regime siriano di Bashar al-Assad. È notizia del 30 novembre la decisione di Ankara di sospendere tutte le transazioni economiche con la Siria e congelare momentaneamente ogni accordo tra i due paesi.

Il ministro degli esteri turco Davutoglu ha ribadito che il governo repressivo di Al-Assad è ormai “giunto al capolinea” e che la Turchia ha intenzione di anticipare la fine di questa sanguinaria vicenda politica, dando un ulteriore giro di vite nei confronti del vicino attraverso il blocco del passaggio di armi ed equipaggiamenti militari verso la Siria. Per il ministro Davutoglu, la Siria avrebbe tirato troppo la corda e non avrebbe approfittato delle possibilità alternative offerte fino a questo momento: a questo punto, mettere fine immediatamente alle violenze sulla popolazione civile è una priorità che scavalca qualsiasi protocollo diplomatico.

In realtà, nel corso degli anni, le scaramucce tra i due Stati non sono mancate. Molti accordi di cooperazione con la Siria furono sospesi sin dagli albori del governo che oggi è aggrappato con le unghie alla propria posizione. L’ultimo gesto della Turchia, però, è particolarmente significativo perché testimonia la completa e definitiva perdita di fiducia nei confronti di Damasco. Da questo momento, se saranno necessarie ulteriori misure contro la Siria, queste non potranno fare altro che inasprirsi.

Davutoglu ci tiene a sottolineare come la Turchia sia pronta al prospettarsi di “qualsiasi scenario” se la Siria non dovesse cessare la spirale di violenza, ma –dice- il suo paese è contrario all’opzione militare. La dichiarazione, seppur apparentemente ambigua, risuona come una chiara minaccia. In buona sostanza, la Turchia sta ponendo la Siria davanti ad un ultimatum, auspicando che il governo di Al-Assad ritrovi la ragione vedendosi con le spalle al muro, ma esprime la propria intenzione a non tirarsi indietro, nemmeno nel caso di un intervento militare.

La decisione turca non è isolata e unilaterale. Essa si inserisce nella strategia di sanzioni annunciata congiuntamente dai paesi della Lega Araba in seguito ad un vertice dell’organizzazione avvenuto nella città del Cairo. La linea concordata comprende una serie di misure: la sospensione di tutti i voli dai paesi membri verso la Siria, il blocco delle transazioni con la banca centrale siriana, il congelamento di tutti gli accordi siriani con i paesi arabi e il divieto di uscire dal paese per 17 personalità eminenti del governo incriminato. Il ministro degli esteri siriano Walid Al- Mouallem non ha esitato nel definire le sanzioni imposte “economic warfare”.

L’ombra della guerra, di fatto, non è così lontana. Anche il primo ministro del Qatar ha dichiarato che questa è per la Siria l’ultima chance per evitare l’intervento esterno e che questo potrebbe, tra non molto, risultare inevitabile.

Il quadro, tuttavia, non è completo se non si considerano altri attori cruciali: infatti, l’annuncio della posizione della Turchia e di altri paesi arabi nei confronti della Siria avviene il giorno successivo alla decisione dichiarata da Mosca di non rispondere all’appello per porre un embargo sulla vendita di armi e un ultimatum al governo di Al-Assad. Secondo il ministro degli esteri Sergey Lavrov, la crisi siriana non può essere risolta con le minacce, ma è necessario ricorrere ad accordi politici.

Vediamo quindi schierate due posizioni diametralmente opposte. Se, da un lato, la riluttanza russa davanti all’embargo non pone dubbi rispetto ai lampanti interessi di Mosca nel commercio delle armi, dall’altra parte l’opzione turca delle sanzioni economiche non convince né gli analisti politici né chi scrive. Le violenze e il deteriorarsi dei rapporti hanno già provocato una forte riduzione dei commerci transfrontalieri tra Turchia e Siria. È lecito sospettare che le sanzioni economiche potrebbero appena scalfire un potere che, a quanto pare, non ha molto a cuore il benessere dei cittadini, mentre rischiano di colpire significativamente la popolazione siriana già alle prese con una situazione precaria e, forse, danneggiare a lungo termine l’intera economia del paese arabo.

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