Le vite di operai bulgari e romeni nel più grande mattatoio d’Europa

Situato nella Renania Settentrionale-Vestfalia, in Germania, l’impianto di macellazione di Gütersloh, proprietà del colosso della carne Tönnies, è il più grande mattatoio d’Europa, nonché attualmente il maggiore focolaio tedesco di Covid-19. Tra gli oltre 7000 impiegati, principalmente bulgari, romeni e polacchi, i casi di contagio accertati sono più di 1300. La sezione bulgara di Deutsche Welle ha pubblicato le esperienze dirette di tre ex-lavoratori dell’azienda tedesca – un romeno e due bulgari – denunciando le disumane condizioni lavorative imposte. Ne proponiamo di seguito la traduzione.

“La notte sentivo i colleghi piangere”

Il 25 giugno è uscita l’intervista all’operaio romeno.

Ho lavorato per due anni nei mattatoi del gruppo Tönnies. Raramente il turno finiva dopo le contrattuali otto ore. Nella maggior parte dei casi lavoravamo dalle 12 alle 13 ore al giorno. Segnavamo le ore aggiuntive, ma non venivano mai conteggiate nello stipendio. Era molto freddo e umido [all’interno del laboratorio, nda], i nastri trasportatori si muovevano molto velocemente. La notte, nell’alloggio comune sentivo i colleghi piangere per i forti dolori e le mani gonfie, ma ci incoraggiavamo a vicenda dicendoci: “Resisti”.

Un mio amico mi chiedeva insistentemente di portarlo con me, voleva lavorare in Germania a tutti i costi. Gli dissi di mettersi da parte soldi sufficienti per potersi comprare il biglietto di ritorno in caso di bisogno. Il mio si è rivelato un ottimo consiglio, poiché dopo un solo giorno di lavoro da Tönnies si arrese e decise di ritornare in Romania.

Quando c’era un controllo, la velocità dei nastri trasportatori veniva rallentata, e il lavoro diventava più semplice. Ma si sapeva in anticipo quando sarebbe stato il controllo. Perché non lo facevano di sorpresa? Solo in quel caso gli ispettori sarebbero stati in grado di vedere quali erano le vere condizioni lavorative. Ci intimavano di non aprire la bocca. Il motto era: “Non appena arriva il controllo, dite che non parlate tedesco”. La situazione peggiorava quando ci ammalavamo – i capi ci gridavano di non presentare certificati medici. Proprio per questo motivo ho deciso di licenziarmi. Avevo preso una brutta influenza, cosa che succedeva spesso dato che lavoravamo tutti al freddo. Mi hanno urlato contro e allora mi sono detto: “Basta, me ne vado”.

Il principale era tedesco, ma il responsabile di produzione era romeno. Doveva fare da interprete, visto che la maggior parte di noi operai non parlava tedesco. Tutti i responsabili di produzione avevano il compito di assicurarsi che i lavoratori non si assentassero per malattia.

Alcune delle abitazioni dove ho alloggiato erano molto pulite, ma c’erano delle eccezioni. E si stava sempre molto stretti – in un appartamento siamo stati in 10, 12, perfino 14. L’affitto mensile era di 200 euro a persona. I condomìni appartenevano a dei subappaltatori. Un subappaltatore romeno aveva comprato un intero stabile e dava le abitazioni in affitto agli operai. Non è umano però comprimere così tanta gente in un’unica abitazione.

[Sono rimasto in contatto] con due colleghi, che adesso sono in quarantena. Dicono di ricevere cibo e acqua a sufficienza, ma sono molto spaventati e agitati perché non hanno la più pallida idea di cosa aspettarsi nell’immediato futuro.

“Lavorare, dormire, lavorare, dormire”

Il 26 giugno sono state pubblicate le testimonianze di due lavoratori bulgari, apparse inizialmente sul quotidiano Aachener Nachrichten, con i nomi di fantasia Stefan e Ivan.

Stefan ha lavorato per cinque mesi nel mattatoio, e per tutto il tempo ha sempre fatto il turno di notte – dalle 17:30 alle 4 del mattino. Più volte ha chiesto di poter lavorare non solo di notte, ma nessuno gli ha dato ascolto. Il 58enne bulgaro ha trascinato per notti intere pezzi di carne da 20 chili per 1200 euro al mese. Nemmeno Ivan lavora più per il mattatoio Tönnies, e nei suoi ricordi regna un’unica sensazione: “Freddo, faceva molto freddo”. Entrambi i bulgari parlano continuamente del freddo del mattatoio.

Stefan e Ivan raccontano che la maggior parte dei lavoratori rimane solo per pochi mesi da Tönnies. Dopodiché o rinunciano, oppure vengono licenziati. Stefan conferma come tutto ciò non avvenga per caso: “Cacciano gli operai prima che terminino i sei mesi di prova”, dice. Così i lavoratori non hanno diritto al congedo completo e possono essere licenziati secondo una procedura più rapida – anche in caso di malattia. Stefan racconta inoltre di come i capi aumentavano di proposito la velocità dei nastri trasportatori per ridurre i tempi dei giri, trasformando il lavoro in un vero inferno.

Per quanto riguarda l’alloggio, Ivan non ha avuto alcun problema, ma solo perché si è subito fatto ospitare da parenti. Non sa come vivevano gli altri, perché al lavoro di tempo per chiacchierare non ne rimaneva. “Lavorare, dormire, lavorare, dormire” – questa era la giornata tipo. Stefan era stato collocato da un subappaltatore in un alloggio condiviso dove tutto era ‘normale’. All’inizio vivevano in due per camera, ma già dopo il primo mese hanno dovuto stringersi, arrivando ad abitare in otto una sola stanza, con una cucina e un bagno a disposizione.

Oggi Stefan vive in un’altra provincia tedesca, cerca un nuovo lavoro e studia tedesco. Ivan si è già sistemato – lavora come corriere. “Almeno non è freddo come nel mattatoio”, dice.

Un muro di silenzio

Il secondo articolo cita un rapporto stilato nel 2019 dal Ministero del lavoro nella Renania Settentrionale-Vestfalia, in cui si afferma come compiere ingenti sforzi fisici per lunghi periodi a una temperatura sotto i 12 gradi comporti seri danni alla salute. 30 stabilimenti di lavorazione della carne nella zona sono stati ispezionati proprio a causa di questo problema, e nell’85% dei casi sono state riscontrate gravi carenze. I media tedeschi hanno però iniziato solo adesso a rompere il silenzio che ha finora nascosto le scandalose condizioni di lavoro nei mattatoi del paese.

foto: bnr.bg

Chi è Giorgia Spadoni

Marchigiana con un debole per le lingue slave, bibliofila e assidua frequentatrice di teatri e cinema. Laureata al Dipartimento di Interpretazione e Traduzione di Forlì, la sua incessante curiosità l'ha portata a vivere in Russia, Croazia e soprattutto Bulgaria, che è riuscita a strapparle un pezzo di cuore. Nel 2018 ha vinto il premio di traduzione "Leonardo Pampuri", indetto dall'Associazione Bulgaria-Italia. Da gennaio 2020 continua a scrutare oltrecortina per East Journal, raccontando frammenti di cultura est-europea e attualità bulgara.

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