STORIA: Gli hippie sovietici. Un sistema nel sistema

Meno noto rispetto ad altri fenomeni del sottobosco della clandestinità sovietica, il movimento hippie conquistò verso la fine degli anni Sessanta anche i giovani oltrecortina (principalmente moscoviti e baltici), assumendo caratteristiche specifiche made in USSR.

Sulle tracce della Mosca hippie

A Mosca luogo di ritrovo, come per moltissimi altri gruppi underground di poeti e artisti, divenne a partire dagli anni 1967-68 la statua di Vladimir Majakovskij nella piazza omonima: in gergo, il poeta morto suicida nel 1930 e lì monumentato si era trasformato in “faro” per questi giovani, in russo majak. Anche la piazza Puškinskaja, tradizionale luogo di manifestazioni anche oggi, nel lato che dava sul cinema Rossija, raccoglieva i giovani hippie moscoviti, che sempre in gergo l’avevano trasformata in “cannone”, in russo puška. Psichodrom era invece detta l’area antistante l’ex sede dell’università statale Lomonosov, sulla centralissima prospettiva Karl Marx, un altro luogo di ritrovo abituale. C’era infine la truba (“tromba”, ma anche “tubo”), ovvero il passaggio sotterraneo che conduce dall’hotel Nacional’ alla stazione metro Ploščad’ revoljucii, dietro la piazza Rossa.

Il “sistema” hippie sovietico

A differenza dei cugini occidentali, gli hippie sovietici, almeno inizialmente, mantenevano un comportamento più “morigerato”, che si traduceva in lunghi dibattiti collettivi e concerti innaffiati tutt’al più da bottiglie di portvejn (le droghe presero a diffondersi principalmente negli anni Settanta). La stessa gioventù che partecipava di quest’atmosfera non di rado era figlia di intellettuali o apparatčiki membri del partito. Anzi: il carismatico aggregatore del gruppo, Jurij Burakov detto Solnce (letteralmente “sole”), era figlio di un agente del KGB.

In fin dei conti “gli ideali hippie”, osserva l’esperta del movimento Juliane Fürst, “non erano poi distanti dal comunismo: collettivismo, solidarietà, pace, eccetera. Gli hippie quindi non vedevano contraddizioni tra il socialismo e la vita che conducevano”. Contraddizioni c’erano, ai loro occhi, se mai nel fenomeno hippie americano, sorto in seno a una realtà capitalistica.

A differenza della conclamata anarchia e conseguente lotta contro le gerarchie degli hippie occidentali, il fenomeno in Urss prese a costituirsi (e ad auto-definirsi) come “sistema” ben organizzato: “Solo così potevano sopravvivere alle repressioni. Per essere hippie bisognava rinunciare a tutto. Direi che gli hippie sovietici erano più radicali”, spiega Fürst.

Inoltre, il fenomeno non si esaurì come altrove con gli anni Settanta: “In Unione Sovietica non era possibile uno sviluppo del movimento perché mancava il discorso pubblico, non potevano nascere delle comuni. Perciò il fenomeno hippie si è preservato praticamente intatto dalla fine degli anni Settanta al 1990 senza uno sviluppo ideologico o formale”.

Le critiche ufficiali e gli arresti del 1 giugno 1971

La stampa sovietica prese a criticare pubblicamente gli hippie fin dai primi anni Settanta. Descritti come trasandati, dai capelli lunghi, nullafacenti (se non proprio “parassiti sociali”), drogati, apolitici, rappresentavano l’opposto dell’homo sovieticus coltivato dalla propaganda del partito. Le ragazze, che dichiaravano guerra alla costrizione del reggiseno, venivano addirittura accusate di prostituzione. Fu così che il 1 giugno del 1971 le autorità decisero di porre fine all’esistenza del gruppo. Hippovat’ (fare l’hippie), neologismo creato ad hoc, non poteva più essere tollerato in Urss.

Gli hippie avevano infatti organizzato per quel giorno una manifestazione pacifista e antiamericana (!), che prevedeva una marcia in direzione dell’ambasciata statunitense con tanto di cartelli “Yankee go home!” e slogan contro la guerra in Vietnam (compreso il classico “Make love, not war”). Le autorità moscovite inaspettatamente approvarono la richiesta degli organizzatori, che quindi avevano il benestare ufficiale sullo svolgimento dell’evento. Si trattò tuttavia di una trappola: camionette della polizia e membri del Komsomol erano pronti fin dal mattino ad entrare in azione, arrestando tutti i partecipanti e simpatizzanti. E così ci fu chi si ritrovò espulso dagli istituti e dalle università, chi perse il lavoro, chi fu internato in strutture psichiatriche, chi fu mandato direttamente al servizio militare.

Da allora ancora oggi il 1 giugno nel parco moscovita di Caricyno, si tiene una manifestazione hippie che porta avanti l’eredità del movimento. Quest’anno, complice la pandemia, il regime di auto-isolamento imposto agli abitanti non permetterà il suo consueto svolgimento.

Il movimento tra film…

Le vicende degli hippie sovietici hanno ispirato due film: Dom solnca (La casa del sole, 2010) ripercorre in maniera romanzata gli eventi del 1 giugno 1971 e le vite di alcuni dei più noti hippie sovietici; il documentario Soviet Hippies (2017) invece, della regista estone Terje Toomistu (qui intervistata ai microfoni di Kiosk), racconta attraverso le voci di chi l’ha vissuto cosa volesse dire essere un “figlio dei fiori” oltrecortina.

…e canzoni

Il gruppo rock Mašina vremeni (Macchina del tempo), i cui membri al tempo avevano non pochi contatti con il fenomeno hippie, pare abbia dedicato proprio agli arresti del 1971 una strofa della loro canzone Chi volevi stupire? (Kogo ty chotel udivit’?):

Sei diventato un ribelle e l’oscurità ha tremato,

volevi cambiare il mondo intero,

ma la prigione attende tutti i ribelli –

chi volevi stupire?

Chi è Martina Napolitano

Dottore di ricerca in Slavistica presso l'Università di Udine, è direttrice editoriale di East Journal e scrive principalmente di Russia. È caporedattrice della sezione Europa Orientale.

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