BALCANI: Bleiburg, una pagina controversa della storia croata

La messa che il cardinale e arcivescovo di Vrhbosna, Vinko Puljić, ha officiato sabato 16 maggio presso la cattedrale del Sacro Cuore di Sarajevo non è stata una messa come le altre; così come il 15 maggio, in Croazia, non è un giorno come gli altri. Formalmente, infatti, viene celebrata la “giornata del ricordo di tutte le vittime croate”, ovvero di tutti coloro che sono morti in ogni tempo per lo stato croato.

Il 15 maggio 1945

La data, ovviamente, non è casuale: dopo la resa della Germania nazista e il conseguente crollo dello Stato Indipendente di Croazia (NDH) – lo stato fantoccio fascista che appoggiava l’occupazione tedesca durante la Seconda guerra mondiale – diverse brigate delle forze armate croate tentarono la fuga verso l’Austria per non arrendersi ai partigiani jugoslavi. Decine di migliaia di persone si incamminarono verso il confine tra Slovenia e Austria con l’intento di consegnarsi alle truppe britanniche che controllavano l’area, nella malcelata speranza, per alcuni di loro, di essere “reimpiegate” dalle forze alleate occidentali in chiave anticomunista per poter tornare in patria e, quindi, al potere.

Tra loro, oltre agli appartenenti agli ustascia – il movimento filo-nazista fondato da Ante Pavelić che guidò l’NDH – una moltitudine di civili, perlopiù familiari. Sul confine i fuggitivi furono però respinti e, di fatto, consegnati nelle mani dei partigiani titini e lasciati al loro destino e alle successive sanguinose rappresaglie: era il 15 maggio del 1945.

Secondo lo storico croato Slavko Goldstein almeno 45 mila persone furono giustiziate ma la cifra esatta, così come l’esatta ricostruzione degli avvenimenti, non è nota e rappresenta essa stessa un elemento di polemica e divisione. La vicenda è passata alla storia come “massacro di Bleiburg”, dal nome della cittadina austriaca sul confine sloveno dove ebbe inizio.

L’uso politico

Alla luce di quanto sopra risulta chiaro che la scelta, nel 1995, dell’allora presidente croato Franjo Tudjman di commemorare un evento così divisivo, fu un atto politico ben preciso (fino ad allora era addirittura illegale rievocare Bleiburg). Così come fu un atto politico ben preciso quello di scegliere proprio quella data come rappresentativa dell’intera storia croata, un tentativo piuttosto maldestro di porre sullo stesso piano le vittime partigiane e quelle fasciste, un’operazione ben nota anche dalle nostre parti.

Dello stesso tenore e dello stesso segno è stata anche l’approvazione, nel 2008, della legge che prevedeva lo spostamento delle celebrazioni dalla domenica al sabato più vicino al 15 maggio, in modo tale da consentire la partecipazione di un più ampio numero di rappresentati del clero cattolico. Ciò ad ulteriore dimostrazione di una acclarata “simpatia”, se non addirittura di un certo collateralismo, di una fetta importante della chiesa cattolica croata verso le istanze della destra, anche estrema.

Nel corso degli anni, le commemorazioni di Bleiburg si sono via via trasformate in un raduno fascista, probabilmente il più grande d’Europa nel suo genere, con l’esibizione esplicita di simboli e vessilli dal chiaro sapore revisionista, dalle magliette con il ritratto di Ante Pavelić alle bandiere degli ustascia.

Le celebrazioni di quest’anno

Sebbene le limitazioni imposte dall’emergenza pandemica in atto abbiano impedito lo svolgimento del tradizionale raduno a Bleiburg, le celebrazioni per la giornata del ricordo si sono ugualmente tenute sabato 16 maggio al cimitero di Zagabria, sponsorizzate dal parlamento croato e fortemente sostenute dalla chiesa cattolica di Croazia. La novità di quest’anno è che esse si sono allargate alla confinante Bosnia Erzegovina, dove la funzione officiata del cardinale Puljić è stata accompagnata dalla protesta di circa cinquemila cittadini, radunatisi sul piazzale antistante la facoltà di Filosofia – laddove gli ustascia avevano impiccato 55 sarajevesi, in quel maggio ’45 – in nome dell’antifascismo.

La scelta della clero cattolico ha sollevato un vespaio di polemiche sia nel mondo religioso che in quello politico. Il portavoce della comunità islamica in Bosnia, Muhamed Jusić ha preso le distanze dall’iniziativa, seguito a stretto giro da Jakob Finci, presidente della comunità ebraica di Sarajevo, che ha ricordato come nella capitale bosniaca furono circa undicimila le persone uccise dal regime ustascia. Durissima la reazione del metropolita della chiesa ortodossa serba di Bosnia, Hrizostom Jević, che ha annunciato la rottura di ogni relazione con l’arcidiocesi cattolica.

Unanime, una volta tanto, anche la condanna dei tre rappresentati della presidenza tripartita di Bosnia Erzegovina, inclusa quella del membro croato, il socialdemocratico Željko Komšić, che ha sottolineato che coloro per i quali si pregava nella cattedrale avevano commesso crimini non meno feroci di quelli compiuti dai nazisti. Analogamente il presidente della Croazia, Zoran Milanović, si è smarcato dall’evento preferendo recarsi a Tezno, in Slovenia, a depositare fiori presso l’omonima fossa comune in ricordo delle quindicimila vittime che vi furono sepolte. Un pesante biasimo è arrivato dalla Commissaria per i Diritti Umani del Consiglio d’Europa, la bosniaca Dunja Mijatović, che ha definito le commemorazioni “uno schiaffo ai principi e agli ideali antifascisti europei”.

Le critiche sono state respinte al mittente dagli interessati. Ivo Tomašević, segretario generale della Conferenza episcopale cattolica in Bosnia ha ricordato che la “chiesa ha sempre pregato per i defunti” e che “ciò non dovrebbe disturbare nessuno”. Ci si potrebbe chiedere, tuttavia, per quale ragione la gerarchia cattolica non abbia mai preso alcuna iniziativa analoga per ricordare le vittime del campo di concentramento ustascia di Jasenovac. Similmente l’Assemblea nazionale croata, piattaforma politica che raduna i partiti croato-bosniaci e co-sponsor dell’iniziativa, ha definito le accuse come “un attacco a tutti i croati”. Nel frattempo, pochi giorni prima delle cerimonie, un attacco è stato condotto a Stolac, cittadina bosniaca a maggioranza croata, dove degli sconosciuti hanno vandalizzato alcuni monumenti antifascisti.

Le accuse di revisionismo storico non sono certo una novità né per la Croazia né per la sua chiesa cattolica. Il rapporto dell’Holocaust Remembrance Project, pubblicato lo scorso anno a cura di William Echikson, pone la Croazia ai primissimi posti della poco lusinghiera classifica ove il fenomeno è maggiore. E Bleiburg resta una ferita aperta nella storia croata ed europea a testimonianza di quanto sia ancora difficile trovare una narrazione condivisa  e unitaria di fatti così dolorosi e divisivi.

Chi è Pietro Aleotti

Milanese per caso, errabondo per natura, è attualmente basato in Kazakhstan. Svariati articoli su temi ambientali, pubblicati in tutto il mondo. Collabora con East Journal da Ottobre 2018 per la redazione Balcani ma di Balcani ha scritto anche per Limes, l’Espresso e Left. E’ anche autore per il teatro: il suo monologo “Bosnia e il rinoceronte di pezza” ha vinto il premio l’Edizione 2018 ed è arrivato secondo alla XVI edizione del Premio Letterario Internazionale Lago Gerundo. Nel 2019 il suo racconto "La colazione di Alima" è stato finalista e menzione speciale al "Premio Internazionale Quasimodo".

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