UCRAINA: Il paese stretto tra Covid-19 e radioattività

Da KIEV – Lo slogan #iorestoacasa (#залищаюсявдома) è entrato a far parte del gergo ucraino. Come molti altri paesi, anche l’Ucraina ha introdotto lo scorso marzo un regime di quarantena per combattere l’epidemia mondiale di Covid-19. Sebbene le misure adottate risultino meno restrittive di quelle italiane, il governo raccomanda vivamente agli ucraini di starsene a casa e di uscire solo in caso di necessità.

Ad allarmare, però, è la seconda raccomandazione, apparsa successivamente e rivolta in particolare agli abitanti delle regioni di Kiev, Zhytomyr e Chernobyl: “Chiudete le finestre”. Dal 3 aprile, infatti, un’altra catastrofe incombe sul paese, non meno allarmante di quella mondiale del coronavirus e del conflitto armato nel Donbas: le foreste e i boschi che circondano la città di Chernobyl – il 26 aprile è ricorso il 34° anniversario della catastrofe nucleare – l’adiacente città fantasma di Pripyat’ e i villaggi dell’oblast’ Zhytomyr stanno bruciando da oltre tre settimane.

Una pandemia tira l’altra

L’epidemia di Covid-19 diffusasi in Europa negli ultimi mesi, non ha risparmiato l’Ucraina, che ad oggi registra ufficialmente oltre 9000 casi di coronavirus. Scettico e impreparato come tutti, il paese ha deciso gradualmente di introdurre un regime di quarantena lo scorso 12 marzo. Dopo un primo caso isolato di Covid-19 nella regione occidentale di Černivtsi, è stata la capitale tra le prime città a chiudere i confini con le località limitrofi e a limitare i collegamenti, prima via terra e poi via aerea, con le altre regioni e nazioni. Nel giro di qualche giorno non è più stato possibile usufruire dei mezzi di trasporto pubblici – tranne per recarsi al lavoro e con il rilascio di un permesso speciale – e sono state chiuse tutte le attività non indispensabili. Negozi, mercati e chioschi di “coffee to go” sono chiusi, i giochi per bambini dei giardinetti sono circondati da un nastro bianco e rosso per vietarne l’accesso e la vita frenetica tipica di questa metropoli si è improvvisamente bloccata: non c’è più traccia di venditori ambulanti o di babuške che vendono fiori o succo di betulla all’entrata della metropolitana, accompagnate dal suono delle chitarre degli artisti di strada.

L’inverno, secco e privo di neve, ha lasciato spazio alla primavera e alle sue tiepide giornate di sole, accendendo ulteriormente la voglia dei cittadini di uscire di casa: correre al parco, fare passeggiate sul lungofiume, recarsi alla casa di campagna (gli spostamenti in taxi o in auto sono consentiti). Nulla di tutto questo è stato ufficialmente vietato, sebbene il consiglio sia quello esplicito di rimanere a casa. L’importante è seguire qualche regola in più: lavarsi spesso e bene le mani, usare la mascherina, il disinfettante, i guanti e – nelle ultime settimane – evitare di uscire in più di due persone, mantenendo sempre le dovute distanze (un metro e mezzo almeno). Kiev in questi giorni non è quindi completamente deserta, né tanto meno in preda al panico da coronavirus.

A destare un vero e proprio allarme fra i cittadini della capitale, è stata invece la strana nube grigia che ha ricoperto il cielo di Kiev lo scorso 13 aprile. Al tramonto l’aria si è fatta rarefatta, pesante e irrespirabile e chiudere tutte le finestre di casa è stato, quindi, un gesto automatico. Dopo aver pensato a una semplice ondata di inquinamento atmosferico, notizie più precise sono giunte agli abitanti tramite i canali social: i boschi della zona di esclusione di Chernobyl, situata a meno di un centinaio di chilometri da Kiev, erano in preda alle fiamme. Gli incendi, scoppiati nella zona all’inizio di aprile e causati da un insieme di fattori (piromania e crisi climatica), si sono diffusi a dismisura e il fumo, trasportato dal vento, ha raggiunto in un batter d’occhio il sud della Bielorussia e la capitale ucraina. Inoltre, una tempesta di sabbia contenente la polvere dei campi aridi e la cenere degli incendi ha coperto completamente il cielo per diverse ore.

La situazione, sebbene ora costantemente monitorata – soprattutto per quanto riguarda la presenza di radiazioni nell’aria – è critica: le foreste della regione continuano a bruciare e la mancanza di precipitazioni comincia a farsi sentire. Oltre 500 vigili del fuoco stanno lavorando per tenere a bada i focolai, mentre tonnellate di acqua provenienti dagli elicotteri che fanno da spola tra Kiev e la zona di Chernobyl vengono lanciate quasi ogni giorno per spegnere gli incendi; inoltre, numerosi volontari si sono accampati negli ultimi giorni nelle vicinanze per cercare di dare una mano. Eppure non basta: le fiamme continuano a divorare ettari ed ettari di boschi non solo nei pressi della città nucleare, ma anche nelle regioni limitrofe, bruciando interi villaggi. Il fuoco, come il virus, non dà tregua. Ma gli ucraini non mollano.

Catastrofi e punizioni divine

Se l’Ucraina è affetta da queste catastrofi, una spiegazione deve esistere. Parlando di Covid-19, lo storico patriarca della Chiesa ortodossa ucraina non canonica del Patriarcato di Kiev, Filaret Denysenko, ha affermato in una recente intervista che questa epidemia di Cvoid-19 è una punizione divina. “Un’epidemia è una punizione di Dio per i peccati degli uomini. Pensiamo a come sbarazzarci di questa epidemia, e giustamente lo fanno anche i governi di tutti gli stati, incluso il nostro, che adottano misure precauzionali. Ma la causa del coronavirus è la peccaminosità dell’umanità. Qual è la peculiarità del peccato? Che ciò che è bene non viene apertamente difeso, ma viene difeso ciò che è male; e non solo difeso, bensì anche diffuso. E con ciò, mi riferisco innanzitutto al legame tra persone dello stesso sesso“.

Le dichiarazioni di Filaret non sono, naturalmente, passate inosservate. L’associazione ucraina Insight, attiva nell’ambito dei diritti umani e coinvolta nell’assistenza e nel supporto della comunità LGBT, ha chiesto al patriarca di smentire le proprie affermazioni e ha intrapreso una causa giudiziaria nei confronti dell’ecclesiastico presso il tribunale di Kiev. L’associazione ritiene che le informazioni diffuse siano false e discriminatorie e che sia necessario confutarle. Come affermano gli attivisti dell’associazione, il patriarca onorario ha una grande influenza sulle persone “appartenenti alle comunità religiose”, e le sue parole possono essere un incitamento alla discriminazione, alla diffusione dello stigma, alla violenza contro gay, lesbiche, bisessuali e transessuali. “Non abbiamo dichiarato danni morali, in quanto per noi, come per molti rappresentanti della comunità LGBT, non è una questione di soldi, ma una questione di onore e dignità”, hanno precisato. Insight spera che la causa non venga ritardata a causa della quarantena, è stata prolungata ufficialmente fino all’11 maggio.

Nessun altro si è schierato contro o a favore di Filaret, il quale non sembra prendere sul serio né le accuse, né l’epidemia stessa. Durante le controverse celebrazioni religiose della Pasqua ortodossa, lo scorso 18-19 aprile l’ecclesiastico ha, infatti, ignorato le raccomandazioni di medici e autorità e violato la quarantena. Filaret e altri sacerdoti hanno celebrato la veglia notturna senza maschere e guanti; inoltre, i fedeli hanno seguito i rituali abituali: mettersi in coda per la benedizione, baciare la (stessa) Bibbia e, infine, prendere la comunione, sorseggiando il vino a turno da un unico cucchiaino comune. Le misure preventive previste dalla quarantena, che consentono la presenza di al massimo due persone nei luoghi pubblici, sono state violate da Filaret e dai suoi seguaci. Secondo la polizia, che avrebbe dovuto fermare e sanzionare i trasgressori, nella notte di Pasqua 130.000 ucraini hanno assistito di persona alle funzioni ecclesiastiche. L’unico patriarca a tenere un servizio di culto a distanza, in diretta televisiva e su consiglio del presidente Volodymyr Zelensky, è stato il metropolita Epifaniy Dumenko, a capo della nuova Chiesa autocefala di Kiev.

L’economia ucraina in quarantena

In seguito a una riunione del Consiglio dei ministri dello scorso 22 aprile, poiché il picco di Covid-19 in Ucraina potrebbe aver luogo tra il 3 e l’8 maggio, la quarantena è stata prolungata fino all’11 del mese. Secondo gli ultimi dati ufficiali forniti tempestivamente dal ministero della Salute, dall’inizio della pandemia in Ucraina finora sono stati registrati 9009 casi di contagio di coronavirus, di cui 220 morti e 864 guariti. “Stiamo gradualmente aumentando il numero di test e tamponi da effettuare, migliorando l’offerta di ospedali e personale medico, introducendo un sistema di controllo elettronico per l’autoisolamento e sviluppando nuovi sistemi per la protezione individuale (distanziamento sociale e utilizzo costante di disinfettanti)”, ha annunciato il primo ministro Denys Šmyhal’.

Šmyhal’ ha anche aggiunto che sta lavorando parallelamente con i ministeri del Lavoro e delle Politiche Sociali per creare nuovi impieghi e diversificare il mercato del lavoro, adattandolo a questo periodo di quarantena. Ma la maggior parte degli ucraini non approva le nuove misure adottate dal governo: la disoccupazione nel paese raggiunge già un livello record e durante il periodo di quarantena ben 90 mila ucraini si sono rivolti ufficialmente al governo per chiedere aiuto. In generale, il numero di disoccupati potrebbe presto raggiungere il milione e 300mila. La nuova crisi economica, la cui comparsa è stata annunciata dal Fondo monetario internazionale, potrebbe essere la più grande e potente dalla Grande Depressione degli anni ’30, e per l’Ucraina riprendersi in tempi brevi sarà dura. Secondo le previsioni del FMI, il PIL dell’Ucraina a causa dell’epidemia di Covid-19 diminuirà del 7,7%, mentre l’economia mondiale del 3%. PIL mondiale e prezzo del petrolio sono già in caduta libera.

Come se non bastasse, un terzo “focolaio” ha luogo nei territori orientali dell’Ucraina, dove da sei anni è in corso un conflitto armato tra le forze militari ucraine e quelle separatiste delle repubbliche di Donetsk e Luhansk: la guerra continua nonostante il virus di Covid-19 abbia raggiunto anche quelle zone, e il Donbas sembra essere più lontano che mai dalla realtà.

Immagine: DoloniDotyk

L’articolo è frutto della collaborazione con Osservatorio Balcani Caucaso Transeuropa.

Chi è Claudia Bettiol

Nata lo stesso giorno di Gorbačëv nell'anno della catastrofe di Chernobyl, per East Journal si occupa dell'area russofona. Linguista e grande appassionnata di architettura sovietica, dopo un anno di studio alla pari ad Astrakhan, un Erasmus a Tartu e un volontariato a Sumy, ha lasciato definitivamente l'Italia per l'Ucraina, dove attualmente abita e lavora.

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