Cosa ci insegnano le guerre jugoslave sul coronavirus, nelle parole di chi ha vissute entrambe

“Le avversità servono ad affrontare le cose della vita”, diceva Lucy van Pelt a Charlie Brown. “Quali altre cose?” chiedeva lui. “Altre avversità”. Ed è così per molte persone, che hanno vissuto sulla loro pelle la tragedia delle guerre jugoslave, e oggi si trovano, in Italia, a vivere insieme a noi la tragedia al rallentatore della pandemia di coronavirus. Vi segnaliamo alcuni dei loro commenti.

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Vildana: Sto rivivendo la guerra, ma canteremo insieme ancora

Ne scrive Vildana Vuleta con una lettera al Corriere del 2 aprile (la potete leggere tutta qui):

Vengo da una terra cha ha sofferto enormemente. Vengo da Sarajevo.
Scrivo da Bergamo, la città che ha accolto la mia famiglia con le braccia aperte ventisette anni fa, una città che adesso sta soffrendo come Sarajevo, io con essa.
I modi di sofferenza sono diversi, ma la sensazione è la stessa: sto vivendo la guerra un’altra volta.
I cecchini a Sarajevo, non li vedevi come non vedi questo macabro coronavirus. Presentati quando oramai è tardi….

Non è l’autunno di Pushkin «stagione mesta e uggiosa».
Qui siamo in Italia, il Paese solare, il Paese della Primavera di Vivaldi o di Botticelli, il Paese della gente allegra e laboriosa, la gente frenetica e tanto speranzosa con le scritte ovunque «Andrà tutto bene» e «Bergamomolamia».
Canteremo insieme ancora.

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Biljana: Le persone buone hanno perso la guerra. E la pandemia?

Biljana Prijic ne scrive sul suo blog: Cosa non ho imparato dalla guerra sulla pandemia. Ricorda la fuga d’estate della sua famiglia da Knin, con la cassettina di Massimo, improbabile cantante jugoslavo dal nome italiano. E poi, il dopo:

È andato tutto male, dopo la guerra. Il dopoguerra è stato peggio della guerra stessa. La gran parte delle persone che conoscevo ha perso la guerra. Ne è uscita impoverita, espatriata, disillusa, scoraggiata, traumatizzata senza saperlo e senza potersene occupare. Non c’è stato tempo e modo di piangere la patria perduta, per divieto dei cattivi vittoriosi o per autocensura di noi che siamo stati alla finestra a guardare, impotenti e sgomenti. Le persone normali che frequentavo, le persone buone, hanno perso la guerra. Un’enorme massa di sommersi, anche quando avevano l’apparenza di salvati.
È di questo che ho paura oggi.

Temo che qualcuno possa approfittare del post pandemia come succede nei dopoguerra. E che alla fine questo esito venga accettato come inevitabile anziché giudicato come ingiusto. Non so se queste mie paure siano fondate, sensate o strampalate. Sono sensazioni che non hanno fondamento nella ragione ma in un vissuto in qualche modo compresso, come il gas in una bomboletta.

Ma mi fa soffrire pensare che è più probabile un aumento delle ingiustizie già mostruose che non una loro diminuzione. Poiché però non siamo in guerra, anche se siamo in una brutta situazione, spero che almeno qualcosa, collettivamente e individualmente, risulterà positivo.

Zoran: Troveremo anche noi un inatteso Guccini botswano 

Infine Zoran Herceg, da Sarajevo, riflette sulle inattese scoperte del dopoguerra:

Molti in Italia dicono eh, niente tornerà più come prima. E questo mi pare verosimile.  …
La guerra, però, mi ha portato in un altro paese. Mi ha fatto conoscere un’altra cultura, mi ha fatto appassionare della musica e dei fumetti italiani e mi ha fatto ritornare, oggi, sul mio solito balcone. Questa volta, però, sono seduto dove ero 28 anni fa, ma sto ascoltando e apprezzando Francesco Guccini, che per me sarebbe rimasto del tutto sconosciuto senza tutto quello che la guerra ha messo in moto per me. E allora sono qua sul balcone a pensare che se qualcuno mi avesse detto, esattamente 28 anni fa, IN CHE MODO le cose non sarebbero più state come prima (e in quale altro modo, perversamente simmetrico, lo sarebbero invece state), non mi avrebbe scoraggiato. Mi avrebbe rincuorato, mentre ascoltavo i primi mortai colpire la mia città. …

Significa, semplicemente, che sì, durante la guerra si sta come d’autunno sugli alberi le foglie. Ma DOPO la guerra, mi viene da citare un altro poeta con la fissa per fenomeni botanici autunnali, il meraviglioso cantautore croato Darko Rundek (vivente), bisogna “ricordare la scena / e non chiederti mai / dove andrai dopo / che uh / siamo rami nel vento“.

PS: A Zoran tutto sommato è andata bene. Oltre alla scoperta di Guccini si è trovato anche un omaggio di Capussela:

 

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East Journal nasce il 15 marzo 2010, dal 2011 è testata registrata. La redazione è composta da giovani ricercatori e giornalisti, coadiuvati da reporter d'esperienza, storici e accademici. Gli articoli a firma di "redazione" sono pubblicati e curati dalla redazione, scritti a più mani o da collaboratori esterni (in tal caso il nome dell'autore è indicato nel corpo del testo), oppure da autori che hanno scelto l'anonimato.

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