UCRAINA: Il presidente Zelensky a Monaco, un pugno di mosche?

Giunta alla 56esima edizione, la Conferenza sulla sicurezza di Monaco ha radunato, come da tradizione, i più influenti leader mondiali per discutere i temi più urgenti in materia di sicurezza internazionale. Il fragile sistema di equilibri creato dal blocco euro-atlantico è stato il filo conduttore dell’appuntamento di questo inizio 2020, come ampiamente descritto nel report ufficiale della conferenza. Tra le autorità più attese c’era senza dubbio il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, il quale ha saputo affrontare una serrata sessione di domande, alternando  momenti di leggerezza – degni della sua precedente carriera di comico – ad altri di natura più delicata e complessa.

“Non chiamatela guerra in Ucraina”

Durante il suo concitato discorso di apertura, Zelensky ha sottolineato la necessità di cambiare la confinata visione nei confronti del conflitto che imperversa nella parte sud-orientale del paese, ricordando all’intera comunità europea e, più ampiamente, alle istituzioni per la sicurezza internazionale la loro parte di responsabilità per le sorti dello stesso.

Zelensky ha evitato di rilasciare dichiarazioni in merito alla controversia nata da un documento, redatto dal direttivo di sicurezza euro-atlantica, riportante 12 punti concreti per risolvere il conflitto nel Donbas e rispondere alle questione urgenti su sicurezza, economia e politica. A tal proposito, il presidente ucraino ha optato per un più diplomatico rinnovo del suo impegno a mantenere vivo il dialogo attraverso la piattaforma ufficiale per il processo di negoziazione, al fine di giungere ad una risoluzione pacifica della guerra. “Servo del popolo” non è solo il nome del partito che rappresenta: Zelensky ha manifestato l’intenzione di organizzare elezioni amministrative in tutto il paese prima della fine dell’anno corrente, anche nelle autoproclamate repubbliche separatiste di Donetsk e Lugansk.

Facendo eco all’allarmante crisi diplomatica menzionata dal presidente della Repubblica Federale tedesca Frank-Walter Steinmeier, Zelensky ha espresso apertamente la sua sfiducia nei confronti di trattati di cooperazione e alleanze ad hoc, in quanto non riflettono lo scenario globale attuale, sempre più dominato da politiche di potere invece che da principi di diritto internazionale.

Ironia e fermezza: un mix vincente

Punto di forza del presidente ucraino è stata la capacità di avanzare gli interessi di cooperazione dell’Ucraina sia con gli Stati Uniti che con l’Unione Europea, in un clima insolitamente disteso. Facendo riferimento al caso Ucrainagate, Zelensky si è definito pronto a normalizzare le relazioni con gli Stati Uniti. In cambio, Zelensky chiede che Trump non si riferisca più all’Ucraina come “uno dei paesi con il più alto tasso di corruzione”. Zelensky ha inoltre criticato la mancanza di un apposito forum per discutere la questione della Crimea, ritenendo che gli Stati Uniti sarebbero in grado di esercitare maggiore influenza a riguardo.

A sei anni esatti dall’annessione illegale della Crimea da parte della Russia, Zelensky invita la comunità europea e internazionale a non considerare questo evento come un fait accompli: poiché spesso la mancanza di coesione interna tra paesi viene giustificata tramite l’individuazione di minacce esterne, il presidente ucraino ha richiamato l’attenzione sull’importanza del principio collettivo di sicurezza europea. In merito al rispetto dell’integrità territoriale nazionale, Zelensky ha insistito affinché l’Ucraina smetta di essere percepita come scacchiere per le strategie geopolitiche di altri paesi.

Cosa porta a casa l’Ucraina?

Se da un lato Zelensky può dirsi soddisfatto della sua prima partecipazione alla Conferenza sulla sicurezza, dall’altro lato è ancora presto per cantare vittoria. Nonostante Trump sia stato assolto dal processo di impeachment, l’amministrazione statunitense continua a rispondere elusivamente in merito all’eventuale ripresa di aiuti militari verso l’Ucraina. Timidi segnali di apertura sono giunti dal segretario generale NATO Jens Stoltenberg, il quale ha insistito sul “dual track approach” nei confronti della Russia.

Duro invece l’ammonimento verso l’Alleanza Atlantica pronunciato dal ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov. In una conferenza con la stampa russa Lavrov ha condannato le relazioni bilaterali tra Ucraina e NATO, ritenendo che le trattative per arrivare ad una pacifica risoluzione del conflitto nel Donbas siano competenza del cosiddetto “quartetto normanno“. Come spesso la leadership russa è solita fare, si è verificato un incontro a porte chiuse tra Lavrov e il Segretario di Stato americano Mike Pompeo, in cui non si può escludere che sia stata affrontata anche la questione ucraina.

Il percorso per arrivare a un’ideale ripristino della sovranità ucraina sui territori temporaneamente occupati è lungo: in aggiunta alle ormai numerose violazioni del cessate il fuoco da parte dei separatisti, a distanza di 5 anni dalla battaglia di Debaltseve è stato riportato un violento tentativo di penetrare attraverso la linea di contatto nei pressi di Zolote, definito dal presidente ucraino “una provocazione”. Poco avvezzo ai dubbiosi progressi lodati dai più disparati rapporti sulla sicurezza internazionale, Zelensky si è congedato con fare lungimirante dalla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, sicuro del fatto che l’Ucraina continuerà ad essere al centro delle future discussioni.

 

Foto: TASS/Sven Hoppe/dpa

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