La Polonia e il tabù dell’ambiente

di Massimo Gordini

Il 14 gennaio la presidentessa della Commissione Europea Ursula von der Leyen ha presentato il piano di investimenti per attuare finalmente la svolta verde dell’economia europea; nei prossimi anni verranno stanziati fino a 1000 miliardi di euro volti alla riduzione progressiva delle emissioni e al finanziamento di progetti green.

A dicembre, quando il Consiglio Europeo ha discusso il Green Deal promosso dalla nuova commissione, l’unica voce di dissenso ha attratto più attenzione delle altre: la Polonia si è infatti opposta a impegnarsi nei termini previsti, costringendo il Consiglio a specificare nelle proprie conclusioni che “uno stato membro non è, al momento, in grado di impegnarsi per questo obiettivo”.

L’opposizione al Green Deal

È l’ennesimo atto di uno scontro fra Varsavia e Bruxelles? Difficile dare una riposta univoca.

A luglio un primo tentativo di ottenere l’accordo generale dei membri sul 2050 come deadline era fallito per l’opposizione di Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca ed Estonia, che ritenevano che il 2050 fosse troppo vicino e, soprattutto, temevano di non avere garanzie economiche sufficienti per il costo della transizione. Senza gran fanfara, tuttavia, Budapest, Praga e Tallinn avevano poi accettato di firmare a condizione che il nucleare fosse accettato come legittima fonte di energia – come poi è stato al punto 6 delle conclusioni. Varsavia, invece, ha tentato di ottenere una proroga al 2070, proposta rifiutata dal Consiglio.

L’attuale governo polacco, sebbene noto per i suoi scontri con Bruxelles su temi come giustizia e diritti civili, non differisce in quasi nulla dai suoi predecessori in tema di politiche ambientali: nel 2011 e nel 2012 la Polonia aveva imposto il veto sui primi tentativi di sviluppare un proto-Green Deal con scadenza 2050.

Una transizione lenta e silenziosa

Il governo polacco non ha fatto mistero di voler continuare, anche in futuro, a usare il carbone – dal quale dipende l’80% della sua produzione di energia, sebbene il premier Mateusz Morawiecki, nel suo primo discorso al nuovo parlamento a novembre, abbia parlato a lungo di rinnovabili. Il governo si trova da tempo in una situazione complessa: da un lato insiste a promuovere il carbone, capitalizzando sul sostegno elettorale delle regioni che ne dipendono; dall’altro, è conscio che, come riporta uno studio commissionato dal Parlamento Europeo, circa l’80% delle miniere di carbone in Polonia va avanti in deficit, pesando sulle casse statali.

Morawiecki ha istituito, per la prima volta, un ministero per il clima, mettendone a capo il tecnocrate Michał Kurtyka, già presidente della COP24 di Katowice del 2018. Ed è proprio a quell’evento che bisogna guardare per trovare le costanti della politica polacca e i suoi obiettivi.

Facendo proprie idee già elaborate dall’International Labour Organization, la conferenza di Katowice ha insistito fortemente sull’aspetto sociale, economico, lavorativo della transizione ecologica. Nei propri 3 punti chiave aveva inserito il concetto di “solidarietà” e “transizione giusta”, ribadito con forza nella dichiarazione finale, che insiste sui “bisogni speciali dei paesi in via di sviluppo” e sulla considerazione delle “differenti circostanze dei settori economici, città e regioni che verranno colpiti dalla transizione”.

L’obiettivo fondamentale del governo polacco è garantirsi la certezza di non pagare da solo gli enormi costi che la transizione richiederà, e di non rischiare di abbandonare regioni come la Slesia, ancora oggi in parte dipendenti dalle miniere, a un futuro di recessione economica.

In sostanza, Varsavia vuole accesso a un sostanzioso fondo UE di sostegno alla transizione. La creazione di questo fondo, con il nome di Just Transition Mechanism, dovrebbe distribuire 100 miliardi di euro nel continente per sostenere le regioni colpite dal cambiamento.

Quando a giugno si riunirà di nuovo il Consiglio per discutere del Green Deal, è possibile che si sarà raggiunto un accordo: la Polonia non vuole rischiare di essere svantaggiata nell’allocazione dei fondi europei e l’Unione potrebbe aver individuato garanzie sufficienti. I dettagli, come spesso avviene, saranno probabilmente decisi in laboriose trattative informali nei mesi che verranno

Foto: Euractiv

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