STORIA: Trent’anni fa la rivoluzione di velluto in Cecoslovacchia

Nel maggio 1988 Alexander Dubček ricevette una lettera dall’Università di Bologna: lo attendevano in settembre per la consegna della laurea honoris causa in Scienze politiche che gli era stata assegnata. Il solo fatto di aver ricevuto la comunicazione fu per Dubček un’inattesa quanto gradita sorpresa. Nonostante lo spostamento del viaggio a novembre, per motivi politici e burocratici, grande fu il suo stupore quando ottenne il passaporto, il permesso di lasciare la Cecoslovacchia, ma soprattutto l’assicurazione che avrebbe potuto far ritorno nel proprio paese.

Così, a novembre, giunse in Italia, era dai tempi dell’espulsione dal Partito nel 1970 che non poteva andare all’estero, e ricevette un’accoglienza calorosa. Nella lectio tenuta durante la consegna della laurea, finalmente libero da ogni censura, difese apertamente il suo programma di riforme del 1968 ed espresse solidarietà verso quanti nel suo paese subivano ancora le repressioni del regime. Dopo Bologna visitò altre città e a Roma fu ricevuto da Nilde Iotti, allora presidente della Camera, Achille Occhetto, Bettino Craxi e da Papa Giovanni Paolo II.

Il successo “italiano” non fu ben digerito a Praga, tanto che gli furono negati i permessi per altri inviti in Europa occidentale. I tempi, però, erano in fase di rapido cambiamento. In Unione Sovietica Gorbačëv stava portando avanti le sue politiche improntate alle parole d’ordine di glasnost’ (trasparenza) e perestrojka (ricostruzione). Nulla a che fare con le coraggiose riforme della Primavera, si mormorava in Cecoslovacchia, anche se innegabili similitudini tra le due politiche erano piuttosto evidenti tanto che iniziò a girare una storiella che diceva più o meno così: «Sai qual è la differenza fra Dubček e Gorbačëv? Vent’anni».

Nel 1987 il Segretario del Pcus visitò Praga; di lì a poco Husák lasciò la segreteria del Partito pur mantenendo la carica di Presidente della Repubblica, al suo posto venne nominato Miloš Jakeš, uno dei traditori del ’68, a riprova che i tempi non erano ancora maturi per cambiamenti sostanziali.

Il 16 gennaio 1989 Václav Havel, il drammaturgo dissidente fondatore di Charta 77, durante vivaci manifestazioni di piazza duramente represse, fu arrestato mentre deponeva alcuni fiori nel luogo dove, esattamente vent’anni prima, si era dato fuoco Jan Palach. L’arresto arrivava alla fine di una lunga sequela di altri arresti, fermi, pedinamenti e controlli telefonici. Quando, in aprile, fu liberato, Dubček, che, pur non avendo aderito a Charta 77, aveva sempre denunciato le persecuzioni contro i suoi componenti, andò a fargli visita a Praga, dando il via a quella fortunata alleanza intergenerazionale che approderà nella Rivoluzione di velluto.

Locuzione coniata dai giornalisti stranieri, ebbe grande risonanza perché seppe racchiudere in sé il senso di una radicale trasformazione sociale e politica avvenuta senza spargimenti di sangue né vendette. Alla fine dell’estate del 1989 migliaia di cittadini della Repubblica democratica tedesca fuggirono attraverso la Cecoslovacchia e l’Ungheria per raggiungere la Germania Ovest. Il passaggio di così tanti cittadini in fuga dal “socialismo reale” influenzò non poco l’opinione dei cecoslovacchi e i successivi avvenimenti, che si manifestarono poco più avanti, qualche giorno dopo la caduta del Muro di Berlino.

Il 17 novembre, anniversario della repressione seguita ai funerali dello studente Jan Opletal e della chiusura delle scuole ceche disposta dagli occupanti nazisti nel 1939, fu organizzata una manifestazione autorizzata fuori dal centro, che, autonomamente, cambiò direzione. In breve raggiunse il cuore della città trasformandosi in una protesta contro il regime. Verso le 19.30 la polizia bloccò e attaccò i manifestanti; molti furono feriti e si sparse la voce, poi risultata falsa, di uno studente rimasto ucciso. La notizia ebbe comunque come conseguenza l’esplosione dello scontento sociale che sfociò nello sciopero degli studenti e degli attori del 18 novembre. Il giorno successivo anche a Bratislava entrarono in sciopero gli intellettuali e i giovani che si riunirono per fondare il movimento di Opinione pubblica, mentre a Praga, sotto la guida di Václav Havel, nacque Forum Civico. Le principali rivendicazioni riguardavano il superamento del marxismo-leninismo come ideologia di Stato e la modifica della Costituzione con l’eliminazione dell’art. 4 che postulava «la funzione guida» del Partito.

Due giorni dopo Forum civico ottenne un incontro con il primo ministro Ladislav Adamec, che garantì una gestione pacifica delle proteste di piazza, mentre giornali, radio e televisioni iniziavano, un po’ in sordina, ma senza ostacoli, a raccontare liberamente quanto stava accadendo. Fu in questi giorni che Havel e Dubček iniziarono a incontrarsi sia privatamente sia pubblicamente per concordare una comune linea politica. Nonostante le differenze di visione politica, Dubček ancora sperava in una trasformazione interna del socialismo, mentre Havel auspicava l’attuazione di una democrazia liberale, i due uomini raggiunsero una comunanza strategica e una vicinanza umana che li condusse al pacifico ribaltamento della situazione politica del loro paese.

Il 24 novembre si trovavano entrambi nella sede della casa editrice Melantrich in Piazza Venceslao, la quale a sua volta era completamente occupata da migliaia di cittadini. Forse su sollecitazione dell’operatore cinematografico Stanislav Milota, furono sospinti sul balcone e la gente, come li vide, esplose in un tripudio di gioia e approvazione. Dubček guardò sorridente la folla sotto di sé, si tolse gli occhiali e, con un gesto ampio e lento, con gli indici indicò se stesso e poi allargò le braccia, quasi a voler stringere tutte le persone presenti. Era il gesto di ricongiungimento dopo vent’anni di separazione, il ripristino di un dialogo che, nonostante il mutato contesto internazionale, manteneva intatte le premesse sostanziali.

Nello stesso giorno il regime, cercando di sparare le sue ultime cartucce, approvò le dimissioni del segretario del Partito Jakeš, sostituito dal più moderato Karel Urbánek, ma la situazione stava ormai precipitando. Il 29 novembre il Parlamento approvò il disegno di legge che permise lo spostamento non violento dei poteri dal vecchio regime al nuovo ordinamento democratico del paese. Il 3 dicembre fu nominato un nuovo governo, ancora sotto la guida di Adamec e composto da venti ministri di cui quindici ancora del Partito comunista. Una nuova ondata di manifestazioni contro il governo rimarcò il segno di rottura irreversibile con il passato. Il vertice del Partito cedette alle pressioni dei riformatori e l’11 dicembre furono approvate le nomine di Dubček alla carica di presidente del Parlamento e quella di Havel a presidente della Repubblica; saranno eletti rispettivamente il 28 e il 29 dicembre 1989. Iniziava da quel momento una storia completamente nuova, non del tutto prevedibile, ma sicuramente irrevocabile, all’interno di un contesto internazionale completamente mutato.

Alexander Dubček morirà il 7 novembre 1992 in seguito alle ferite riportate durante un incidente stradale. Non vedrà la separazione fra Repubblica Ceca e Slovacchia, ratificata il 1° gennaio 1993, contro cui si era più volte dichiarato. Havel sarà presidente dalle Cecoslovacchia fino al 20 luglio 1992 e della Repubblica Ceca dal 2 febbraio 1993 al 2 febbraio 2003. Morirà l’11 dicembre 2011.

Chi è Donatella Sasso

laureata in Filosofia con indirizzo storico presso l’Università di Torino. Dal 2007 svolge attività di ricerca e coordinamento culturale presso l’Istituto di studi storici Gaetano Salvemini di Torino. Iscritta dal 2011 all’ordine dei giornalisti. Nel 2014, insieme a Krystyna Jaworska, ha curato la mostra Solidarność nei documenti della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli di Milano. Alcune fra le sue ultime pubblicazioni sono La guerra in Bosnia in P. Barberis (a cura di), Il filo di Arianna (Mercurio 2009); Milena, la terribile ragazza di Praga (Effatà 2014); A fianco di Solidarność. L’attività di sostegno al sindacato polacco nel Nord Italia (1981-1989), «Quaderni della Fondazione Romana Marchesa J.S. Umiastowska», vol. XII, 2014.

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