ARMENIA: Amulsar, la montagna dove l’acqua è più preziosa dell’oro

Nel 1986 un gruppo di 350 intellettuali armeni scrisse una lettera aperta a Mikhail Gorbačëv per denunciare le catastrofiche conseguenze dell’inquinamento dovuto all’industria pesante sviluppata dalle autorità sovietiche, che ne avevano a lungo ignorato le ricadute. Nonostante da oltre trent’anni le proteste ambientaliste si susseguano in maniera quasi ciclica in Armenia, e i danni risultanti da pratiche industriali irresponsabili siano costantemente monitorati, oggi i cittadini devono ancora scendere in strada per evitare che si compia l’ennesima catastrofe ecologica.

Per sette anni la costruzione di una miniera d’oro ad Amulsar – zona montagnosa nel sud dell’Armenia, situata al centro del sistema di approvvigionamento idrico del paese – è stata osteggiata dalle comunità locali e dai gruppi ambientalisti. Ma nel corso dell’ultimo anno, sulla scia delle trasformazioni politiche che hanno interessato l’Armenia, quella che era una protesta locale ha assunto dimensioni di carattere (trans)nazionale, che il governo “post-rivoluzione di velluto” guidato da Nikol Pashinyan si trova a dover maneggiare con cautela.

Il progetto e le ricadute

L’Armenia è un paese estremamente ricco di risorse minerarie tra cui rame, oro, ma anche piombo, argento, zinco e altri minerali industriali; questi costituiscono oltre la metà delle esportazioni del paese. In Armenia oggi esistono circa 27 siti minerari autorizzati, di cui 17 attivi, in un paese che ha una superficie di meno di 30.000 km². Lo sfruttamento di questi giacimenti è però da decenni al centro di controversie legate alla cattiva gestione e alle ricadute ambientali estremamente negative che molti progetti estrattivi hanno avuto.

Nel 2012, una società mineraria chiamata Lydian Armenia (sussidiaria di una società registrata offshore, Lydian International), firma un primo accordo con il governo armeno, all’epoca guidato dal Partito Repubblicano. Nel 2016, la società riceve il permesso finale di procedere alla costruzione di una miniera d’oro ad Amulsar nonostante il progetto sia altamente problematico. Amulsar, che è il secondo giacimento d’oro più grande dell’Armenia, si trova infatti a soli 6 km di distanza dalla cittadina di Jermuk, famosa per le sue acque termali: gli abitanti (che non sono stati consultati riguardo al progetto e al suo impatto) temono che la vicinanza della miniera e l’inquinamento da essa risultante possano scoraggiare gli afflussi turistici nella cittadina, andando così a colpire una delle fonti principali di guadagno della comunità.

Gli scienziati indicano inoltre che il progetto potrebbe avere ricadute ecologiche su una scala molto più vasta: il giacimento di Amulsar è infatti situato all’interno di un’area sismica, e ciò alimenta il rischio che i processi di drenaggio acido, accelerati dagli scavi, possano infiltrare e contaminare non solo le risorse idriche di Jermuk, ma anche i bacini dei fiumi circostanti (Arpa, Vorotan, e Darb), con conseguenze negative per l’agricoltura e l’allevamento. A questo si aggiunge la possibilità che la contaminazione raggiunga il serbatoio del lago Sevan – la più grande riserva d’acqua dolce del paese, nonché luogo quasi sacro nella cultura popolare armena. Infine, il progetto comporterebbe un’alterazione dell’ecosistema di Amulsar che ospita diverse specie protette, tra cui il leopardo del Caucaso (o leopardo persiano) – di cui esistono solo 10 esemplari in Armenia.

Una svolta?

Dopo anni di proteste, nel giugno 2018 gli abitanti delle comunità locali decidono di sfruttare la finestra di opportunità aperta dalla “rivoluzione di velluto” compiutasi poco più di un mese prima (grazie a un’ondata senza precedenti di manifestazioni pacifiche di massa) per intraprendere un’azione diretta e bloccare le strade che portano al sito della miniera. Così nasce la campagna #SaveAmulsar: da oltre un anno e mezzo, gli abitanti della zona, sostenuti da attivisti ambientalisti, sorvegliano l’ingresso della miniera facendo i turni di guardia nei posti di blocco che hanno costruito, impedendo di fatto il proseguimento dei lavori nel cantiere.

L’euforia dei cittadini ha però subito un duro colpo il 9 settembre di quest’anno, quando, dopo aver fatto aprire un’inchiesta e commissionato una perizia indipendente per valutare l’impatto ambientale del progetto, il premier Nikol Pashinyan ha inaspettatamente dato il via libera alla prosecuzione degli scavi per la miniera d’oro di Amulsar, chiedendo che le strade venissero lasciate libere. Come spiega l’attivista Anna Shahnazaryan del movimento Armenian Environmental Front, intervistata da Kiosk, “la perizia indipendente, resa pubblica ad agosto, dichiarava che le stime effettuate da Lydian riguardo l’impatto della miniera sulle risorse idriche erano incorrette, e che il progetto conteneva una serie di errori di valutazione – tra cui errori intenzionali. Perciò, le misure di attenuazione dell’impatto ambientale previste da Lydian non erano adeguate”.

Nonostante ciò, il Comitato investigativo responsabile dell’inchiesta e lo stesso premier hanno concluso che la società sarebbe stata in grado di gestire tutti i rischi ambientali. “Per questo, – continua Shahnazaryan – negli ultimi due mesi la situazione è diventata frenetica: il premier ha preso le parti di Lydian e ha organizzato diverse riunioni con i rappresentanti della società, mentre noi attivisti siamo scesi in strada sia ad Amulsar che a Erevan”.

I problemi dell’Armenia “post-rivoluzionaria”

Gli esperti suggeriscono che Pashinyan stia difendendo gli interessi privati di Lydian Armenia e dei suoi investitori (tra cui gli USA, il Regno Unito e varie istituzioni finanziarie internazionali) per evitare che la società faccia ricorso all’Investor-State Dispute Settlement (ISDS). Si tratta di un meccanismo internazionale che permette ad un investitore straniero di richiedere l’arbitrato di una corte commerciale qualora lo “stato ospite” violi i suoi diritti: tale decisione potrebbe costare all’Armenia una cifra di quasi due miliardi di dollari, cioè due terzi del suo budget di stato.

C’è però anche chi crede che l’ambigua posizione di Pashinyan sia sintomatica di alcune criticità proprie al governo post-rivoluzionario: in primis, la mancanza di un’ideologia che vada al di là del rovesciamento del sistema politico corrotto che per dieci anni era stato nelle mani dell’ex-presidente Serzh Sarghsyan. Secondo Anna Shahnazaryan, “il governo attuale usa molti slogan, ma dietro gli slogan c’è poca azione. E uno di questi slogan è ‘non seguiremo il percorso economico tracciato dal governo precedente, che si concentrava sull’industria mineraria, ma cercheremo di sviluppare nuovi settori come il turismo e il settore informatico'”.

Nei fatti, la “rivoluzione economica” di cui Pashinyan vuole farsi portatore in Armenia sembra invece basarsi sullo stesso approccio neoliberista del governo precedente, volto ad “aprire il paese” alle multinazionali e agli investitori stranieri (con i 400 milioni di dollari destinati ad Amulsar, Lydian sarebbe il più grande singolo investitore nella storia dell’Armenia indipendente). Un’idea di “sviluppo” alla quale vengono subordinate le considerazioni ecologiche, i diritti umani e il benessere dei cittadini.

Un altro problema, sottolinea Shahnazaryan, è che “con la rivoluzione in Armenia si è sviluppata una certa idolatria nei confronti dell’attuale premier, che è considerato il leader della rivoluzione. Molti ex attivisti che hanno partecipato alla rivoluzione e sono poi stati eletti in Parlamento hanno ora espresso un ‘sostegno incondizionato’ alla posizione di Pashinyan su Amulsar”. Secondo l’attivista, questo avrebbe sollevato molte perplessità, anche tra coloro che non erano necessariamente contrari al progetto, “perché è qualcosa che danneggia la struttura democratica del paese: l’organismo legislativo non dovrebbe ‘sostenere incondizionatamente’ la persona che è incaricato di supervisionare”.

#SaveAmulsar continua

Lo scorso anno l’Armenian Environmental Front ha lanciato una petizione per chiedere ai consigli municipali di Jermuk e altre località della regione di vietare qualsiasi attività di estrazione mineraria e dichiarare Jermuk “area ecologica”. Sebbene la petizione abbia raccolto ad oggi 12.000 firme, il governo ha recentemente fatto ricorso contro tale iniziativa. Anche Lydian Armenia sta mettendo pressione sui manifestanti per vie legali.

Nel frattempo, gli attivisti stanno cercando di internazionalizzare il movimento, con l’obiettivo di denunciare le responsabilità delle istituzioni finanziarie internazionali (in questo caso, la Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo) e altri investitori (tra cui il governo svedese, che finanzia il progetto di Amulsar attraverso fondi statali di credito all’esportazione) nel fenomeno globale dell’estrattivismo – ovvero quelle pratiche di sviluppo non sostenibile basate sull’estrazione di risorse minerarie a scapito degli interessi delle comunità locali e dell’ambiente da cui queste dipendono.

Anna Shahnazaryan è convinta che il governo non possa dare un’autorizzazione definitiva a Lydian “perché i cittadini si stanno opponendo fermamente al progetto, e se Pashinyan deciderà di usare metodi violenti ciò non farà altro che rivoltarsi contro di lui”. La posta in gioco ad Amulsar sembra essere molto alta: in ballo non c’è “solo” la protezione dell’ambiente e delle risorse naturali, ma anche la legittimità di Nikol Pashinyan e il futuro della democrazia in Armenia.


Immagine: hetq.am

Chi è Laura Luciani

Nata il giorno in cui tre presidenti riuniti in una dacha decidevano la dissoluzione dell'URSS, è appassionata di mondo post-sovietico e russofono. E' dottoranda in Scienze Politiche presso la Ghent University (Belgio). Marchigiana di nascita, brussellese d'adozione, ha trascorso vari periodi di studio, ricerca e lavoro "a est" - tra cui un programma di mobilità studentesca all'Università statale di Mosca MGU, un soggiorno di ricerca in Lettonia e uno SVE a Tbilisi. Per East Journal scrive di Caucaso, Baltico e Russia.

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