Negli ultimi giorni hanno fatto molto discutere alcune affermazioni dello storico Alessandro Barbero, pronunciate insieme al collega Angelo D’Orsi, secondo cui la Crimea sarebbe “Russia”. Come spesso accade, le loro parole hanno innescato una delle consuete polemiche mediatiche, tra chi invoca il contesto, chi grida alla propaganda e chi tenta di ridurre tutto a una questione semantica. Ma il problema non è stabilire se quella frase sia stata detta male, bene o fuori contesto, e il problema non è nemmeno cercare di capire se c’è della verdicità in quella frase. Il punto centrale è un altro.
Tra pochi giorni entreremo nel quinto anno di guerra tra Russia e Ucraina. Secondo il New York Times, saranno 2 milioni le vittime raggiunte in primavera in questa guerra, rendendolo il conflitto più lungo e sanguinoso dopo la seconda guerra mondiale. Eppure, ancora oggi, c’è chi utilizza argomentazioni storiche come pretesto per giustificare, o quanto meno per supportare delle proprie convinzioni politiche e ideologiche che vanno a negare l’evidenza della realtà e provano a distorcerla, spesso a sfavore di chi sta soffrendo. In questo modo la storia smette di essere uno strumento di comprensione e diventa un’arma retorica.
La storia della Crimea è complessa, stratificata, contraddittoria. È stata greca, bizantina, genovese, tatara, ottomana, russa, sovietica e ucraina. Ridurla a un’affermazione identitaria netta come “la Crimea è in Russia” non è solo un errore grossolano, ma soprattutto un’operazione pericolosa quando viene inserita nel contesto di una guerra ancora in corso, perché contribuisce a normalizzare l’idea che l’aggressione possa essere giustificata dal passato.
Da questo episodio emergono almeno due conclusioni.
La prima, che dovrebbe essere più scontata ma non la è, è che bisognerebbe dare peso a chi se lo merita. Per quanto Barbero e D’Orsi siano studiosi affermati, le loro posizioni su questa vicenda appaiono chiaramente ideologiche. Il riferimento a loro nasce da ciò che hanno dichiarato, ma il problema non riguarda solo due nomi. In Italia, e non solo, sono numerosi coloro che utilizzano la storia come strumento politico, facendo leva sull’autorevolezza per legittimare una lettura parziale e ingiusta dei fatti.
La seconda conclusione è più profonda. Oggi non è più la conoscenza della storia in sé a fare la differenza, ma la sua interpretazione. I fatti, le date, i passaggi fondamentali sono ormai accessibili a chiunque. Un tempo, per costruirsi un’opinione, era necessario consultare enciclopedie, atlanti storici o testi specialistici. Oggi bastano pochi secondi e una connessione internet. Questo non rende la storia meno importante, ma rende centrale la sua interpretazione. Quello messo in atto da Barbero e D’Orsi è dunque un esercizio intellettuale vecchio e anacronistico. Studiare storia oggi non significa attribuire etichette identitarie, ma mettere insieme i pezzi, accettare la complessità e riconoscere che esistono molteplici punti di vista. Loro ne raccontano uno, guarda caso quello russo, omettendone molti altri.
Per quanto questo episodio, in sé marginale, abbia il peso effettivo che ha nel dibattito pubblico italiano, il meccanismo che rivela è tutt’altro che secondario. Dall’altra parte del confine orientale europeo, infatti, questo stesso tipo di narrazione storica viene utilizzato da anni come strumento sistematico di legittimazione politica. Basta rileggere discorsi, dichiarazioni ufficiali e slogan diffusi in Russia dopo l’invasione dell’Ucraina per rendersi conto di quanto la storia venga piegata a una funzione giustificatoria. La cosa più inquietante è che quasi ogni passaggio trova appoggio in un’interpretazione storica selettiva, semplificata o apertamente fallace.
Lenin non ha “inventato” l’Ucraina; l’identità ucraina non nasce per concessione di un potere centrale. I sovietici (non solo i russi) ebbero un ruolo fondamentale nella sconfitta del nazismo, ma non furono gli unici, né possono rivendicare un monopolio morale o storico su quella vittoria. Questi fatti sono noti, documentati e accessibili. Eppure continuano a essere deformati perché inseriti in una narrazione che non ha come obiettivo la comprensione del passato, ma il controllo del presente.
Qui sta il nodo centrale: la storia non è un archivio neutro di date e confini, ma un campo di interpretazione. E chi riesce a imporre la propria lettura del passato finisce per orientare anche il modo in cui una società percepisce il presente e giustifica le proprie azioni. Quando questo potere narrativo si concentra nelle mani di chi ha interessi politici, la storia smette definitivamente di essere conoscenza e diventa propaganda. L’unico vero antidoto a questo processo non è l’indignazione episodica né la contrapposizione ideologica, ma qualcosa di molto più faticoso e profondo: lo studio serio degli argomenti e la conoscenza diretta, perché la storia non serve a stabilire chi “ha diritto” a cosa, ma a comprendere come siamo arrivati fin qui.
Foto: Spot DeAgostini 1995
East Journal Quotidiano di politica internazionale