Come ogni anno, insieme ad una selezione densa di cinema di finzione, il Trieste Film Festival propone un variegato programma di cinema documentario.

CINEMA: i documentari del Trieste Film Festival 2026

Come ogni anno, insieme ad una selezione densa di cinema di finzione, il Trieste Film Festival propone un variegato programma di cinema documentario.

Non ci stancheremo di dirlo: il Trieste Film Festival è a tutti gli effetti una vetrina di cinema est europeo di grande rilievo, e lo comprovano anche le proposte del concorso documentario. Curato da anni da Giuseppe Gariazzo e Rada Šešić, la selezione dei documentari è però forse meno prevedibile: ci sono quest’anno certo film di spicco come Militantropos, presentato alla Quinzaine di Cannes, e vari film convergono da festival di documentari dedicati come l’IDFA, ma si possono incrociare inoltre piccole scoperte inaspettate.

Silent Flood, dir. Dmytro Sukholytkyy-Sobchuk

Avevamo ampiamente elogiato il film di finzione di debutto di Dmytro Sukholytkyi-Sobchuk, il travolgente Pamfir, uno dei primissimi film giunti nel circuito dei festival a seguito del Febbraio 2022.Non c’è da stupirsi che il suo secondo lungometraggio è un documentario, per due ragioni. Una è che prima di Pamfir, aveva diretto un mediometraggio documentario, Krasna Malanka, dedicato alla stessa tradizione carnivalesca su cui si incentra il film di finzione. La seconda è che, salvo rarissime eccezioni, ormai l’intero universo cinematografico ucraino ha scelto di adottare la forma del documentario per interpretare l’invasione in corso. Con Silent Flood restiamo nel Černivci, la regione sud-occidentale dal quale il cineasta è originario (e in cui si ambienta Pamfir). Il soggetto è una comunità isolata, sulle rive del Dnestr, che non utilizza la tecnologia e che professa la non violenza assoluta. Un’identità minacciata da una guerra ancora lontana, ma che costringe i membri di questo gruppo a contribuire agli sforzi bellici sotto forma di donazione di pane da loro prodotto. Oltre alla peculiarità del tema del film, Colpisce il modo in cui Sukholytkyi-Sobchuk rappresenta il paesaggio, con un ritmo nettamente opposto al suo film precedente ma non senza elementi persistenti, come l’interessa per la nebbia, o per piani sequenza lunghi.

The Kartli Kingdom, dir. Tamar Kalandadze, Julien Pebrel

Curiosamente, il soggetto di questo film georgiano non si allontana molto dal film presentato sopra: ritroviamo una comunità autonoma, la cui origine è però rintracciabile non in una fede religiosa, ma in un’esodo: nel 1993, un gruppo di rifugiati provenienti dall’Abcasia mentre questa veniva invasa dalla Russia, si insediano nei resti di un sanatorio chiamato Kartli, in riferimento al Regno di Cartalia esistito tra il XV e XVIII secolo. Pur giocando con il titolo su questo legame, nulla nelle scelte di narrazione poi riprende questo riferimento (che viene spiegato molto limitatamente), nonostante la fotografia curatissima faccia risaltare la forma particolare dell’edificio, quasi una fortezza in cemento armato che sovrasta una collina. il film è invece un documentario piuttosto convenzionale che si sofferma sull’aspetto sociale, il malessere degli abitanti del “regno”, abbandonati dalle istituzioni che hanno promulgato false promesse per decenni.

December, dir. Grzegorz Paprzycki

Come il titolo lo suggerisce, il film è ambientato a Dicembre, mese associato al Natale ed a tutti i connotati che ne derivano: la carità cristiana, la gentilezza, eccetera. L’ambientazione è però il confine tra Bielorussia e Polonia, che, nonostante la svolta alle elezioni del 2021, ancora oggi continua a vedere una crisi umanitaria disdicevole a causa della violenza con cui la guardia di frontiera polacca e quella bielorussa respingono ripetutamente migranti che hanno cercato di attraversare questa via per giungere nelll’Unione Europea. Si tratta del tema visto in Green Border di Agnieszka Holland, ma questo è un film documentario. Il film utilizza in modo eccellente un semi-monocromo, enfatizzando il contrasto tra textures e la neve che le ricopre, giocando con la percezione quando si tratta di presentare un primissimo piano del tronco di un albero o un’intera foresta vista dall’alto. Lo scopo del film è di sottolineare l’ipocrisia intrinseca con la quale la popolazione di un paese cattolico come la Polonia sia indifferente alle sofferenze di chi si nasconde tra i boschi, braccato da militari in modo aggressivo. La maggior parte del film funge da contorno per una serie di immagini riprese dai cellulari di migranti o delle stesse guardie che presentano, senza ombra di dubbio, la brutalità delle forze frontaliere nei confronti di persone inermi. Si tratta di un film particolarmente potente, anche se in certi punti si deconcentra forse troppo dal proprio soggetto.

 

 

Ciao!

Iscriviti alla newsletter di East Journal per non perdere nessuno dei nostri articoli.

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

Chi è Viktor Toth

Critico cinematografico specializzato in cinema dell'Europa centro-orientale, collabora con East Journal dal 2022. Ha inoltre curato le riprese ed il montaggio per alcuni servizi dal confine ungherese-ucraino per il Telefriuli ed il TG Regionale RAI del Friuli-Venezia Giulia.

Leggi anche

La Slovenia al centro dei riflettori della sezione Wild Roses del Trieste Film Festival 2026, dedicata al cinema diretto da donne.

CINEMA: Il cinema sloveno al Trieste Film Festival

La Slovenia al centro dei riflettori della sezione Wild Roses del Trieste Film Festival 2026, dedicata al cinema diretto da donne.

WP2Social Auto Publish Powered By : XYZScripts.com